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Oltre il rating: la vera importanza di Logan

Oltre a essere un filmone, Logan potrebbe, come era prevedibile e sperabile, porre le basi per un cambiamento epocale nel mercato dei blockbuster ad alto budget, non solo i cinecomic. Vicino ai 250 milioni di incasso mondiale a pochi giorni dall’uscita, il nuovo film di James Mangold con Hugh Jackman conferma che il pubblico è pronto a una bella rinfrescata.

Si è fatto un gran parlare del rating R in patria e del divieto ai minori di 14 anni qui in Italia, al punto che probabilmente molti stanno fraintendendo l’importanza dell’evento. Il punto non è avere più film più violenti, il punto è che se un film con questi divieti fa il botto le major si trovano col messaggio che rischiare può portare film migliori e più soldi. Ma cosa vuol dire rischiare?

Non necessariamente mettere sangue e scene truculente, non è quella la lezione contenuta in Logan. Significa capire che si può fare un film senza rilevanti accenni alla continuity, incentrato su un solo personaggio e alcuni comprimari, senza volerci mettere dentro cento idee diverse mal compresse (e come altro se no?), scegliendo un’atmosfera diversa e una visione dominante, con tempi narrativi e un rispetto per i personaggi molto più vicini al cinema degli anni ’80, che per quanto fosse commerciale era fatto in modo umano, al punto da essere ancora attuale e fonte di revival a cascata. Tutti vantaggi anche a beneficio di quelle produzioni che al pubblico dei ragazzini non vorranno mai rinunciare (avrebbe mai senso uno Spiderman così cruento?)

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Ma gli altri studios potrebbero decidere di buttarsi e di seguire l’esempio della Fox, almeno coi personaggi più opportuni (la Warner ci aveva già provato con Watchmen ma al boxoffice aveva deluso), e chissà cos’altro potremmo sentire nei prossimi giorni. Che succeda o no, bisogna stare attenti che il rating R non diventi la nuova maniera. Perché tutto questo ci importa? Perché significa fare uscire il blockbuster medio dal ghetto, strappargli l’etichetta di intrattenimento stupido e conformista, americanata e tutte quelle altre belle cosette lì. C’è un tipo di storie che può essere raccontato solo con grandi mezzi, e spetta alle major. Ma l’equazione tra violenza e qualità non esiste.

Guardare Logan significa ridiventare spettatori, e non più semplici consumatori capitati in sala per ingoiare fardelli di informazioni spacciati per storie. C’è un mondo di differenza tra la scrittura di Logan e la media delle sceneggiature dei blockbuster, che spesso devono infilare in due ore riferimenti a decine di albi a fumetti o romanzi, per poi tanto mandare tutto in sfacelo con un terzo atto scritto, prodotto e diretto dalla CGI.

Tutto questo per ribadire che col trionfo di Logan non si festeggia il ritorno della violenza nelle grandi produzioni di Hollywood, come dimostra Deadpool: lì la violenza e la volgarità andavano per conto loro, certo non erano necessarie e spontanee quanto lo sono in Logan, ma è sicuramente dovuto anche al film di Tim Miller se quello di Mangold è venuto fuori così bene. In ogni caso, una simile accoglienza di pubblico e critica a un personaggio così popolare e mainstream può fare davvero la differenza, e rimane un colpo senza precedenti. Speriamo sia solo l’inizio.

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Logan – The Wolverine, recensione

I film corali degli X-Men non possono fare a meno di lui (sempre presente, fosse anche solo un cameo) ma lui può fare a meno di loro. Anzi può fare a meno di tutto: delle città che esplodono, dei costumi colorati, della CGI elevata a sistema di Cinema, delle trame intricate, delle scene nascoste dopo i titoli di coda, degli ammiccamenti, del pubblico dei giovanissimi, e così via. Può fare a meno di tutto ed essere, forse proprio per questo, uno dei cinecomic più trasversali e maiuscoli di sempre. È Logan – The Wolverine e può fare tutto questo, e l’ha fatto.

L’ultima volta di Hugh Jackman nei panni del burbero mutante artigliato ci regala il capolavoro che speravamo, un apice che ha richiesto tutta la serie di film sugli X-Men e relativi spin-off per arrivare finalmente in porto, e che nonostante questo non somiglia quasi per niente alla maggior parte dei capitoli della saga che l’hanno preceduto, al punto che il film vive e muore quasi del tutto in solitaria, come una bestia ferita che presagisce la fine e si isola stoicamente per attendere il momento.

La parola d’ordine è “via il superfluo”, anche quel superfluo che certi spettatori considerano fondamentale. Da questo punto di vista Logan è una lezione di Cinema che non ha paura di alzare le aspettative. Ci penseranno gli spettatori a mettersi in pari, e lo faranno volentieri, visto che la storia raccontata è un raro esempio di corrispondenza tra contenuto e forma. Perfino un film pieno di potenziale come Giorni di Un Futuro Passato doveva soccombere alla deriva fumettona da overdose di CGI e mutanti in ridicoli costumi d’ordinanza.

Qui invece l’immagine mantiene un look semplice e terroso, non zuccherato o spettacolarizzato in modo ovvio. Tutto interagisce con le location, l’alternanza del giorno e della notte diventa un elemento dinamico importante perché gran parte del film si svolge all’aperto, tra città, deserti e boschi, dove pochi mutanti braccati sfogano la loro furia nella battaglia per la loro vita. Nel tentativo di salvare la ragazzina, la misteriosa e letale X-23, tutta l’epica degli X-Men si riduce a una cosa sola: convivere col dolore, mentre fuori i malvagi attaccano senza sosta.

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La violenza raggiunta è decisiva per il carattere del film ed è molto intensa. A salvarla dalla gratuità ci pensa la solidità della storia e dei personaggi, delle interpretazioni eccellenti e del tutto armonizzate, a formare un contesto ampio e comodo per la crudeltà messa in scena. Questa performance di Hugh Jackman è senza dubbio la migliore della sua carriera, ma anche Patrick Stewart e la piccola Dafne Keen lasciano un segno indelebile.

Anche James Mangold, dopo il tentativo ancora incompleto col precedente Wolverine – L’immortale, riesce a far suo il fumetto definitivamente. Per lui i poteri dei mutanti, invece che a riempire lo schermo con metri cubi di effetti visivi, servono a creare scene devastanti e uniche (quella dell’hotel è un ottimo esempio) e usa la loro condizione speciale per sventrare a colpi di artigli le tematiche che gli interessano. Ogni scontro ha dei costi e delle conseguenze e scatena un’oscenità di sangue, ma in Logan c’è un sacco di spazio per i dettagli, per i dialoghi rivelatori, per fondamentali pause nel ritmo e anche per qualche siparietto leggero. Ogni faccia e ogni fisico sono scelti con cura, come per esempio l’albino Calibano, l’ennesimo personaggio eccezionale del film.

Logan ha una potenza simbolica che trabocca dalla sala e arriva fuori in strada, meriterebbe l’Oscar delle annate migliori. In un anno in cui servisse un nuovo Non è Un Paese Per Vecchi da mettere sul podio questo film farebbe una figura epocale. Promosso con vigore solo negli ultimissimi tempi, lanciato senza il paracadute del pg13 e del titolo “Wolverine” (assente in originale) e facendo leva più che altro sulla sua atipicità, lo splendido e intenso lavoro di Mangold e Jackman conclude un percorso quasi ventennale con un centro perfetto che, paradosso, come qualità andrebbe considerato come l’inizio di qualcosa. Un grande successo al botteghino a questo punto sarebbe utile.

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Perché Mel Gibson sarebbe il regista perfetto per Suicide Squad 2

Nell’infinita rivalità tra seguaci Marvel e DC voi dove vi collocate? Da nessuna parte spero, quello che importa è avere dei bei film, giusto? Magari stanno attraversando un periodo difficile, ma i cinecomic di casa DC hanno un passato glorioso, neanche tanto remoto, e rappresentano ancora l’alfa e l’omega del filone. Sono stati campioni del mondo in tempi recenti con la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, e lo sono stati anche prima dell’invasione dei supereroi. Il big bang del comic-movie fatto come si deve infatti appartiene a loro, prima col Superman di Donner e poi con Batman, quello dell’89. Hai voglia a dire che è vecchio, fa ancora le scarpe a tutto il genere, andata e ritorno, e sembra che continuerà per un pezzo. Ma un cambiamento potrebbe anche essere possibile, specie se Mel Gibson finisce per dirigere davvero Suicide Squad 2.

Il regista di Hacksaw Ridge è in trattative con la Warner per rimettere in sella la superband di villain che si battono contro villain più cattivi di loro, e sembra davvero la migliore idea del mondo al momento. Qualcuno dirà che già David Ayer era una scelta tostissima sulla carta, col suo curriculum di crudi crime thriller metropolitani, ma che il risultato ha lo stesso deluso le aspettative. Vero. Il punto è che se la Warner si rivolge a Gibson, che è un’autorità di ben altro livello e un personaggio ben più trascendente, probabile che le intenzioni stavolta siano diverse, che non ci si voglia guardare indietro ma anzi imboccare con decisione la strada in salita.

Il fronte commerciale tanto sarebbe coperto: chi al mondo non vorrebbe vedere un cinecomic diretto da Mel Gibson? Specie dopo le sue recenti dichiarazioni al vetriolo sul genere con tanto di titoli. Magari è la volta buona che superiamo la deriva fantasy che affligge i blockbuster moderni. Ma se anche restasse qualche elemento narrativo soprannaturale non c’è da aver paura: Mel Gibson ha pur sempre diretto The Passion, e sta pensando al sequel che potrebbe essere ambientato nell’aldilà.

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Parliamo dell’uomo che ha reso Martin Riggs un’icona action carismatica e folle come poche altre, nella serie Arma Letale. Chi meglio di lui per dare un’altra chance al Joker di Jared Leto? Per non parlare del fatto che con Margot Robbie ci sarebbe un’australian connection mica da ridere, e che si dice che Mel desideri da tanto lavorare con Will Smith. Perché certo Suicide Squad 2 ha bisogno di un regista capace e libero di agire, ma ha anche bisogno di un approccio più da attori e meno tecnologico, occorre che chi lo fa abbia a cuore prima di tutto di stampare a fuoco personaggi indimenticabili, neutralizzando le mille trappole della CGI.

Se c’è un momento buono per buttare dalla finestra tutte le credenze limitanti è proprio ora: ora che Deadpool ha stravolto il boxoffice con un rating R, ora che Logan – The Wolverine e Blade Runner 2049 con ogni probabilità si apprestano a fare altrettanto e che saghe come Star Wars riscoprono il fascino del blockbuster epico ma sobrio che sbanca i botteghini come ai bei vecchi tempi. Per dare una svolta bisogna fiutare il cambiamento un attimo prima e poi agire di conseguenza. Tanto il bagaglio tecnico-narrativo c’è tutto.

Dalle battaglie medievali di Braveheart alle sparatorie di Arma Letale, passando per i deserti distopici di Mad Max, Mel Gibson ha vissuto tutto il cinema d’avventura possibile sia davanti che dietro la macchina da presa, ed è buono tanto per il boxoffice che per l’Academy (sei le candidature per Hacksaw Ridge, e di quelle che contano), oltre ad aver percorso la parabola del rise and fall e ritorno, fino a rivedere le stelle dall’altra parte. Ma la ragione più importante è che vogliamo divertirci.

Forse era impossibile schivare la sbronza tecnologica del 2000, ma ora quel momento è passato e possiamo tornare in noi stessi. Una gran parte del pubblico vuole che un veterano certificato del cinema, che però alle roundtable con gli altri registi ruba la scena a tutti come se avesse vent’anni, venga a lasciare il segno, senza temere confronti con nessuno e possibilmente tracciando la pista per tutti quelli di buona volontà che arriveranno dopo. Se poi non sanno cosa fargli fare, perché non affidargli il prossimo The Batman? Dopo che Ben Affleck ha lasciato la regia e pure con Matt Reeves l’affare è sfumato potrebbe essere un modo anche per chiudere il cerchio: Gibson era stato tra i papabili Batman ai tempi di Tim Burton. Se nel suo destino c’è davvero il pipistrello tanto vale levarsi il pensiero.

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Logan Hugh Jackman Wolverine

Un’aria da Johnny Cash: Hugh Jackman è Wolverine nel trailer di Logan

Ma dico io, per una volta che nel trailer di un cinecomic scelgono Johnny Cash invece delle solite soundtrack epiche prese dal magazzino non possiamo semplicemente dire grazie? Invece più di uno la indica come una scelta ovvia, mentre col solito score generico e arrembante scommetto che nessuno si sarebbe lamentato, misteri del web e del pubblico. Comunque è arrivato il teaser trailer di Logan, diretto da James Mangold, e con esso un primo assaggio di quella che sarà l’ultima avventura col Wolverine di Hugh Jackman.

Visto quello che il trailer offre, la scelta di affidare le immagini alle note di “Hurt” (che Cash aveva coverizzato dai Nine Inch Nails diversi anni fa) ha un significato che a molti può essere sfuggito, ce lo spiega lo stesso James Mangold, che tra l’altro ha diretto un biopic sul celebre cantautore americano, Walk The Line. Mangold dice:

Ovviamente ho un legame e una predilezione per Johnny Cash, così come per il suo tono, il suo messaggio e la sua musica. Ma la vera intenzione dietro a tutte queste decisioni è quella di separare noi, in modo meticoloso, dagli altri film sui supereroi. Pensiamo che offriremo qualcosa di un po’ diverso, e vogliamo essere certi di vendere al pubblico facendo leva sulla differenza. A volte, anche se il film è un po’ diverso, lo studio prova a promuoverlo come tutti gli altri. La musica di Johnny Cash, in un certo modo, ci distingue da quella specie di metodo tutto standard, magniloquente, minaccioso, ronzii e martellate, porte che si spalancano e sbattono ed esplosioni che caratterizza alcuni di questi film.

Morale della favola, i codici dei cinecomic allevati in batteria pesano tantissimo, se si vuole fare un bel film bisogna tagliare qualche cima e cominciare a puntare la prua verso il mare aperto. Questo sembra dire il teaser trailer di Logan. Pare che stavolta vedremo tutto ciò che il precedente e già molto valido Wolverine – L’Immortale aveva solo potuto promettere. Così forse a questo giro non ci troveremo il cugino di Mazinga nel terzo atto del film. Sarebbe il minimo: riconoscere ed esaltare le qualità di un personaggio, il modo in cui lo distinguono dagli altri, e poi costruirgli attorno la storia e lo scenario più adatti alle sue esigenze e a quelle del suo pubblico. Sarebbe il minimo, ma dato che ormai i supereroi si spostano solo in branco non lo fa più nessuno.

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E nessuno sa se il film sarà davvero bello o no, chiariamolo, il trailer di Logan è intenso ma non mostra niente di trascendentale, però comunica in modo vibrante un contesto e un tema, e un gusto preciso nelle immagini, invece che una serie di fatti e informazioni. A un teaser non si dovrebbe chiedere di più, in effetti. Ma certamente quello che vediamo qui è ciò che resta del cinema una volta spazzate via tutte le sovrastrutture tipiche del genere. Non vediamo un muro di CGI, niente costumi colorati e mantelli, niente ospiti di qualche universo espanso. Qui vediamo Wolverine, consumato, braccato e con un paio di affetti da proteggere.

Lo vediamo nel corpo ferito e invecchiato di Jackman, ma anche in quella cisterna d’acqua rovesciata, e nella foresta. Siamo nel lato più selvaggio del più famoso degli X-Men, e non somiglia affatto a quello che ha prevalso finora. Anche la trama in sé sembra ridotta al minimo, e la posta in gioco non fa pensare alla salvezza del mondo o anche solo di una città, ma a qualcosa molto più ad altezza d’uomo. Quale che sia l’esito finale, il film per come appare finora dovrebbe diventare scuola dell’obbligo per tutti i cinecomic e per quasi tutti i blockbuster.

Per il resto, tanto rispetto per il talentuoso Hugh, che ormai vicino ai 50 e dopo 17 anni con gli artigli e i basettoni lotta ancora strenuamente per regalarci il miglior film di Wolverine, con una progressione finora evidente degli episodi. Il trailer è una bella botta, fa un sacco di promesse, ma soprattutto conferma la strada non prettamente commerciale imboccata già col titolo e con la scelta di sfondare apertamente il pg13, grazie anche all’ariete Deadpool. Confermare questo trend al box-office può voler dire molto per il futuro del genere. Per ora, Logan con ogni probabilità sarà un blockbuster e un film diverso dal solito, cominciate a lamentarvi.

Suicide Squad - Recensione

Suicide Squad – Recensione

Lasciate perdere tutte le polemiche che ci hanno assordato in queste settimane: e c’è poco Joker, e il film è un videoclip pieno di musica ma senza sostanza, e il pg13 che tarpa la violenza… non è questo il punto. Suicide Squad è, ancora una volta, la lotta del buon Cinema di intrattenimento contro la dittatura della tecnologia con cui proprio non riesce a integrarsi, il tutto racchiuso in due ore di film in cui a bruciare di più sono le occasioni perse. L’opera di David Ayer ha un nemico che non si può battere e che è lo stesso di sempre: lo strapotere della CGI.

A questo giro, il Cavallo di Troia per questo bug di sistema è il villain di turno, l’Incantatrice. Non mi importa se è fedele al fumetto, è uno di quei casi in cui il tradimento della fonte diventa l’unico gesto morale possibile. Già dagli ultimi trailer dove si vedeva la colonna di luce con le nuvole intorno avevo capito che tirava una brutta aria, vedendo il film ogni dubbio è caduto: un personaggio che ha senso solo grazie agli effetti visivi, una strega che proietta luce e sostanze cangianti per quasi tutto il tempo senza che se ne capisca il perché (approccio testato con Doomsday) trascina il film fuori dai binari, tutto diventa Ghostbusters o La Mummia.

Cosa c’entra tutto ciò con una squadra composta da nemici di Batman? L’impressione è che i cinecomic post-trilogia del Cavaliere Oscuro (chi criticava quel “realismo” come si sente ora?) non riescano a stare lontani dal fantasy, nemmeno quando sarebbe solo un vantaggio, nemmeno quando sarebbe naturale. Stavolta per gestire questa linea occorreva sconfinare alla grande e mantenere un controllo ossessivo tutto il tempo, così avremmo anche potuto, al limite, avere il Mad Max: Fury Road dei cinecomic. Inoltre i mostri o li metti in scena con il tocco, il design e la tecnica di un Guillermo Del Toro oppure è meglio che li lasci in panchina, pena la crisi di identità del tuo film. Suicide Squad cade vittima di questa stregoneria. Ma non senza combattere.

L’introduzione, ma diciamo anche il primo tempo intero, è una delle cose più gustose e rinfrescanti viste in un cinecomic, un biglietto da visita stampato a fuoco da cui capiamo senza dubbio che Ayer, con tutto il suo bagaglio di storie violente e infette di corruzione, ha comunque compreso perfettamente l’approccio speciale più opportuno per un fumetto e lo ha reso divertente, vivace nelle scene e nei dettagli. Il secondo tempo del film invece, per varie ragioni, è monotono e affrettato, appiattito sull’action, nonostante abbia i suoi colpi d’occhio e un twist ben giocato. Ma sono difetti che non hanno niente a che vedere con certe critiche di questi giorni o con il confronto con la Marvel.

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Se parliamo di visione, Suicide Squad, molto più del triste e confuso Batman V Superman, è la controparte di quanto mostrato da Christopher Nolan: se quello, epico e squadrato, era il mondo visto con gli occhi di Batman, questo, sgargiante e caotico, è quello visto con gli occhi del Joker. Un Joker qui per la prima volta sessualizzato, dopo quello d’altri tempi di Nicholson e quello marcio e stinto di Ledger, talmente stilizzato, secolarizzato e connesso via smartphone, cool e discreto come un’icona sul desktop, che non è più il leone divora-scene che il pubblico ha conosciuto nelle scorse incarnazioni, ma uno tra tanti in un mondo di freak.

Ma Suicide Squad non ha nessun bisogno del Joker al centro della scena, gli basterebbe essere se stesso: la squadra è ben assortita, i veri capitani sono Margot Robbie e Will Smith e funzionano alla grande, sia come singoli che nel gruppo di teste calde. David Ayer sa come lavorare sul cameratismo disfunzionale, anche se semplificato in ottica di intrattenere anche i giovanissimi, cosa che non impedisce al film di essere leggermente più sboccato, allusivo e violento della media.

Il che è parte del divertimento, insieme alla fotografia intonata al contesto, dove il colore è colore e non si lascia devitalizzare dall’oscurità come visto in Batman V Superman. Tra i prodotti del nuovo DC universe Suicide Squad è senz’altro quello di cui vorrei vedere un prosieguo, il brodo primordiale da cui ricavare il resto della cucciolata, semplicemente perché più insolito nell’impostazione, più imprevedibile nelle potenzialità e…più bello da vedere, nonché ampiamente migliorabile nell’insieme. Quanto avrebbe fatto bene a tutto questo talento in campo essere progettato senza protesi digitali!

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Doctor Strange Marvel

I superpoteri più adatti al Cinema: Doctor Strange

Piccolo test per vedere se siete persone previdenti: se poteste scegliere un superpotere da possedere, quale sarebbe? Potete pensarci, prendetevi tutto il tempo che volete, l’importante è fare la scelta giusta. Ma qualunque cosa scegliate assicuratevi che un domani venga bene in un eventuale film, altrimenti scordatevi pure una trasposizione delle vostre gesta su grande schermo. O almeno una di classe. Abbiamo parlato diverse volte dei problemi dei cinecomic, vale a dire del 50% e forse più dei blockbuster odierni. Questo entra nel novero, i superpoteri sono molto fighi disegnati sulla carta ma quando li porti al Cinema rischiano di andare troppo sopra le righe, e da lì alla rovina il passo, ancorché non obbligato, è breve. Doctor Strange sembra aver fatto tesoro di questa lezione.

Non è così difficile immaginare che i personaggi meno blasonati della Marvel e della DC possano offrire l’occasione per film più creativi e diagonali, meno canonici. Quando guardiamo un trailer degli Avengers o di Batman V Superman in termini di azione vediamo per lo più cose in linea con quello che ci aspettiamo, tra cui gente in costume che si picchia molto forte e cose che esplodono. Quando vediamo il trailer di Doctor Strange cosa ci ricorda?

A me ricorda più Batman Begins, certo non il solito cinecomic, e Inception, certo non il solito blockbuster, e non è affatto un male. Non è questione di copiare qualcosa, ma di ispirarsi per un’impostazione un po’ diversa, qualcosa che permetta di usare un film ad alto budget per esplorare qualche aspetto un po’ atipico di ciò che definiamo “spettacolare”. Scoprire che un palazzo lo puoi far collassare in mille pezzi, sì, ma anche semplicemente spostarlo o capovolgerlo, in modo da destabilizzare lo spettatore, regalargli il brivido di una vertigine, invece che fare il solito strike con i grattacieli per sentire il pubblico esultare a pieni polmoni come dagli spalti di uno stadio.

Quando poi di palazzi ne sposti a decine in un colpo solo, descrivendone i movimenti con precisione ed eleganza, conservando una geometria del caos, ecco che hai tutta una gamma di possibilità visive e suggestive che prima quasi non credevi esistessero. Se poi a tutta questa riorganizzazione dello spazio aggiungi un nuovo modo di collocare personaggi e oggetti allora il tuo esperimento acquista una terza dimensione spendibile in termini narrativi e non solo decorativi, poiché le città capovolte e i mari aperti costringono i protagonisti a comportarsi in modo differente. Il trailer di Doctor Strange fa quest’effetto, grazie anche a qualche scelta leggermente più paradossale del solito, tipo riprendere questi scenari cangianti e fluidi con una fotografia ultra realistica.

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Quando ricorri ai trucchi digitali la nitidezza nel mostrare le cose diventa l’unica ancora alla realtà, la barriera definitiva tra il live action e l’animazione pura, l’unico modo di giocare pulito se approcci una materia tutt’altro che realistica. Se poi si vedono lampi di Batman Begins e Inception non stai solo alzando la posta in gioco, ma stai anche avvisando il pubblico che può coltivare delle aspettative alte sul tuo prodotto. Lo stesso Benedict Cumberbatch ha detto che ci aspetta un film Marvel differente e innovativo.

Non è male che in Doctor Strange il concetto diventi più filosofico alla Matrix, e dal trailer sembra che la magia sia molto più importante e presente dalle mazzate pure e semplici. Quando si prendono i mezzi di uno studio potente e li si adopera per cercare di fare qualcosa di diverso, beh trovo che il gioco diventi molto interessante. Quando anche il cast viene assemblato seguendo criteri un po’ meno ovvi e piazzando le facce giuste nei ruoli giusti, allora le cose vanno anche meglio.

Mads Mikkelsen è, oltre che una scelta non scontata, un ottimo attore; Rachel McAdams dopo True Detective 2 è una garanzia qualunque ruolo le venga affidato, e sarà straniante rivederla nei panni di una persona che si presume essere compassionevole. Per Cumberbatch il dubbio non è sulla bravura, quanto su come renderà il carisma necessario a un personaggio dei fumetti non dei più popolari, che dovrebbe reggere buona parte del film (e del franchise). Sarebbe bello anche che riuscisse a non farsi rubare la scena dal villain, come a volte succede in questo tipo di prodotti. Ma soprattutto non avrei mai immaginato di vedere questi attori tutti nello stesso film. La cosa promette bene. Chiaro che il film fa ancora a tempo a tradire tutte queste aspettative, non sto dicendo che l’upgrade sia ormai certo.

Comunque tutta questa faccenda di puntare il dito appena si vede un riferimento diverso dal solito, quasi che sia un peccato avere ambizioni più alte, è uno dei più grandi controsensi che scattano in un certo tipo di spettatore, che se gli propini sempre la solita minestra non dice niente, ma se vede qualcosa di più insolito comincia a parlare di scarsa originalità. Lasciamoci tutto questo alle spalle, e vediamo dove ci porterà questo Doctor Strange.

Joker Harley Quinn Suicide Squad

Il pg-13, Joker e Harley Quinn: tutte le risorse di Suicide Squad

Se devo essere sincero trovo difficile essere impaziente per qualcuno dei prossimi (e meno prossimi) cinecomic. Ammiro i fumetti come forma di narrazione, di intrattenimento e a volte di arte, ma quelli funzionano a modo loro. E poi è da secoli che non mi azzardo a seguire il fumetto seriale, perché ogni bel gioco dura poco.

Ora possiamo anche disquisire su quanto sia quel “poco”, tenendo anche conto che ciò che è poco per una storia o personaggio può non esserlo per qualcun altro, dipende dalla qualità. Ma esiste un limite oltre il quale nessuno è in grado di spingersi se vuole mantenere una certa credibilità, poche storie. Coi film, così come con le serie tv, il discorso è lo stesso. Il punto è che forse lo penso solo io, per cui non si contano i cinecomic già progettati o in lavorazione, di solito sequel di qualcosa di già cominciato.

In tutto questo non è certo Suicide Squad il titolo più a rischio di saturazione, dato che dedicare un film a una super squadra di cattivi dei comics è ancora una cosa inedita. Il regista e sceneggiatore poi è David Ayer, un uomo di cinema con talento e una certa passione per le storie toste, se avete visto Harsh Times o Training Day sapete cosa intendo. No davvero, non ci sono premesse negative per Suicide Squad, è un film a cui guardo con simpatia. Hanno pure l’asso nella manica, o meglio il Joker: discreta mossa testare Jared Leto senza addosso le aspettative che titoli come “Batman” o “Justice League” inevitabilmente comporterebbero. Del resto, ormai è prassi che i pesi massimi entrino in punta di piedi, vedi Spiderman in Captain America: Civil War o lo stesso Batman di Ben Affleck in Batman V Superman.

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Ma c’è un altro vantaggio che la Warner/DC può prendersi: fare frutto dell’esperienza del rivale Deadpool. Quando è stato chiarito che Suicide Squad non avrebbe avuto il rating R, ma un ben più comune pg-13 qualcuno ha storto il naso: come si può mettere in scena un branco di villain senza un adeguato tasso di violenza esplicita?

La risposta è si può, eccome se si può. Questo non è Il Silenzio degli Innocenti o Seven, ma un film guascone e sgargiante per divertirsi con il lato più folle dell’universo DC. Non è un trattato sulla cattiveria dell’animo umano, non occorre alcuna scena di sangue spinta o raccapricciante. Il pg-13 è un limite solo in determinati casi.

Se devi portare in scena Wolverine, un tizio che ha gli artigli e che colpisce con quelli i suoi avversari, allora non hai molta scelta, ma solo per una questione di credibilità della messa in scena e di rispetto per una peculiarità di base del personaggio. Ma con tizi deformi e mostruosi o truccati da clown che maneggiano armi classiche come mitra e mazze da baseball non occorre nessun rating R. Anzi, si spera che la sua assenza abbia spinto a pensare le scene in modo più creativo. Se prendi Joker o Killer Croc e poi li fai comportare in tutto e per tutto come Tony Montana significa che tutta questa sarabanda di cinecomic è solo questione di costumi colorati. E poi c’è il caso Deadpool, come dicevamo.

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Il mutante Marvel ha fatto il botto, ma personalmente non sento alcun bisogno di altri film così gratuiti. L’abbattimento del pg-13 è già stato celebrato dal film con Ryan Reynolds, per cui circolare, non c’è più niente da vedere su quel fronte. A Suicide Squad tocca se mai il passo successivo: sdoganare i bad guys e il nuovo Joker in particolare, e dare credibilità alla formula oltre che, ovviamente, lanciare Margot Robbie in modo definitivo, consacrare lei e la sua Harley Quinn.

Non è un caso se insieme al Joker è il personaggio con più riflettori addosso. Non solo perché la Robbie ha quel tipo di bellezza assoluta con cui prima o poi il pubblico deve fare i conti, ma anche perché viviamo nel periodo in cui i personaggi femminili prendono il comando di molti blockbuster. Da Hunger Games a Star Wars, le quote rosa sono in rialzo e in un attimo la cosa è già diventata un trend consolidato.

Suicide Squad rischia anche di sfatare il mito dei cattivi come personaggi più popolari: cosa succede quando diventano i protagonisti e il punto di vista della storia è il loro? La loro aura mitica resiste ancora? Ma su Joker non lo sapremo mai, visto che sembra più una guest star che un protagonista. Comunque ci siamo capiti, non facciamoci problemi per il pg13, è uno di quei limiti educativi che vietano ben poco di importante e aprono invece tutto un panorama di possibilità, se il film è in mano alle persone giuste. Sarà il caso di David Ayer? Mi riguardo Fury, e credo di avere la risposta.

Wolverine, il supereroe a prova di reboot

Batman 5, Superman 3, Spiderman 3, Fantastici Quattro 2, Hulk 3… No, non è la tombola di Capodanno dei supereroi, ma il numero di attori che hanno vestito i panni di questi totem dell’immaginario collettivo. Il che non sarebbe neanche strano, se non fosse che molti di questi passaggi di testimone si sono verificati in pochi anni, quasi sempre con esiti deludenti. Eppure la filosofia ha attecchito, sicché a volte, in sala, ormai sembra di assistere a screening test piuttosto che a film fatti e finiti.

Il mondo dei cinecomic a Hollywood affonda le sue radici nella fine dello scorso millennio, e oggi è davvero impossibile occuparsi di Cinema popolare senza fare i conti col fenomeno. Un tipo di prodotto che è partito molto lentamente per poi scalare le marce a velocità esponenziale negli anni 2000, fino ai giorni nostri, in cui abbiamo la sensazione che il trend non finirà mai. In realtà, un simile flusso produttivo non sarebbe possibile senza giocarsi la carta del reboot, che permette a un personaggio di floppare (o per lo meno di non convincere) ma di rialzarsi quasi subito…con una faccia nuova sotto la maschera e, di solito, un cambio di gestione in sala comandi.

Ma c’è un’icona dei comics, tra le più popolari, che rappresenta un modo a parte di rapportarsi col genere: Wolverine. Dalla sua prima apparizione cinematografica, in X-Men, il mutante con gli artigli per tutto il mondo è stato solo Hugh Jackman. Diciassette anni, otto film (contando anche i cameo), una figura carismatica e viscerale che, seppure contestata da certe frange puriste, è rimasta piantata al centro di un enorme e affollato franchise diventandone il perno morale, e si prepara a tornare in scena per una (sembra) ultima avventura, Wolverine 3. Perché è così importante?

Perché, con centomila supereroi che non di rado condividono background e poteri molto simili, augurarsi che ognuno abbia il più possibile una personalità definita è l’aspirazione più logica e legittima del mondo. Laddove la scrittura dei fumetti risulta a volte omologata da tradizioni pluridecennali spesso, inevitabilmente, cicliche e copiative la presenza costante di un unico interprete, possibilmente di valore, contribuisce non poco a definire il personaggio e, come a volte avviene, aggiungere qualcosa al mito e dare una scossa di ritorno al fumetto stesso, un circolo virtuoso di arricchimento reciproco, che omologando i due media rischia di perdersi.

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L’attore contribuisce molto a “disegnare” il personaggio su grande schermo. Non è che per ogni supereroe ci siano decine di attori adatti, che abbiano l’aspetto, la bravura, il carisma e lo star power necessari. Sostituire un buon interprete troppo presto può essere un azzardo, si rischia di privare il Cinema della sua autonomia e della sua autorevolezza, scordando che un singolo film può avere sulla cultura pop lo stesso effetto di cento e forse mille albi a fumetti. Inoltre, sapere che un attore si affeziona al ruolo (ovviamente anche per convenienza) garantisce un certo impegno nel mantenerlo fresco e rilevante.

Che Jackman si impegni per me è palese in ogni momento che lo si vede su schermo, ma la conferma viene dalla qualità crescente dei suoi spin-off: Wolverine – Le origini funzionava appena (comunque molto meglio di certe Royal Rumble di gente in maschera che ora sfondano regolarmente il box office eh), ma il sequel diretto da James Mangold è un salto in avanti poderoso e uno dei migliori cinecomic da molti anni a questa parte, e si vede un radicale cambio di impostazione che certo non può essere dovuto al caso. Sapere che il terzo è in mano ancora a questi due signori non può che far sperare bene. Vedere un franchise che cresce invece di peggiorare non è così comune, anche se per chi parte sottotono è più facile.

Certo Wolverine è un personaggio tra i più cinematografici in assoluto: gli artigli e il fattore rigenerante lo mettono a suo agio tanto in film apocalittici quanto in storie hard-boiled. Un duro dal cuore tenero, longevo come un vampiro e disadattato come un samurai, capace di violenza inaudita e linguaggio forte senza mai andare fuori ruolo. Un eroe sì, ma di quelli che sanno fare paura.

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Ma anche un personaggio di questa statura rischia di perdere smalto e importanza se cambia pelle troppo spesso. Non si può pretendere, in un industria come quella di Hollywood, che un beniamino del pubblico appartenga per sempre a un solo attore, ma che almeno passino dieci anni tra una versione e l’altra beh, questo sì. Se qualche anno fa questa politica era ancora attuabile, adesso sarebbe a dir poco rivoluzionaria: il processo di serializzazione ha radicalmente trasformato il genere, i film sono diventati episodi che escono a intervalli di tempo minimi, e non si vedono pause all’orizzonte.

Dal paradosso alla figuraccia il passo è breve: diciassette anni di Wolverine-Jackman e scrivo questo post proprio quando sembra più vicino che mai il momento in cui il buon Hugh riconsegnerà gli artigli. Ma scriverlo anni fa non avrebbe avuto senso, visto il tema. Né tutto questo papiro significa che non riesca a immaginarmi nessun altro nel ruolo: Joaquin Phoenix sarebbe perfetto, se lo chiedete a me, e in Vizio Di Forma sfoggia pure un look che è Wolverine al 100%. Ma, a prescindere da chi sarà coinvolto, un giorno l’investitura di un nuovo interprete avverrà, certo, ma dopo un ciclo artistico compiuto.

Fatto sta che il caso Wolverine passa come un ufo in questo consumismo di facce e corpi, un gran bell’esempio di fedeltà a un brand che paga su tutti i fronti, la prova che da patti chiari nascono amicizie lunghe, che producono a loro volta grandi responsabilità. Come i grandi poteri.