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The Boy recensione

The Boy – Recensione

È un periodo strano per il cinema horror. L’età d’oro dei Carpenter, dei Raimi, degli Hooper, dei Romero – grandi autori dotati di uno stile inconfondibile che con la loro presenza e le loro idee facevano progredire ed evolvere la cultura horror e deliziavano intere generazioni di appassionati – è terminata. Ora questo genere cinematografico è più simile a un fast food in cui si entra e si consuma in fretta e furia prodotti pensati unicamente per fornire una buona dose di spavento usa e getta e lasciarsi subito dimenticare.

In uno scenario simile è difficile trovare della qualità. La maggior parte dei film sono semplicemente o troppo stupidi o troppo feroci e nichilisti senza una vera ragione, in ogni caso sempre sbilanciati su un estremo o sull’altro, troppo privi di sostanza e di identità per poter lasciare un segno. Fa dunque piacere vedere lavori come The Boy, capaci di puntare su un’idea originale affiancandole una regia curata e puntuale che regala uno spettacolo decisamente godibile mantenendo sempre il giusto equilibrio tra le componente narrativa, il linguaggio filmico e la forma stilistica.

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L’ambientazione è quella di ogni storia gotica che si rispetti. Una grande dimora vittoriana sperduta tra le dolci campagne inglesi (anche se in realtà il film è girato nell’altrettanto suggestiva British Columbia). È qui che la giovane americana Greta (Lauren Cohan, sì proprio così, la mitica Maggie di The Walking Dead) trova un rifugio e un posto di lavoro per lasciarsi alle spalle una brutta storia di violenza domestica che la ha lasciato in eredità tanti traumi tra cui lo shock di una gravidanza interrotta.

L’impiego offertole dai coniugi Heelshire consiste nel fare da tata al figlioletto Brahms, un bimbo di 8 anni che non avrebbe proprio nulla di strano se non fosse…un pupazzo di porcellana a grandezza naturale. Proprio così. La prima reazione della giovane quando le viene presentato il piccolo è scoppiare in una risata di sconcerto, un’ilarità che svanisce però nel momento in cui si rende conto che gli anziani Heelshire non scherzano. Sono convinti che dentro quella bambola di porcellana dal sorriso vagamente inquietante (uno di quei sorrisi che continui a fissare con la sgradevole sensazione di essere riuscito per un istante a cogliere un movimento, tanto improvviso quanto impercettibile, un po’ come capita a chi osserva la Gioconda) ci sia l’anima del figlio.

Non solo, ma pretendono da lei la stretta osservanza di un rigido protocollo di regole per evitare che il piccolo Brahms si agiti o si arrabbi. Greta all’inizio si adegua per non scontentare la coppia di bizzarri vecchietti, convinta in cuor suo che si tratti di un mare di sciocchezze frutto probabilmente della demenza senile. Ma nei giorni successivi, la nuova tata americana comincerà ad accorgersi che strani accadimenti si verificano quando le regole di Brahms non vengono rispettate, come se in quel “pupo” in porcellana dal sorriso indecifrabile albergasse veramente una coscienza umana.

Recensione del film The Boy the boy The Boy - Recensione The Boy 2

Unico suo alleato nel fronteggiare questa escalation di inquietanti presagi è Malcolm (Rupert Evans), giovane proprietario del negozio di alimentari giù in paese, che ogni mattina fa visita agli Heelshire per consegnare la spesa e controllare che sia tutto in ordine. E che dovrà fare appello a tutto il proprio coraggio per proteggere la bella Greta, di cui si è subito invaghito, del destino minaccioso che incombe sull’antica casa degli Heelshire. The Boy è un film piacevole e avvincente che scorre fluido evitando di cadere nei soliti clichet del genere (apparizioni spettrali o demoniache, flashback virati in seppia per raccontarci infanzie da incubo, scimmiette giocattolo che si animano improvvisamente e si mettono a correre per la stanza) e senza mai perdere il proprio fuoco prospettico.

Senza dubbio l’asso nella manica di The Boy è proprio Brahms, iconico pupazzo di porcellana disegnato e realizzato con il preciso intento di creare qualcosa di unico e inconfondibile. Missione compiuta, come è stato facile constatare fin dai primi trailer del film circolati mesi fa. Proprio nel gestire il comportamento di Brahms e le sue interazioni con Greta, la regia è riuscita a non cadere in trappole e tranelli di tipo tecnico ma anche narrativo (mostrarci il pupazzo “in azione”, ad esempio, avrebbe depotenziato l’aura di mistero che lo circonda e avrebbe virato l’intera pellicola in chiave trash-kitsch, invece il regista William Brent Bell e la sceneggiatrice Stacey Delay hanno scelto la strada più felice, facendoci intuire le cose piuttosto che mostrarcele esplicitamente). Il risultato è una storia che procede diritta e ben a fuoco verso l’immancabile e soprendente twist: una svolta imprevedibile in cui i cinefili riconosceranno un omaggio a un piccolo gioiello del cinema horror neozelandese di un paio di anni fa, Housebound, e che deve la sua efficacia proprio al modo intelligente e misurato con cui sono state gestite le fasi che la precedono. Anche nel finale, che naturalmente non svelo, The Boy riesce a non eccedere né in nichilismo e né in ovvietà, consegnandoci un film che rappresenta una bella prova, capace di proiettare un raggio di luce sulla scena attuale del cinema horror. In fin dei conti, l’essenza di The Boy si riassume tutta nella cura per il dettaglio che caratterizza il suo protagonista di porcellana, Brahms: un’opera artigianale, realizzata con cura e passione, che sa essere classica senza risultare già vista e che, proprio come l’immagine del misterioso pupazzo, ci rimarrà appiccicata nella mente per un pò dopo essere usciti dalla sala cinematografica.

Beyoncé Super Bowl 50

Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga

Domenica notte è andato in scena il Super Bowl 50, l’attesissima finale del campionato americano di football, un imprescindibile rito laico collettivo che ogni anno incolla 110 milioni di cittadini davanti agli schermi e che nell’immaginario a stelle e strisce ricopre la stessa importanza del Santo Natale o del Giorno del Ringraziamento.

Ogni anno, il Super Bowl rappresenta la quintessenza della capacità che gli americani hanno di creare grandi show: sul campo di gioco la sfida è fisicamente intensissima e incredibilmente avvincente, più una lotta tra gladiatori che una moderna competizione sportiva; sugli spalti, nei bar e a casa propria, i tifosi esprimono il proprio entusiasmo con costumi bizzarri, eccessi alcolici e tanta allegria collettiva; e durante l’’half-time’ (l’equivalente del nostro intervallo calcistico tra primo e secondo tempo), mentre le squadre si riposano negli spogliatoi e rivedono gli schemi di gioco per ribaltare ognuna la partita a proprio favore, un palco eretto per l’occasione in mezzo al field ospita le performance – quasi sempre indimenticabili – di star di calibro mondiale come Slash, Madonna e i Rolling Stones.

super-bowl-50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 50 bruno mars et al confirmed to perform in halftime show fans disappointed as coldplay is the headline performerNel Super Bowl tutto è insomma Harder, Better, Faster, Stronger, tanto per parafrasare il titolo di un brano dei Daft Punk. Ma domenica, nel Levi’s Stadium di Santa Clara, graziosa cittadina alle porte di San Francisco, lo spettacolo ha deluso su tutti i fronti: sul piano del gioco, la partita – che ha premiato gli sfavoriti Denver Broncos a scapito dei pur temibili Carolina Panthers – ha visto dominare le difese (quella dei Broncos in particolare), il gioco di contenimento, le tattiche conservative, l’immobilismo e l’attendismo.

Pochi i punti sul tabellone, soltanto tre i touchdown, per il resto tanti errori e palle sprecate. A rimetterci sono stati i Carolina Panthers, che dopo aver disputato tutta la regular season avanzando con la determinazione inesorabile (e inaffondabile) di un autentico Panzer, e dati quindi per vincitori certi da tutti i pronostici della vigilia, ieri sera sono dovuti capitolare di fronte alle proprie imprecisioni e alla difesa granitica dei Broncos.

A “tradirli” contro ogni aspettativa è stato proprio il loro grande trascinatore, il quarterback Cam “Superman” Newton, un giovane di talento impareggiabile che per mesi ha macinato yard su yard, tra scatti in velocità e passaggi perfetti, e sbloccato partite ben più ardue di questa ma che per qualche motivo, proprio sul più bello, si è “sgonfiato” e sciolto come neve al sole, forse accusando il peso delle aspettative e delle speranze che tutti riponevano in lui.

La difesa granitica dei Broncos e i tanti errori commessi dai Carolina Panthers hanno consegnato la vittoria nelle mani dei “cavalli selvaggi” del Colorado

Cam Newton Carolina Panthers Superbowl 50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 508992430 e1455050686378

Non ha però brillato per nulla nemmeno il suo antagonista, il veterano Peyton Manning, quaranta primavere il prossimo marzo, che nella partita conclusiva della sua carriera ha fatto diversi erroracci, alcuni imbarazzanti (il suo tentativo di passaggio a un compagno, subito intercettato dal fenomenale defensive end dei Panthers, Kony Ealy, è già stato definito da molti giornalisti uno dei peggiori passaggi mai visti nella storia del Super Bowl) e ha potuto sollevare l’ambito trofeo Vince Lombardi soltanto grazie al lavoro incredibile della sua difesa unito all’incapacità di finalizzare dei Panthers.

Attacchi inconcludenti su entrambi i fronti insomma, azione ridotta pressochè a zero e tanti saluti all’intrattenimento. Intrattenimento che non è mancato solo durante il gioco, bensì anche durante lo show dell’intervallo, quando a dividersi il palco sono stati i Coldplay, Beyoncè e Bruno Mars.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga gettyimages 508986288 master 1
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)

A dare il via alle danze ci ha pensato la band inglese capitanata da Chris Martin che ha scelto di portare in scena un vivace caleidoscopio di colori, lo stesso che ha ispirato l’album A Head Full of Dreams. Vestiti con abiti variopinti, e circondati da un pubblico di ragazzi abbigliati di nero per creare contrasto, i “soft rockers” londinesi hanno suonato alcuni dei loro singoli di maggior successo – Viva La Vida e Paradise – oltre alla hit di lancio del nuovo album, Adventure of a Lifetime.

Ma la performance, per quanto colorata e vivace, aveva un non so che di artificioso e poco convincente: come l’inaugurazione di un’Olimpiade in un paese del blocco sovietico negli anni ’70, con coreografie stucchevoli, folle di giovani sorridenti e messaggi di solidarietà che sembrano messi lì apposta per indurre conformismo generalizzato e adesione a un programma prestabilito. Così solare ed “ecumenico”, lo spettacolo dei Coldplay mi ha lasciato un retrogusto di propaganda un pò qualunquista, infiocchettata e resa cool per essere consumata dalle giovani generazioni di “slacktivist” sedute davanti allo schermo.

Poi è arrivato il momento di Beyoncè: l’imperatrice del R’n’B, complice la solita grinta un po’ “cafonal”, ha monopolizzato il palco con i suoi movimenti sensuali, rischiando anche, a un certo punto, una caduta (poi abilmente evitata) e sfoderando pezzi forti come il nuovo hit single Formation.

Ora, che l’ex frontwoman delle Destiny’s Child sia un’autentica forza della natura in grado di trascinare le folle è indubbio, ciònonostante nella sua performance di domenica sera c’è qualcosa che non mi ha convinto: il suo look “black and gold” firmato DSQUARED2 e fatto apposta per omaggiare il celebre abito di sapore “militarista” indossato da Michael Jackson durante il memorabile show del Super Bowl XXVII del 1993 mi è sembrato decisamente pretenzioso e autoreferenziale. Una paraculata, per dirla in parole povere, aggravata ulteriormente dal messaggio politico che la diva ha voluto associare alla performance.

super-bowl-2016-beyonce Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 2016 beyonce 2Ci avrete fatto caso anche voi, no? Le backup dancer vestite da Pantere Nere (pericolosa organizzazione afroamericana, paramilitare ed estremista, attiva negli Stati Uniti dagli anni ’60 agli ’80) con tanto di saluto a pugno chiuso inserito nella coreografia; la scelta di un singolo, Formation, che sta già suscitando polemiche per il forte messaggio che invia alla polizia statunitense (le scene clou del videoclip, girato a New Orleans, includono numerose inquadrature di Beyoncé in piedi su una macchina della polizia che sta affondando e il fotogramma di un muro con la scritta “Smettetela di spararci”); la volontà di presentarsi davanti a milioni di americani sfoggiando un costume con tanto di bandoliera dorata e file di munizioni in bella vista che appare decisamente in contrasto con la mega-scritta “Believe in love” che campeggiando sugli spalti ha chiuso l’half-time show. Beyoncé la sta insomma buttando in politica (forse in vista di un ipotetico futuro elettorale?).

E vedere questa star planetaria, eletta regina di Instagram, idolatrata da generazioni di ragazzini cresciuti a pane e social network, autonominarsi leader carismatico delle folle “a favore di telecamera”, mi ha fatto capire cosa deve aver provato chi ha assistito, il 2 dicembre 1804, alla cerimonia solenne con cui Napoleone Bonaparte ha deciso di auto-incoronarsi arbitrariamente “imperatore dei francesi”.

Tra coreografie ammiccanti alle Pantere Nere, un costume con bandoliere e file di munizioni in bella vista, e un brano schierato contro la polizia, Beyoncé ha portato sul palco del Super Bowl 50 uno spettacolo aggressivo e politicizzato

Dopo l’esibizione della bella (e brava, diciamolo pure) moglie di Jay-Z, a salire sul palco è stato Bruno Mars alias Peter Gene Hernandez, artista hawaiiano che ha fatto del riciclo di sonorità tipiche dell’età d’oro del funk e del soul una ragione di vita (e di incassi multimilionari).

Per carità, io sono il primo ad apprezzare alcuni suoi brani – trovo in particolare Treasure un pezzo deliziosamente orecchiabile – ma non posso negare che la performance da lui resa sul palco del Super Bowl mi sia apparsa quantomai derivativa e “secondaria”.

Certo, il ragazzo ha talento, ma per favore, la smetta di impersonare il “Jacko de’ Noantri” con quella camminata sempre in odore di moonwalk, i ricci cotonati e gli occhialoni scuri anni ‘80.

Dei tre “spettacoli nello spettacolo” di cui si è fregiato l’intermezzo del Super Bowl 50 non me n’è piaciuto insomma nessuno.

Giovanilista, più che giovanile, quello dei Coldplay; presuntuoso, politicizzato e aggressivo quello di Beyoncè; troppo “vicario” e derivativo quello di Bruno Mars.

Per il resto, a risollevare la serata non sono bastati nemmeno i trailer proiettati durante l’intervallo, altro atteso momento di intrattenimento della grande festa a stelle e strisce.

L’unico raggio di luce nelle tenebre della futilità (vedi alla voce Deadpool, X-Men: Apocalysse, Indipendence Day: Rigenerazione e, mi dispiace, non mi ha convinto nemmeno Gods of Egypt, scusa Alex) è stato, a dire il vero, il teaser di 10 Cloverfield Lane, mystery/thriller fantascientifico prodotto dalla Bad Robots di Sua Maestà J.J. Abrams che vedremo nelle sale italiane il 21 aprile prossimo.

Dal gioco allo spettacolo, questo Super Bowl 50 mi è sembrato il riflesso involontario di un’America che ha bisogno di ritrovare la sua identità, confusa com’è da una campagna elettorale tanto imprevedibile quanto schizofrenica (io, sia chiaro, voterei Hillary) e ancora incapace di tornare ad essere la grande potenza mondiale che è sempre stata.

A salvare uno spettacolo così avaro di divertimento e intrattenimento è riuscita soltanto Lady Gaga con la sua commovente interpretazione dell’inno nazionale americano

Ma l’America è un grande Paese. Una nazione con la N maiuscola. E il Super Bowl ne è una delle tante dimostrazioni.

Soltanto, aridatece Phil Collins, Prince e Bruce Springsteen. Loro sì, sono una garanzia di qualità capace di rendere il Trofeo Vince Lombardi una delle celebrazioni più indimenticabili dell’intrattenimento Made in Usa.

Tutto il resto, come si suol dire, è fuffa.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 160207 news gaga
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images)

Ma ecco, in fondo, anche in questo noioso e politicizzato Super Bowl 50, così avaro di spettacolo e divertimento, c’è stata un’eccezione: la straordinaria performance di Lady Gaga che, in un elegante completo Gucci e con una voce che sarebbe capace di ammansire perfino Sauron l’Oscuro Signore di Mordor, ha fornito un’interpretazione intensissima e commovente di Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano. Grazie, Miss Germanotta, per aver salvato un Super Bowl altrimenti inguardabile e indigeribile.

The Visit – Recensione

A volte, il cinema e lo sport sembrano due facce della stessa medaglia. E quando penso al M. Night Shyamalan di The Visit non posso fare a meno di avere davanti agli occhi il George Foreman del 1994, pugile quaranticinquenne per tutti stanco e ormai destinato all’oblio che, a sorpresa, torna sul ring e vince il suo secondo titolo di campione mondiale dei pesi massimi annientando contro ogni previsione il più giovane, scattante e favorito Michael Moorer.

Dopo una micidiale sequenza di quattro flop consecutivi (Lady in the Water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth), molti davano ormai per spacciato il geniale autore del Sesto Senso e di The Village.  Nemmeno il successo televisivo della sua serie Wayward Pines, peraltro conclusasi dopo una sola stagione, è bastato a convincere gli scettici. In fondo, una rondine non fa primavera. Fino ad oggi Shyamalan, proprio come George Foreman, era considerato insomma un “pugile” finito, senza più energia nei guantoni. Ma con The Visit, M. Night Shyamalan mette a segno un fantastico, fragoroso comeback firmando un film geniale e inaspettato, mostrandoci una volta di più che nel cinema, come nello sport, “non è finita finchè non è finita” (cit. Rocky Balboa).

The Visit - Recensione 1728a37d 32The Visit ruota attorno alla vicenda di due fratelli, la quindicenne Rebecca e il tredicenne Tyler, ancora traumatizzati dall’abbandono del padre, un insegnante di liceo sposato con una sua studentessa che un giorno decide di mollare tutto per rifarsi una nuova vita. Rebecca e Tyler lottano con problemi di insicurezza e autostima legati alla defezione paterna. Complessata e convinta di essere brutta l’una, tanto da rifiutarsi categoricamente di guardarsi allo specchio, e germofobico l’altro, costretto a lavarsi le mani ripetutamente dopo ogni contatto con oggetti o persone.  Un giorno però, la tormentata routine familiare dei due fratelli viene bruscamente interrotta quando vengono invitati a trascorrere una settimana di vacanza a casa dei loro nonni materni, che loro non hanno mai visto e con i quali la madre Paula ha interrotto i rapporti quindici anni prima (proprio in seguito alla fuga amorosa con l’insegnante di liceo).

Incoraggiati dalla madre, che forse spera in questo modo di ricucire il rapporto coi genitori, Rebecca e Tyler accettano l’offerta e si preparano a trascorrere una settimana in una zona rurale della Pennsylvania. Già che ci sono, i fantasiosi adolescenti decidono di filmare l’intera esperienza per ricavarne un documentario. Durante la vacanza però i due anziani, che inizialmente appaiono come i classici nonni affettuosi e pieni di attenzioni (interpretati da un ottimo Peter McRobbie e soprattutto da un’eccezionale Deanna Dunagan) cominciano a manifestare comportamenti sempre più bizzarri e inquietanti, in un’escalation che trasformerà l’innocua scampagnata di Rebecca e Tyler in un vero e proprio incubo dai contorni distorti e diabolici.

Probabilmente qualcuno, per descrivere The Visit, ricorrerà a una definizione abusata come quella di “discesa negli abissi della follia”, ma io non sono d’accordo. The Visit non è una discesa, bensì un’accelerazione frontale, un decollo orizzontale verso l’horror psicologico più puro e raffinato. Quello per cui M. Night Shyamalan è uno dei pochissimi autori accreditati sulla piazza: solo lui riesce a creare film nei quali la potenza della tensione psicologica trasmessa dallo schermo si accompagna a un controllo totale del mezzo cinematografico. Potenza e controllo: viene quasi da pensare che le telecamere del regista statunitense si muovano su penumatici Pirelli piuttosto che su un normale carrello dolly.

The Visit - Recensione 8l60 tp1 00088 copyGuardando The Visit, film che appartiene al genere “found footage” (quello di Blair Witch Project e della saga di Paranormal Activity per intenderci), vengono in mente tantissime trappole in cui Shyamalan sarebbe potuto cadere. Se il regista avesse cercato di emulare i più comuni espedienti stilistici e narrativi di questo sottogenere dell’horror nato e prosperato sul dilagare delle videocamerine digitali, sulla cultura voyeuristica della reality tv e sulla paranoia dilagante tipica delle società del terzo millennio, ora staremmo probabilmente commentando uno dei tanti filmetti a base di tavolette ouija che lanciano messaggi inquietanti, camere da letto riprese di notte con la videocamera a infrarossi e cupe soffitte che si spalancano all’improvviso suggerendo la presenza di forze soprannaturali e demoniache.

E invece no: Shyamalan si serve del found footage usandolo solo come un mero formato, ripudiandone dunque i tic estetici e narrativi e schivandone le tipiche banalità di stampo esoterico. Il risultato è che The Visit non induce negli spettatori il classico mal d’auto causato da movimenti frenetici della telecamera, ma anzi offre una visione incredibilmente misurata, elegante e di carattere. La luce, o è quella naturale diurna oppure quella delle abat-jour e dei lampadari vintage collocati nella casa. In ogni caso perfetta. Mai finta o videoclippara.

the-visit-nana  The Visit - Recensione the visit nanaL’eleganza e la compostezza delle inquadrature è tale che spesso ci dimentichiamo di avere a che fare con un “found footage”. Ma il capolavoro, M. Night Shyamalan lo compie anche sul piano narrativo. The Visit ha il sapore di certi racconti di Edgar Allan Poe. Non solo perché effettivamente il regista sembra trarre un elemento cruciale della storia da una celebre short story del maestro del gotico (Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma). Ma anche perché, proprio come Poe, Shyamalan si dimostra capace di condensare l’essenza stessa del grottesco e del paradossale in uno spettacolo che genera in chi lo vive reazioni apparentemente inconciliabili e contraddittorie. The Visit suscita angoscia, inquietudine, in certi momenti perfino panico, ma al tempo stesso in alcuni momenti diverte, incoraggiando un riso spontaneo e a tratti quasi isterico. Si ride e si ha paura al tempo stesso.

Lo spettatore, comunque, è sempre spiazzato. E questo lo si deve alla classe di Shyamalan che sceglie di sviluppare la storia lungo un percorso estremamente pulito e lineare – lontanissimo dalle “bufale” a sfondo soprannaturale/satanico/spiritista sui quali si fondano molti film del genere – concentrandosi unicamente sul clima psicologico quasi “hitchcockiano” che si instaura tra i due bambini e i loro strani nonni. Infatti, nonostante la linearità e il minimalismo della trama, chi guarda non sospetta nulla fino all’arrivo dell’immancabile twist (elemento caratterizzante di tutti i film di Shyamalan). In questo, il regista de Il sesto senso sembra aver fatto sua la lezione dispensata da Poe ne La lettera rubata: l’idea cioè che il modo migliore per nascondere qualcosa sia collocandola in piena vista. Shyamalan lo fa, e i risultati sono eccezionali. Fin dalle prime scene, il regista non cerca in alcun modo di nascondere la natura assurda e grottesca della situazione che Rebecca e Tyler si trovano davanti. Addirittura, ci fornisce diversi indizi sull’origine precisa di quella situazione (i pannolini, lo strano coprifuoco, le frequenti visite di persone che menzionano in continuazione un luogo specifico). Ma noi, mesmerizzati dal fascino della mise-en-scène, completamente soggiogati dall’intelligenza della sceneggiatura, non capiamo, e brancoliamo nel buio. Fino all’infallibile, strepitoso colpo di scena. E anche qui, la maturità di Shyamalan si palesa nel fatto che, finalmente, il regista non sceglie di accompagnare lo scioccante final twist con il pur suggestivo “spiegone” conclusivo a cui ci ha abituato. No, in The Visit, lo spettatore è lasciato solo a rivivere e ripercorrere dentro di sé la successione degli eventi. E molti, una volta usciti dalla sala cinematografica, si accorgeranno di non essere più capaci di togliersi dalla testa il film per diverse ore, se non addirittura giorni.

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Primizie di stagione: la minilista di Halloween di Saito Airlines

“Buongiorno campeggiatori, camperisti e campanari! In piedi! Oggi è il 2 febbraio, è il giorno della marmotta!”

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In realtà è il 31 ottobre, Giorno di Halloween, ma avevo una gran voglia di citare il capolavoro di Harold Ramis sulla marmotta Pawxatonie Phil e le sue bizzarre predizioni meteorologiche. Torniamo a noi. Per godervi questo weekend di Halloween, i capitani di Saito Airlines vi consigliano tre film che non deluderanno la vostra voglia di brividi, specie se in compagnia.

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È stato il caso horror cinematografico dell’anno. Unfriended è un film furbo ma non truffaldino che ambienta una storia di vendetta soprannaturale tra le schermate di Skype per raccontare il vuoto della generazione degli ultimi Millennials. Quelli cresciuti sui social tra manie di esibizionismo, sesso bulimico e desensibilizzazione alla violenza. La storia è semplice: un gruppetto di amici del liceo, superficiali e anche un po’ stronzi, si dà appuntamento su Skype a un anno esatto di distanza dal suicidio di una compagna di scuola (che si era tolta la vita dopo essere stata svergognata sulla rete da un video di YouTube che ne ritraeva le gesta in un momento di ubriachezza). Per gli amici si tratta di una normale serata di cazzeggio in videoconferenza, ma l’emergere di alcuni segreti relativi al tragico gesto della compagna e la presenza online di un’entità ostile che si prepara a una sanguinosa rappresaglia trasformano la videochat in un inferno mortale. Unfriended ha un certo ritmo e riesce a tenere viva l’attenzione grazie al dinamismo con cui la regia si destreggia tra Skype, l’interfaccia di messaggistica del MacBook e YouTube per “aprire una finestra” (è proprio il caso di dirlo) sulla voragine morale senza fondo che è la vita di questi giovani bambocci privilegiati. Da Nightmare in poi, la strategia di solleticare il sadismo dello spettatore convincendolo a tifare per il cattivo di turno contro gli antipatici bellimbusti che vestono i panni dei protagonisti ha sempre funzionato.

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Babadook  Primizie di stagione: la minilista di Halloween di Saito Airlines Babadook

Film australiano che ha fatto gridare al capolavoro, Babadook è un horror “domestico” la cui protagonista è una madre stressata e depressa, alle prese con la difficoltà di gestire il figlio autistico e un inquietante mostro uscito da un macabro libro delle favole. La pellicola offre una splendida, dolorosa metafora della crisi d’identità e di certezze che ha travolto da anni la classe media occidentale. La regista Jennifer Kent ha classe da vendere, cita il cinema muto e il teatro delle ombre, rievoca l’immaginario fantastico dei prestigiatori di fine ‘800 e genera nello spettatore una sana dose di angoscia e tensione. Il tutto senza depotenziare una storia molto intelligente il cui final twist ci consegna anche una “morale” ironica e molto sottile sui paradossi della società contemporanea.

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The-Taking-of-Deborah-Logan  Primizie di stagione: la minilista di Halloween di Saito Airlines The Taking of Deborah Logan

Sono pochissimi i film capaci di restituire l’orrore del decadimento fisico e mentale associato alla vecchiaia con la forza spietata di questo horror geriatrico-soprannaturale. Il regista esordiente Adam Robitel confeziona un falso documentario (in gergo mockumentary) su una studentessa di medicina che per la sua tesi di laurea decide di filmare il graduale evolversi del morbo di Alzhaimer in un’anziana paziente, Deborah Logan, alla quale la malattia è stata appena diagnosticata. Quello che dovrebbe essere un video di stampo educational sull’impatto che la patologia degenerativa ha sull’individuo colpito e sui familiari che devono accudirlo si trasforma però in una discesa nell’abisso orrorifico della follia e della malvagità. È presto chiaro che quello di Deborah Logan non è un “semplice” morbo di Alzheimer, ma una specie di possessione demoniaca la cui origine sembra essere collegata a un orribile crimine compiuto decenni prima nella piccola cittadina di provincia in cui si svolge la storia. The Taking of Deborah Logan colpisce nel segno con spietata precisione, aderendo al registro documentarismo con coerenza impeccabile e usandolo per “vestire” una storia atroce e allucinante in grado di raggelare il sangue a ogni plot twist, trascinandoci in un vortice di malsana paranoia assieme alla bravissima protagonista.

L’Ikea diventa horror con le istruzioni per assemblare Jason e Freddy Krueger

Il bello della cultura pop è che si tratta di un grande calderone magico in cui la creatività umana può applicarsi a oggetti e situazioni del nostro vissuto quotidiano, trasformandoli e distorcendoli in modo da mostrarceli in una luce nuova e suscitare in noi una reazione, un’emozione o una riflessione. Lo sa bene Ed Harrington, artista americano la cui specialità è proprio creare illustrazioni capaci di ironizzare sui miti dell’immaginario di cui ci nutriamo attraverso tv, cinema e fumetti. Ora, Harrington ha ben pensato di focalizzare il suo sguardo sarcastico e originale su una realtà con la quale tutti noi abbiamo in un modo o nell’altro una certa familiarità: l’IKEA.

Chi di noi non ha dovuto, presto o tardi, armarsi di pazienza e affrontare le apparentemente semplici – ma invero piuttosto ermetiche – istruzioni di montaggio di un mobile IKEA? Personalmente ho trascorso diverse ore della mia vita a esaminare quei manuali con la fronte corrugata dalla preoccupazione, ruotandoli e inclinandoli in ogni direzione nella speranza che il cambiamento di prospettiva mi permettesse di raccapezzarmi in quell’assurdo intreccio di linee, angoli e piani perpendicolari.

Probabilmente sarà capitato una volta o l’altra anche all’artista americano che ha perciò realizzato una serie di illustrazioni in cui alcuni celebri “villain” del cinema ci vengono presentati con le istruzioni di montaggio proprio come se si trattasse di un mobile IKEA: Jason Voorhees di Venerdì 13, Freddy Krueger, Beetlejuice, Chucky la bambola assassina, il Cenobita di Hellraiser, il Brundlemosca del noto film di David Cronenberg, Alien, il centipede umano, Edward mani di forbice, l’inquietante Samara di The Ring e il feroce Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti vengono così reinventati in chiave minimal, come veri e propri oggetti di design.

Persino i loro nomi vengono adattati per acquisire quel suono nordico e, diciamocelo, un pò pretenzioso che accompagna molti mobili IKEA (da Krugr a Bufalöbil con tanto di dieresi!). Naturalmente, nel caso di questi villain, i diagrammi che di solito ci presentano le fasi di montaggio e assemblaggio del mobile vengono sostituiti da spassosi pittogrammi che rievocano caratteristiche particolari dei cattivoni in questione nonchè il loro ruolo narrativo nelle opere di appartenenza. E così una videocassetta, un pozzo e un televisore saranno gli strumenti necessari per “assemblare” Samära; per realizzare Hüman Centipëde bisognerà invece armarsi di tanto nastro adesivo, bisturi e una buona puntatrice; mentre un guantone munito di artigli, un uomo in fiamme e un maglione a righe con tanto di malconcio cappello fedora daranno vita a Krugr. Per ammirare queste e altre opere di Ed Harrington, potete visitare il suo sito ufficiale.

 

 

Fury - recensione

Fury – Recensione

Dalle strade violente di L.A. alla Germania dilaniata dalla guerra mondiale e prossima alla resa, David Ayer continua a scavare nelle sue e nelle nostre ossessioni con l’infallibile modus operandi di un esperto anatomo-patologo.

Fury è una diabolica incursione negli orrori della guerra e nella violenza che ne rappresenta l’unica possibile cifra distintiva, un valzer lungo i cerchi inferiori dell’Inferno condotto con la mano ferma e il senso del ritmo di un autentico direttore d’orchestra.

Jon Bernthal in una scena di Fury  Fury - Recensione fury jon bernthalPoche settimane fa abbiamo ammirato nei cinema Mad Max: Fury Road, folle miraggio post-apocalittico costruito come una gara di velocità imbastita su un rettilineo desertico e rovente, un percorso innaffiato di sangue e benzina da una tribù di psicopatici a bordo delle loro auto “pimpate”.

E ora quella parola, Fury – quattro lettere capaci di condensare un intero universo di rabbia, follia e violenza – torna protagonista di un altro film.

Anch’esso costruito come una “corsa” forsennata su un rettilineo immaginario: questa volta però il veicolo scelto non è il temibile war rig guidato dall’Imperatrice Furiosa ma il più modesto e ammaccato carrarmato M4 Sherman condotto dal sergente americano Don “Wardaddy” Collier (Brad Pitt, la cui somiglianza con il tenente Aldo Raine di Bastardi senza gloria sfuma per fortuna dopo mezzo secondo e un sorriso fugace) assieme al suo equipaggio di coriacei militari.

Costretti a fronteggiare i più massicci, meglio corazzati e più pesantemente armati Panzer VI Tiger I teutonici, Don e i suoi si trovano a compiere micidiali missioni di copertura delle truppe alleate in un teatro di guerra pullulante di reparti dell’esercito regolare tedesco e di letali divisioni delle Waffen-SS.

Ma se Mad Max: Fury Road è un action lisergico e adrenalinico dai contorni steam-punk, il Fury di David Ayer trova senza dubbio la sua perfetta collocazione in una dimensione da film western.

La ricerca di redenzione in un mondo piegato all’orrore, l’importanza della solidarietà tra compagni e di un codice d’onore come unica ricetta di sopravvivenza, lo sguardo crepuscolare e dolente del sergente/sceriffo interpretato da un gigantesco Brad Pitt sono alcuni degli elementi che fanno di Fury uno spettacolo toccante, scioccante e profondo.

Tra i motivi per ringraziare David Ayer c’è il non essersi voluto accontentare di un film “di plastica”: infatti Fury è forse il più realistico film di guerra mai realizzato. Il primo a utilizzare un autentico carrarmato Tiger realmente funzionante fin dal lontano 1946 (si tratta del Tiger 131 prestato dal Bovington Tank Museum, istituto inglese situato nel Dorset).

Il carrarmato M4 Sherman protagonista di Fury  Fury - Recensione 2684062 furyIl primo, a quanto mi risulta, a costringere i protagonisti a un addestramento massacrante: per quattro mesi, Brad Pitt e compagni hanno dovuto sopportare un programma che ha previsto tra le altre cose un boot camp condotto dai Navy SEAL e un consistente periodo di tempo trascorso all’interno di un vero carrarmato M4 dove gli attori hanno dovuto mangiare, dormire e perfino fare i loro bisogni.

Tutto questo ha consentito loro una performance eccellente in termini di realismo e credibilità (e vi prego, non ditemi che avrebbero potuto ottenere lo stesso risultato semplicemente studiando un copione).

La carriera artistica di David Ayer, ex militare di marina, è cominciata a bordo di un sottomarino con U-571, si è evoluta lungo le strade di Los Angeles con Training Day e ora raggiunge la piena maturità nell’angusto abitacolo di un battle tank.

In Fury però non è tanto il senso di claustrofobia che regna all’interno del mezzo a fare la differenza, quanto piuttosto l’isolamento psicologico dal mondo esterno che accomuna i suoi passeggeri.

Fury- Recensione  Fury - Recensione Fury HDon “Wardaddy” Collier (Brad Pitt), Boyd “Bible” Swan (Shia LaBeouf), Trini “Gordo” Garcia (Michael Peña), Grady “Coon-Ass” Travis (Jon Bernthal) e il nuovo arrivato del gruppo, il “novellino” Norman “Machine” Ellison (Logan Lerman), sono legati da un esprit de corps che rasenta il culto religioso, un sentimento suggellato dai salmi dispensati in continuazione dal fervente “Bible” Swan e scandito dai boati dei proiettili da 75mm ad alto potenziale che bucano il paesaggio.

È questo legame l’anima di Fury, il filo di Arianna che serve a noi spettatori per trovare l’uscita del labirinto di sangue, corpi carbonizzati ed edifici sbriciolati nel quale si svolge il film.

E ancora una volta, l’atmosfera western prende il sopravvento. L’onore, il sangue, la fede, l’amicizia. Un vero e proprio crescendo introdotto dalla scena iniziale, pervasa di lirismo e senso di innocenza perduta, con lo splendido cavallo bianco che Don sottrae a un ufficiale tedesco per poi lasciarlo libero a sfilare tra le rovine fumanti di un paesaggio talmente sfigurato dalle bombe da sembrare un panorama alieno.

Un’epica escalation che culmina nell’O.K. Corral di fuoco, piombo e morte di cui Wardaddy e i suoi saranno i fatidici protagonisti. Un chiaro omaggio a Sam Peckinpah, re del western statunitense, e al suo capolavoro Il mucchio selvaggio, con Brad Pitt a vestire i panni del leggendario William Holden.

È superfluo sottolineare che Fury non è soltanto il film della maturità di David Ayer ma anche la pellicola che iscrive definitivamente Brad Pitt nell’Olimpo delle leggende hollywoodiane al pari di James Stewart, Gregory Peck e Paul Newman.

Qui, la statura artistica del protagonista di Seven, Fight Club e di L’arte di vincere raggiunge il suo apice. La sua figura maestosa si staglia nel fumo delle esplosioni, immune al puzzo penetrante di cordite che si insinua nelle narici, svettante nell’apocalisse dei proiettili perforanti sparati dai cannoni dei Panzer Tiger. Con la bravura e il carisma di un asceta, di un eroe, e infine di un attore che ha scelto di mettere da parte gli inutili vezzi della celebrità per diventare un’icona intramontabile.

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Unfriended, lo spaventoso horror in cui la morte corre su Skype

Unfriended, lo spaventoso horror in cui la morte corre su Skype

Ci avete fatto caso? Il 90% delle volte i protagonisti dei film dell’orrore sono giovani. Liceali, universitari, cheerleader, babysitter, atleti, celebrità in erba, buttafuori, zarri di periferia, nerd, alternativi, fighetti o fricchettoni. Sono sempre loro – con la loro voglia di esplorare il mondo, di tuffarsi a capofitto nelle situazioni e di divertirsi come matti – a cacciarsi nei guai. E a fornire a tutte le leggende urbane, a tutti i racconti dell’orrore da campeggio e a tutti i meme terrificanti diffusi sui social network la materia prima di cui hanno bisogno.

Trattando quasi esclusivamente di giovani – che sono i trendsetter per eccellenza – il cinema horror è anche puntualmente il pirimo a ironizzare, riflettere e raccontare nuovi costumi, nuove tecnologie e nuove mode che attraversano la società. Non c’è da sorprendersi dunque – e anzi, forse arriva anche con un po’ di ritardo – se sta per uscire al cinema il primo film horror girato interamente attraverso videochat di Skype. A ll’inizio degli anni 00 era stato l’horror giapponese The Call a fare il verso a quella che all’epoca era la novità tecnologica per eccellenza, il telefonino.

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The Call: telefonini mortali

Poi, più avanti, la saga di Paranormal Activity ha voluto giocare con l’ormai inarrestabile boom dei “camcorder”, videocamere piccole compatte economiche e digitali, che ci ha reso possibile riprendere e condividere ogni istante delle nostre giornate cambiando così il nostro modo di vivere e raccontare la quotidianità. Con Open Windows, il brillante regista Nacho Vigalondo ha costruito un film interamente raccontato attraverso schermate del computer.

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Smiley: un simpaticone a piede libero.

Di recente, il mediocre Smiley ha anch’esso tirato in ballo il mondo delle videochat per raccontare la storia di un mucchio di studenti svampiti e poco perspicaci terrorizzati da un mostro che si materializza durante una conversazione quando si digita sullo schermo per ben tre volte “I did it for the lulz”. Lo ha fatto però in modo convenzionale, banale, standard. Invece Unfriended, a prescindere dalla sua qualità, che potrà essere verificata soltanto al momento dell’uscita nelle sale, può già fregiarsi del primato.

Quello, per l’appunto, di essere il primo film interamente raccontato attraverso sessioni di videochat su Skype. Tutta russa la produzione del film. Finanziato dalla società moscovita Bazelevs Production, è diretto dal pressochè sconosciuto Levan Gabriadze (regista nel 2011 di una commedia romantica la cui unica nota familiare al pubblico occidentale è la partecipazione di Milla Jovovich) e supervisionato dal Timur Bekmambetov di Wanted.

Inizialmente, Unfriended doveva intitolarsi Cybernatural, ma alla fine la produzione ha optato, perlomento sul mercato USA, per il titolo attuale. Il film uscirà nelle sale a stelle e strisce il prossimo aprile, portando sullo schermo una storia di vendetta del tipo “so-cosa-hai-fatto” aggiornata secondo i lunguaggi e i canoni della generazione dei Millennials.

Eccovi, qui sotto, il trailer: