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Arrival – Recensione

Quando ci si avventura fuori dal linguaggio tipico dei blockbuster i problemi non sono affatto risolti, anzi spesso sono appena cominciati. Andiamo con ordine, ma inziamo col dire che Arrival, il nuovo film di Denis Villeneuve, non è ciò che credevamo. Un po’ come per le astronavi del film, occorre tempo per capire confini e funzionalità di questo particolare oggetto di cinema.

Perché particolare lo è, non c’è dubbio. Basta vedere che impianto visivo esangue è stato adottato per raccontare la storia, spesso vicino al bianco e nero, e subito siamo lontani dalla sci-fi tipica hollywoodiana, quella dove tutto si vede bene, le luci sono sempre quelle giuste, i colori dominano la scena e ogni momento qualche prodezza in CGI riempie lo schermo. Arrival non è di quella pasta lì.

E lo ribadisce con tale convinzione che, oltre a prenderne nota, viene da chiedersi quale sarebbe stato il problema se fosse stato più canonico. Senza essere pedissequo alla formula, ma senza neanche fuggirla così decisamente. Arrival non usa gli spiegoni ma la fotografia, il montaggio e tutto ciò che di più cinematografico riesca a trovare per veicolare i suoi contenuti. In questo è solo da encomiare. Ma molte scene del film sono scurissime, e viene da chiedersi perché. Perché non possiamo vedere facilmente una scena semplice come quella in cui Louise (una sempre ottima Amy Adams) e Ian (Jeremy Renner) chiacchierano di sera sotto l’astronave aliena?

Capisco la scelta visiva raffinata, stilizzata e rigorosa, è un approccio d’autore. Ma non bisogna esagerare. Bradford Young è il direttore della fotografia in questo caso, ma il collaboratore abituale di Villeneuve è il grande Roger Deakins, e il suo lavoro non è mai così privativo, pur essendo considerato magistrale, e a buon diritto. Deakins mette tanta personalità nella sua fotografia, ma sempre corretta da un certo grado di piacevolezza dell’immagine.

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Non è furbizia, ma un correttivo necessario per trovare un equilibrio, perfino in film dal contesto agghiacciante come Prisoners e Sicario Villeneuve lascia entrare più luci e colori che in Arrival. Sembra una divagazione tecnica, ma non lo è: in Arrival parlare dell’impianto visivo è parlare del film stesso. Ma ci sono anche altre questioni.

Il primo tempo è troppo lento. Le sedute di comunicazione tra umani e alieni sono troppo simili tra loro e di contro mancano dinamiche realmente avvincenti tra gli umani stessi nelle pause, come mancano soluzioni narrative, sbalzi, crescendo. Nel gran finale, quello sì un capolavoro a se stante, c’è un tale uso delle immagini e del montaggio da chiedersi perché quel genere di brividi non sia pure nella prima parte, magari in scala ridotta e con funzione più propedeutica, ovvio. È una storia interessante narrata con una ricerca quasi ossessiva del minimalismo, anche quando l’effetto è spesso una visione castigata per il gusto di esserlo.

Arrival sembra preoccupatissimo di non essere mainstream e spinge troppo sul versante opposto. Se non c’è una vera ragione per essere così minimal, allora puoi esserlo un po’ meno. In questo modo non si rischia di sminuire un secondo tempo interessante e un ottimo finale. Un’opera deve avere un suo ritmo, non solo in termini di azione ma di coinvolgimento. Siamo davanti a un film pieno di personalità, interessante, con alcuni momenti altissimi; ma nel complesso c’è più preoccupazione per lo stile che per lo spettatore. In Contact e Interstellar, giustamente spesso usati come termini di paragone, c’è molta più vitalità, più materiale ordinario con cui relazionarsi per sostenere tutte le acrobazie concettuali e narrative che vengono dopo.

Prisoners è la dimostrazione di come il talento indiscutibile di Villeneuve raggiunga il top dell’espressione all’interno di uno schema più connesso con la narrativa popolare, per cui il prossimo Blade Runner 2049 sembra l’appuntamento perfetto tra queste due anime del suo cinema. Arrival non ci dice niente su come sarà la tanto attesa prossima opera di Villeneuve, ma dopo un passo così autoriale sembra lecito aspettarsi un fisiologico e ragionato rientro in certi schemi, che potrebbero essere l’unico modo di affrontare una sfida di tale portata.

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Arrival Denis Villeneuve Blade Runner 2

Cosa aspettarci da Arrival di Denis Villeneuve, con un occhio a Blade Runner 2

Che Arrival non sia il solito film di fantascienza super carrozzata si capisce al primo sguardo: le tute che indossano i protagonisti sono sacchi arancioni informi, l’astronave aliena è un dirigibile verticalizzato, così essenziale nella linea da non lasciare alcun appiglio per gli occhi. Ma come avete reagito al trailer? Io l’ho trovato deludente. Il nuovo film di Denis Villeneuve, regista di Prisoners e Sicario, uno che quando mette mano a un nuovo progetto si alza il vento tutto intorno, rivolge il suo sguardo alla fantascienza umanistica, come Contact o Interstellar, ma quello che abbiamo visto finora è solo una sequenza di scene e parole, montate insieme a oltranza, che non riesce a trasmettere la tensione che vorrebbe. Ma 15 recensioni sono già uscite, e Rotten Tomatoes assegna ad Arrival un bel 100% di consensi. L’unanimità.

Non che uno debba vederci chissà cosa in questi punteggi, a fine corsa potrebbe essere un altro film ordinario che vanta una ricezione più o meno positiva molto diffusa, come Mud o Captain America: Civil War; quello che conta è la media dei voti, se uno proprio vuole farsi un’idea dell’accoglienza.

Statisticamente è difficile che le cose rimangano così, ma vale per tutti i film (o quasi). Poco importa. La cosa bella è che Villeneuve abbia scelto una storia e una messa in scena molto sobrie, e che abbia la possibilità di dimostrare ancora una volta come gli eccessi di mezzi e CGI siano quantomeno inutili a fare grande Cinema e grande intrattenimento. Certo, bisogna stare attenti a non sbracare nel mattone d’autore.

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C’è qualche altra ragione particolare per augurarsi che Arrival sia bello? Di più, che sia eccellente, interessante, innovativo ma comunque di grande intrattenimento? Certo. Non solo perché significherà uscire dalla sala gasati a bomba, ma anche perché, mentre scrivo, Villeneuve sta girando Blade Runner 2, e lo sapete che significa: il progetto più ambizioso e più strano di Hollywood e dintorni degli ultimi anni (tanto da lanciare un messaggio forte anche solo come intenzione), la sfida più calda dell’immediato futuro, l’allineamento di talenti che tutti aspettavamo, la reunion dei Beatles.

Per cui sapere che il regista è in buona proprio con lo sci-fi sarebbe un gran conforto. Dico sarebbe, perché voglio vedere coi miei occhi prima di sbilanciarmi. Perché Blade Runner 2 può venire fuori in mille modi diversi, ma il presupposto può essere uno solo: un approccio speciale, sperando che Villeneuve e soci abbiano scelto quello giusto.

E se Arrival sarà effettivamente bello probabile che il problema sia uno solo: il trailer, così sequenziale e pieno di trama, vuole attirare l’attenzione del grande pubblico, che spesso in effetti considera la trama la cosa più importante; ma il film intero è destinato ad andare oltre, con una dimensione più astratta che semplicemente ancora non si riesce a vedere. Lo scopriremo presto, Arrival esce il 24 novembre.

Westworld

Serie di questo mondo e dell’altro: arriva Westworld

Uomo o macchina? Questo è il problema. Nella fantascienza lo è sempre stato, Inutile ribadire che questo topic non passerà mai di moda. Oggi non andiamo neanche in bagno senza uno smartphone, non occorre che ve lo dica io. Il punto della narrativa sci-fi non è se sia un problema convivere con la tecnologia, ma fino a quando la tecnologia accetterà di stare sottomessa.

Un tema che si può trattare in modo sempre più convincente, questo sì. Senza farla tanto lunga, quello che si vede di Westworld, serie basata sul film Il Mondo dei Robot del grande Michael Crichton, è esattamente quello che ci vuole per una storia realmente ambiziosa. Uno spazio fisico molto vasto inquadrato senza limiti, grandi scene in cui sembra di sentire il vento, sperando che l’ambizione non si traduca in trama ultra complicata e piena di spiegoni.

Così a occhio, la serie sembra avere quel tipo di comfort paradossale alla Blade Runner, per cui ti ritrovi ipnotizzato da uno scenario che non dovresti mai desiderare. Westworld racconta di un parco a tema in cui l’intrattenimento della gente è affidato a dei robot con sembianze umane… Due righe, e potenziale sufficiente per spingere il racconto in tante belle direzioni, tutte interessanti. Praterie western, luci al neon, un paese dei balocchi fatto di opposti che coincidono e la cui pericolosità viene voglia di constatare di persona.

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Westworld potrebbe andare a riempire uno slot al momento per lo più vuoto: quello di una storia con un’ambientazione speciale in grado di unire fantascienza nobile e concettuale a quella super accessoriata e sensoriale, con grande cura per l’atmosfera e la confezione, che poi a questi livelli non è più solo confezione ma contenuto essa stessa.

Il trailer è molto bello, ma soprattutto lascia presagire una longevità e un respiro che staccano nettamente il prodotto dalla media. Di serie tv ne abbiamo tante, ma la maggior parte non è fatta per lasciare il segno. Westworld invece è prodotta da J.J.Abrams e scritta e diretta in parte da Jonathan Nolan, due firme tra le più prestigiose dei nostri tempi. In pratica ci sono le premesse per un incastro ossessivo nelle nostre top five. Lo stesso Nolan ci fornisce la stazza del progetto, quando dice che è come mettere insieme Alien, Gli Spietati e I Giorni del Cielo. Il tutto in dieci ore, e con le serie di simile durata la HBO ha già dimostrato ciò di cui è capace, vedi alla voce True Detective.

In più, davanti alla telecamera una squadra di un certo livello: Anthony Hopkins, Ed Harris, Evan Rachel Wood, per citarne alcuni, hanno le facce giuste per portarci ancora una volta tra le pieghe del dilemma tra natura e intelligenza artificiale, in questo caso intesa anche come via della perdizione e perdita dell’innocenza, o di ciò che ne resta. Un cast abbastanza forte da creare un sistema complesso, fatto di interazioni vincenti, un vero magnete per l’interesse del pubblico.

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Un po’ come raccogliere la sfida dei colossi di un genere, salire sul ring con Terminator o lo stesso Blade Runner, all’ombra del sempiterno 2001 Odissea Nello Spazio. Sto parlando delle specifiche del racconto perché in realtà il concetto di base, l’influenza della tecnologia sul nostro mondo a tanti livelli, non è più fantascienza già da un pezzo.

Però, ecco, auguriamoci che per quanto l’impianto si faccia fantasioso e bizzarro, anche in modo positivo, la scrittura dei personaggi conservi sempre un che di naturalistico e familiare. Che non si tratti di uno di quei prodotti in cui per esprimere, che so, il senso di solitudine, devi inquadrare il cielo per mezz’ora senza che succeda nulla o far parlare tutti col contagocce per far sentire il vuoto esistenziale che rintocca sullo sfondo.

Ci sono altri modi più elettrizzanti e incisivi, e più economici. Il cuore della macchina dev’essere sempre umano, altrimenti scatta la noia. Ovvio che non va bene neppure la seriaccia action che spreca tutti gli spunti più intelligenti in raffiche di inseguimenti, sparatorie e scazzottate, ma a occhio quel pericolo pare già scongiurato. Autunno, arriva presto.

Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII

Devo ammettere che il mio interesse per il nuovo corso di Star Wars si è affievolito dopo la visione de Il Risveglio della Forza. Non perché non sia stato all’altezza delle mie aspettative, tutt’altro ma, come un marinaio dopo lunghe odissee, mi interessava solo rivedere terra all’orizzonte, non esplorarla. Episodio VII, diretto da J.J. Abrams, è stato un decollo di successo, ha riacceso il fuoco, ha riaperto i giochi. Ma per quel che mi riguarda, soddisfatto a fine visione, li ha anche chiusi.

Il solito discorso, se una saga ha troppi film in programma io perdo interesse. Ora, Episodio VIII sarà scritto e diretto da Rian Johnson. Non mi era dispiaciuta la notizia, ma neppure aveva modificato la mia attitudine. Per me la sfida era circoscritta al nuovo inizio. Poi ho rivisto Looper, al momento l’ultimo film di questo giovane e talentuoso regista, e ho capito che il suo nome non è stato solo una scelta opportuna, ma vincente, suggestiva, stimolante.

Looper è fantascienza di alto livello che abbraccia il noir e il western a seconda dei momenti, e vedere una simile antologia del Cinema americano riprodotta e integrata all’interno di uno Star Wars sarebbe un sogno senza ritorno. Non c’è falla di sceneggiatura che possa affossare un prodotto così umanistico e avvincente, di così ampio respiro. Non è la trama in sé a rendere grande un film, ancora meno se ogni scena è lavorata con calma e cura, ancora meno se i personaggi parlano ma non straparlano: quando entra in scena Emily Blunt, per l’occasione bella fino allo stordimento, che si siede in veranda e finge in silenzio di fumare una sigaretta lo spettatore capta qualcosa che è più di un’informazione, qualcosa di non necessario, quindi un regalo, uno dei tanti che Looper contiene.

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Quanto è bello giocarsi un film tra attori di questo calibro. Joseph Gordon Levitt e Bruce Willis si dividono lo stesso ruolo e proprio per questo la loro mancanza di empatia reciproca è un paradosso da cui si esce lobotomizzati; nessuno prevarica nessun’altro e tutti servono il film, dando il meglio possibile. Violenza, spettacolo, atmosfera, e l’attitudine a rendere i personaggi indispensabili, a farci tenere a loro, a creare piccoli momenti caratteristici. Looper non va mai in overdose di plot, lasciando tempo ai dettagli per emergere mano a mano che la storia, e soprattutto il mood, li richiedono.

Il passo da Looper, o anche Brick (suo primo lungometraggio), a Star Wars è così grande che non può non venire la curiosità di sapere come si risolverà. Voglio dire, Abrams ha talento ma veniva comunque dagli Star Trek, qui invece nessuno ha mai visto Johnson alle prese con una produzione stratosferica, ed è molto difficile credere che si lascerà alle spalle tutta questa sua ingombrante autorialità. Inoltre, il secondo capitolo di una trilogia spesso è quello in cui si ha più libertà creativa, e a volte diventa il più dark: pensate a Indiana Jones, a Ritorno al Futuro e al Cavaliere Oscuro. Johnson è ancora di più l’uomo giusto al posto giusto.

Ciò non significa che sia in ansia per Episodio VIII. Il mi distacco è rimasto invariato, con la differenza che ho gustato più a fondo un film che avevo già visto ma di cui non avevo apprezzato a pieno tutte le qualità. Quindi no, non sono un fan di Star Wars, ma per assurdo credo fermamente che dopo l’ottimo capitolo di Abrams ci aspetti con tutta probabilità il vero gioiello della saga, quello da tramandare ai posteri prima di ogni altro, quello che sarà salutato come un capolavoro e premiato da critica e pubblico al di là di ogni ragionevole dubbio. E io lo guarderò come un film unico, in tutti i sensi.

Star Wars Episodio VIII  Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII Joseph Gordon Levitt in Looper

Sopravvissuto – The Martian – Recensione

Prima di bollare Sopravvissuto – The Martian come semplice “buon intrattenimento” pensateci due volte. Il nuovo film di Ridley Scott, infatti, possiede una lezione validissima a proposito del Cinema. Ovvio che nulla vi vieta di fermarvi in superficie, uno strato che ripaga ampiamente del prezzo del biglietto già per conto suo. Ma se per caso vi sentite intrepidi e volete ficcare la testa sotto sbam! Potreste trovare l’oro.

Qualcuno dice che The Martian sia un film ottimista, allegro. Vero. E sembra quasi che il motivo principale per apprezzarne il tono sia che di film così, che non siano sciocchi baracconi o commedie demenziali, non se ne fanno più molti. Ma il punto è che state trascurando la vera marcia in più che il buon Ridley Scott ha innestato solo per noi: scegliere l’attore giusto, affidargli il mood giusto, ed evitare di inserire sfumature e scavi psicologici non necessari, insomma la lezione a cui accennavo: il mondo è pieno di film e non tutti i film devono fare sempre la stessa cosa.

2975621700000578-3116039-image-a-36_1433798466248  Sopravvissuto - The Martian - Recensione 2975621700000578 3116039 image a 36 1433798466248

Da buon racconto incentrato sul “come” e non sul “cosa”, The Martian prende un carattere che rimane identico dall’inizio alla fine e lo trasforma nel Matt Damon Show, mettendo in scena il piacere di raccontare e di interpretare uno stato d’animo in cui tutti possono riconoscersi, anche senza essere dispersi su Marte senza provviste. Basta quel poco di fantasia, scorporare il messaggio dal contesto e portarselo a casa nella propria realtà. Appropriarsi di quello spirito e viverlo in prima persona, qualunque sia il problema che abbiamo, trovando il nostro modo di “piantare patate”.

Per la bontà dell’esecuzione, The Martian potrebbe tranquillamente essere il film che mette d’accordo tutti, ma è qui che scattano i problemi che in realtà non esistono: sì, è vero che i personaggi sono stereotipi e i cattivi sentimenti sembrano banditi per legge; e sì, è vero che nelle pur belle panoramiche di Marte e nella sua resa c’è sempre un’aria da spot di qualche profumo griffato, ed è anche vero che lo Spazio è meno vertiginoso e materico che in Gravity e Interstellar. Ma la realtà è che non eccellere su tutti i fronti non è affatto un problema.

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Il focus del film è tutto attorno al personaggio di Matt Damon e alla complicità che instaura con lo spettatore, un circolo virtuoso che cresce di intensità senza incertezze per tutte le due ore e venti, quando è notorio che minutaggi così consistenti mettono a dura prova la tenuta di nove film su dieci. Già solo per questo The Martian meriterebbe un occhio di riguardo.

Quindi riposo, è il momento di godersi un film spettacolare, guascone e sentimentale, in una confezione pregevole e con un protagonista che più azzeccato non si può, e se proprio morite dalla voglia di sapere quanto sarà importante per la storia del Cinema cercate almeno di rinviare il momento della risposta. Torneremo sulla questione senza fretta, magari tra un centinaio d’anni.