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The Monster, nuovo film horror di Bryan Bertino

The Monster, il trailer del nuovo horror di Bryan Bertino sul mostro nel bosco

Dopo il 2008, anno di uscita del suo capolavoro The Strangers, ammetto di aver perso un pò di vista Bryan Bertino.  E forse non solo io, se è vero che dopo quel folgorante esordio (The Strangers è una cavalcata mozzafiato tra stilemi tipici dello slasher horror, rivisitati con intelligenza, e dinamiche thriller congegnate per funzionare con perfetta puntualità), lo stesso regista texano sembra aver perso un po’ il filo del discorso. Due anni fa Bertino ha diretto Mockingbird, found footage horror a base di clown sadici, universitari annoiati e videocamere portatili; interessante ma in qualche modo incompleto. Poi, eccolo apparire in veste di prodottore con un paio di film, uno dei quali – Stephanie – deve ancora uscire. Non certo un crescendo incalzante, insomma.

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Ora però, Bertino potrebbe avere in mano il lancio di dadi risolutivo, quello della svolta. Si tratta di The Monster (prima noto come There Are Monsters), film che uscirà negli USA a novembre (non si sa per ora quando potremo vederlo qui da noi) e che sembra voler riscoprire – con sguardo bertiniano – il terrore ancestrale del mostro nel bosco. Un filone che, dagli avvistamenti del Chupacabra all’instancabile fascinazione per il mostro di Lochness, ha percorso in lungo e in largo la storia antica e recente della cultura pop. La premessa di The Monster, semplice quanto il suo titolo, ci mostra un’auto con a bordo due donne – madre e figlia – che percorre a tarda notte una isolata strada di campagna.

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A un tratto, un guasto improvviso costringe le due viaggiatrici a fermarsi. E mentre cercano aiuto, madre e figlia si rendono conto che qualcosa è in agguato tra gli alberi, una creatura primordiale già impegnata in un diabolico gioco al gatto e al topo. Presupposti molto scarni, dicevamo, e in base ai quali è difficile capire se abbiamo a che fare con un exploit dai toni inevitabilmente trash o una gemma scintillante di suggestioni pop. Io, di Bryan mi fido e quindi propendo per la seconda opzione. Gli attori sono Zoe Kazan, Ella Ballentine e Scott Speedman, quest’ultimo uno dei protagonist di The Strangers. Un segno che è decisamente di buon auspicio. Qui sotto il trailer ufficiale.

L’inarrestabile M. Night Shyamalan: dopo il trionfo con The Visit ecco il nuovo horror Split

È dall’uscita di The Visit che inneggio forsennatamente al ritorno del grande M. Night Shyamalan. Più che di un ritorno, si tratta a mio parere di una vera e propria resurrezione. Dopo l’incredibile filotto di imbarazzanti flop inanellati dal regista di nazionalità indiana-americana tra il 2006 e il 2013 (ripetiamo insieme: Lady in the Water, The Happening, The Last Airbender e After Earth, arrghhhhh), il buon vecchio M. Night sembrava davvero spacciato.

E anche io, suo fan di vecchia data, non potevo fare a meno di sentire echeggiare nella mente le parole profetiche di Marcellus Wallace in Pulp Fiction (lui parla di pugili ma si può applicare tranquillamente a qualsiasi campo professionale): “Vedi, questa attività è stracolma di stronzi poco realisti che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così”. Insomma, devo ammettere che anch’io, come tanti, mi ero ormai rassegnato all’idea che il culo di M. Night Shyamalan fosse diventato aceto.

Ma poi con il capolavoro The Visit ho dovuto ricredermi, avendo dinanzi agli occhi la prova che il culo di M. Night non è aceto, au contraire, è un pregiatissimo Chateau Lafite d’annata. Ma come? La prima cosa che mi è venuta da pensare è che M. Night abbia applicato alla lettera l’appello che Marcellus Wallace rivolge, in chiusura di conversazione, al pugile Butch Coolidge: “È l’orgoglio che ti blocca il cervello e te lo mette nel culo. Mettiglielo tu nel culo. L’orgoglio fa solo male. Non aiuta, mai! Supera certe cagate.”

Eh sì, la visione di The Visit fu la prova lampante che M. Night Shyamalan aveva decisamente “superato certe cagate” ed era tornato a fare sul serio. E ora, il trailer della sua nuova fatica Split mi conferma che il nostro eroe sta continuando in questo rinato e glorioso percorso all’interno del cinema americano. L’idea del film è incentrata su un tizio, interpretato da James McAvoy che bisogna dirlo ha una discreta cartola, il quale è affetto da un devastante disturbo dissociativo dell’identità. Nello specifico, sono ben 23 le personalità che lo abitano e che non lo lasciano stare. Al punto da convincerlo a rapire tre adolescenti indifese per dare sfogo alle sue psicosi incontrollabili.

Bene, diciamo subito che il film parte da una premessa discretamente cool. E vedere il trailer in cui McAvoy interpreta con disinvoltura uno psicopatico dall’aria insopportabilmente perfezionista, una distinta signora di mezz’età e un giovane campeggiatore dall’aria simpatica, non può che riempire di entusiasmo, aspettativa e stima per il “born again filmmaker” M. Night Shyamalan.

Belle sensazioni, che vengono rafforzate dal fatto che il team alla base di Split è lo stesso di The Visit (su tutti il produttore Jason Blum, un signore che per la cronaca ha fondato una delle case di produzione horror più cool in circolazione, la Blumhouse). Qui sotto potete vedere il trailer. E ora alziamo tutti insieme i calici per brindare al ritorno del grande M. Night.

 

Blair Witch 10 Cloverfield Lane

Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei “sequel a sorpresa”

In che modo Internet e i social influenzano il Cinema? Semplice, coinvolgendo il pubblico in tempo reale in ogni fase della lavorazione, aggiornandolo e assorbendone le reazioni, una nuova gestione “democratica” di proprietà intellettuali (Superman, Star Wars, Star Trek e ogni altro mito pluridecennale fondato su carta o su schermo) che legalmente appartengono a pochi ma idealmente tutti sentono proprie. Ma è un bene?

Non tanto. Se parliamo di film making io sono per un assolutismo moderato, dove il regista/autore è il sovrano che dialoga sì con la produzione (a volte è chi ci mette i soldi che salva un titolo da derive artistoidi) e cerca di colpire il pubblico, ma accettando l’idea che il prodotto non potrà piacere a tutti, anzi, che non deve neanche provarci. Altrimenti è come un aereo in cui anche tutti i passeggeri vogliono tenere una mano sulla cloche: come credete andrà a finire?

Intanto che in cabina di comando ci vorrà un bel po’ di deodorante, ma poi gli esiti possibili sono due: o l’aereo si schianta oppure sta su, ma senza andare in alcuna direzione precisa, e le mie fonti mi dicono che il carburante non ha l’abitudine di durare in eterno. Ed ecco che salta fuori che The Woods, horror annunciato più di un anno fa, da pochi giorni si è rivelato come un sequel di The Blair Witch Project, il fenomeno che ha dato la stura a tutta la corrente found footage che parte da fine anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" 1

The Blair Witch Project, oltre a sdoganare un cinema di intrattenimento dalla confezione molto casual era un film che funzionava bene. Un congegno a tensione fatto con due soldi, una camera a mano, un bosco e tante urla, nonché uno smodato ma vincente ricorso al vedo/non vedo (con netta prevalenza del secondo). Se il nuovo episodio, intitolato semplicemente Blair Witch, si può permettere di calare le carte e reclamare solo a ridosso dell’uscita lo stemma del casato, allora forse anche altri tipi di produzione potrebbero seguire l’esempio.

Dopotutto è quello che hanno fatto anche con 10 Cloverfield Lane, che solo in corsa è diventato membro della famiglia Cloverfield (prima si intitolava Valencia), continuando però a centellinare le informazioni da diffondere. Il fatto che siano entrambi prodotti a budget medio basso potrebbe far pensare che ai blockbuster questa mentalità resti estranea, se non fosse che dietro Cloverfield c’è J.J.Abrams, uno dei nomi più grossi di Hollywood, e un possibile link col circuito delle mega produzioni.

Si potrebbe obiettare che i primi fautori della “lavorazione di massa” siano… tutti i cittadini del pianeta: i blockbuster usano spesso grandi set all’aperto, trasformando qualunque passante in ogni angolo del mondo in un fotoreporter d’assalto. Il resto lo fa il bisogno impellente che molti hanno di condividere ogni cosa che rimanga impressa nel loro smartphone. Ma è un falso problema, difficile che una scazzottata o un inseguimento spoilerino qualcosa di importante, le scene davvero cruciali si girano più che altro in location blindate.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" Dark Knight

C’è modo di testare quale strategia di marketing sia più remunerativa? Non saprei, ma mi piacerebbe tantissimo tornare alla modalità pre-2000, quando quasi tutto quello che la gente sapeva su un grosso blockbuster di settembre era reperibile in un pugno di articoli dati alle stampe due o tre mesi prima. Certo ci si giocherebbe l’aiuto da casa, il supporto interattivo del pubblico, ma se ne può fare a meno e compensare con un atto di fede, e le idee chiare.

Né è necessario fare finta che Internet non esista, al limite basta usarlo in altro modo. Invece che subissare di notizie sulla lavorazione, scatti rubati nei camerini del make up e indiscrezioni circa le più recondite intenzioni della produzione, largo a campagne virali che ti inseriscono nell’atmosfera del film ma senza svelarti troppe informazioni e immagini chiave, costruendo un cuscinetto virtuale col compito di distogliere l’attenzione dalle cucine e allo stesso tempo far pregustare il banchetto finale, e comunque ponendosi dei limiti. Quella per Il Cavaliere Oscuro rimane ancora oggi la più memorabile, che guarda caso mostrava poco del film vero e proprio e sempre in forma di evento.

Certo organizzare una bella campagna marketing costa di più che rilasciare una dichiarazione o twittare una foto dal set, ma non scordiamo i vantaggi del silenzio radio: questi sequel “a tradimento” viaggiano leggeri, arrivano come ladri nella notte, attizzano il pubblico con l’intrigo e lo soddisfano prima che subentri qualunque stanchezza. Fanno l’effetto di un regalo inaspettato, una vera sorpresa, e magari, chissà, evitano di costruire un hype spropositato per film che alla prova dei fatti non lo meritano, cioè quasi tutti. Speriamo che quello di Blair Witch e 10 Cloverfield Lane sia solo l’inizio di un nuovo trend, più creativo e meno gossipparo, che riporti attorno al Cinema l’alone di mistero necessario a farci sognare ancora.

Robert Englund tornerà in un nuovo film della saga di Nightmare?

L’idea, che certamente manderà in solluchero tutti i fan del ciclo horror su Freddy Krueger – il serial killer col guantone e il maglione a righe – arriva dalla Film Comic Con di Belfast, in Irlanda, dove lo stesso Englund si trovava in questi giorni in qualità di ospite. Proprio durante uno dei convegni ai quali era invitato, il buon Robert si è lasciato andare a una confidenza: “Mi piacerebbe interpretare un cameo in un nuovo Nightmare, magari nel ruolo del vecchio e burbero professore o del tizio del gruppo di ascolto che non crede ai racconti degli incubi fatti dalle vittime di Freddy. Penso che il pubblico lo troverebbe divertente”. E come non essere d’accordo?

474889486-robert-englund-attends-el-hormiguero-tv-show-850x560  Robert Englund tornerà in un nuovo film della saga di Nightmare? 474889486 robert englund attends el hormiguero tv showCon il suo carisma e la sua presenza scenica, Robert Englund è stato la spina dorsale della saga di Nightmare nonché azionista di maggioranza del suo successo planetario. Tra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni ‘90, l’attore californiano si è guadagnato il titolo di re del cinema horror a stelle e strisce vestendo i panni dello psicopatico omicida nato in seguito allo stupro di una suora da parte dei pazienti di un manicomio. Poi, l’avvento di un cinema horror più logorroico, distratto e videoclipparo, emblema di una generazione preoccupata unicamente di soddisfare il proprio narcisismo con un fiume inarrestabile di chiacchiere autoreferenziali e con l’indulgere in ogni tipo di trasgressione esibizionistica, ha fatto tramontare il mito di Freddy e messo la parola fine a un’epoca gloriosa della cinematografia horror mondiale.

E a nulla è servito il tentativo, disastrosamente fallimentare, di rivitalizzare Nightmare nel 2010 aggiornandolo secondo i canoni e gli stilemi odierni grazie al remake diretto da Samuel Bayer. Un fallimento che lo stesso Englund ha motivato, durante il suo intervento alla Film Comic Con, così: “Nessuno dei protagonisti aveva quella spensieratezza e quell’ingenuità che sono fondamentali per creare un legame con lo spettatore. Per poter investire emotivamente in un personaggio, il pubblico ha bisogno di vederne l’evoluzione, il prima e il dopo. Invece loro si presentavano fin da subito come degli zombi perché già perseguitati da Freddy, e penso che questo sia stato un grosso errore di valutazione.” Ora, io non so se riproporre un nuovo Nightmare abbia più senso nel 2016. Si tratterebbe certamente di un salto nel buio, vista la necessità di adeguare registro e stile e il conseguente rischio di fare flop (come sei anni fa). Ma se Robert ci sta, io sono più che felice di saltare nel buio con lui.

The Boy recensione

The Boy – Recensione

È un periodo strano per il cinema horror. L’età d’oro dei Carpenter, dei Raimi, degli Hooper, dei Romero – grandi autori dotati di uno stile inconfondibile che con la loro presenza e le loro idee facevano progredire ed evolvere la cultura horror e deliziavano intere generazioni di appassionati – è terminata. Ora questo genere cinematografico è più simile a un fast food in cui si entra e si consuma in fretta e furia prodotti pensati unicamente per fornire una buona dose di spavento usa e getta e lasciarsi subito dimenticare.

In uno scenario simile è difficile trovare della qualità. La maggior parte dei film sono semplicemente o troppo stupidi o troppo feroci e nichilisti senza una vera ragione, in ogni caso sempre sbilanciati su un estremo o sull’altro, troppo privi di sostanza e di identità per poter lasciare un segno. Fa dunque piacere vedere lavori come The Boy, capaci di puntare su un’idea originale affiancandole una regia curata e puntuale che regala uno spettacolo decisamente godibile mantenendo sempre il giusto equilibrio tra le componente narrativa, il linguaggio filmico e la forma stilistica.

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L’ambientazione è quella di ogni storia gotica che si rispetti. Una grande dimora vittoriana sperduta tra le dolci campagne inglesi (anche se in realtà il film è girato nell’altrettanto suggestiva British Columbia). È qui che la giovane americana Greta (Lauren Cohan, sì proprio così, la mitica Maggie di The Walking Dead) trova un rifugio e un posto di lavoro per lasciarsi alle spalle una brutta storia di violenza domestica che la ha lasciato in eredità tanti traumi tra cui lo shock di una gravidanza interrotta.

L’impiego offertole dai coniugi Heelshire consiste nel fare da tata al figlioletto Brahms, un bimbo di 8 anni che non avrebbe proprio nulla di strano se non fosse…un pupazzo di porcellana a grandezza naturale. Proprio così. La prima reazione della giovane quando le viene presentato il piccolo è scoppiare in una risata di sconcerto, un’ilarità che svanisce però nel momento in cui si rende conto che gli anziani Heelshire non scherzano. Sono convinti che dentro quella bambola di porcellana dal sorriso vagamente inquietante (uno di quei sorrisi che continui a fissare con la sgradevole sensazione di essere riuscito per un istante a cogliere un movimento, tanto improvviso quanto impercettibile, un po’ come capita a chi osserva la Gioconda) ci sia l’anima del figlio.

Non solo, ma pretendono da lei la stretta osservanza di un rigido protocollo di regole per evitare che il piccolo Brahms si agiti o si arrabbi. Greta all’inizio si adegua per non scontentare la coppia di bizzarri vecchietti, convinta in cuor suo che si tratti di un mare di sciocchezze frutto probabilmente della demenza senile. Ma nei giorni successivi, la nuova tata americana comincerà ad accorgersi che strani accadimenti si verificano quando le regole di Brahms non vengono rispettate, come se in quel “pupo” in porcellana dal sorriso indecifrabile albergasse veramente una coscienza umana.

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Unico suo alleato nel fronteggiare questa escalation di inquietanti presagi è Malcolm (Rupert Evans), giovane proprietario del negozio di alimentari giù in paese, che ogni mattina fa visita agli Heelshire per consegnare la spesa e controllare che sia tutto in ordine. E che dovrà fare appello a tutto il proprio coraggio per proteggere la bella Greta, di cui si è subito invaghito, del destino minaccioso che incombe sull’antica casa degli Heelshire. The Boy è un film piacevole e avvincente che scorre fluido evitando di cadere nei soliti clichet del genere (apparizioni spettrali o demoniache, flashback virati in seppia per raccontarci infanzie da incubo, scimmiette giocattolo che si animano improvvisamente e si mettono a correre per la stanza) e senza mai perdere il proprio fuoco prospettico.

Senza dubbio l’asso nella manica di The Boy è proprio Brahms, iconico pupazzo di porcellana disegnato e realizzato con il preciso intento di creare qualcosa di unico e inconfondibile. Missione compiuta, come è stato facile constatare fin dai primi trailer del film circolati mesi fa. Proprio nel gestire il comportamento di Brahms e le sue interazioni con Greta, la regia è riuscita a non cadere in trappole e tranelli di tipo tecnico ma anche narrativo (mostrarci il pupazzo “in azione”, ad esempio, avrebbe depotenziato l’aura di mistero che lo circonda e avrebbe virato l’intera pellicola in chiave trash-kitsch, invece il regista William Brent Bell e la sceneggiatrice Stacey Delay hanno scelto la strada più felice, facendoci intuire le cose piuttosto che mostrarcele esplicitamente). Il risultato è una storia che procede diritta e ben a fuoco verso l’immancabile e soprendente twist: una svolta imprevedibile in cui i cinefili riconosceranno un omaggio a un piccolo gioiello del cinema horror neozelandese di un paio di anni fa, Housebound, e che deve la sua efficacia proprio al modo intelligente e misurato con cui sono state gestite le fasi che la precedono. Anche nel finale, che naturalmente non svelo, The Boy riesce a non eccedere né in nichilismo e né in ovvietà, consegnandoci un film che rappresenta una bella prova, capace di proiettare un raggio di luce sulla scena attuale del cinema horror. In fin dei conti, l’essenza di The Boy si riassume tutta nella cura per il dettaglio che caratterizza il suo protagonista di porcellana, Brahms: un’opera artigianale, realizzata con cura e passione, che sa essere classica senza risultare già vista e che, proprio come l’immagine del misterioso pupazzo, ci rimarrà appiccicata nella mente per un pò dopo essere usciti dalla sala cinematografica.

The Visit – Recensione

A volte, il cinema e lo sport sembrano due facce della stessa medaglia. E quando penso al M. Night Shyamalan di The Visit non posso fare a meno di avere davanti agli occhi il George Foreman del 1994, pugile quaranticinquenne per tutti stanco e ormai destinato all’oblio che, a sorpresa, torna sul ring e vince il suo secondo titolo di campione mondiale dei pesi massimi annientando contro ogni previsione il più giovane, scattante e favorito Michael Moorer.

Dopo una micidiale sequenza di quattro flop consecutivi (Lady in the Water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth), molti davano ormai per spacciato il geniale autore del Sesto Senso e di The Village.  Nemmeno il successo televisivo della sua serie Wayward Pines, peraltro conclusasi dopo una sola stagione, è bastato a convincere gli scettici. In fondo, una rondine non fa primavera. Fino ad oggi Shyamalan, proprio come George Foreman, era considerato insomma un “pugile” finito, senza più energia nei guantoni. Ma con The Visit, M. Night Shyamalan mette a segno un fantastico, fragoroso comeback firmando un film geniale e inaspettato, mostrandoci una volta di più che nel cinema, come nello sport, “non è finita finchè non è finita” (cit. Rocky Balboa).

The Visit - Recensione 1728a37d 32The Visit ruota attorno alla vicenda di due fratelli, la quindicenne Rebecca e il tredicenne Tyler, ancora traumatizzati dall’abbandono del padre, un insegnante di liceo sposato con una sua studentessa che un giorno decide di mollare tutto per rifarsi una nuova vita. Rebecca e Tyler lottano con problemi di insicurezza e autostima legati alla defezione paterna. Complessata e convinta di essere brutta l’una, tanto da rifiutarsi categoricamente di guardarsi allo specchio, e germofobico l’altro, costretto a lavarsi le mani ripetutamente dopo ogni contatto con oggetti o persone.  Un giorno però, la tormentata routine familiare dei due fratelli viene bruscamente interrotta quando vengono invitati a trascorrere una settimana di vacanza a casa dei loro nonni materni, che loro non hanno mai visto e con i quali la madre Paula ha interrotto i rapporti quindici anni prima (proprio in seguito alla fuga amorosa con l’insegnante di liceo).

Incoraggiati dalla madre, che forse spera in questo modo di ricucire il rapporto coi genitori, Rebecca e Tyler accettano l’offerta e si preparano a trascorrere una settimana in una zona rurale della Pennsylvania. Già che ci sono, i fantasiosi adolescenti decidono di filmare l’intera esperienza per ricavarne un documentario. Durante la vacanza però i due anziani, che inizialmente appaiono come i classici nonni affettuosi e pieni di attenzioni (interpretati da un ottimo Peter McRobbie e soprattutto da un’eccezionale Deanna Dunagan) cominciano a manifestare comportamenti sempre più bizzarri e inquietanti, in un’escalation che trasformerà l’innocua scampagnata di Rebecca e Tyler in un vero e proprio incubo dai contorni distorti e diabolici.

Probabilmente qualcuno, per descrivere The Visit, ricorrerà a una definizione abusata come quella di “discesa negli abissi della follia”, ma io non sono d’accordo. The Visit non è una discesa, bensì un’accelerazione frontale, un decollo orizzontale verso l’horror psicologico più puro e raffinato. Quello per cui M. Night Shyamalan è uno dei pochissimi autori accreditati sulla piazza: solo lui riesce a creare film nei quali la potenza della tensione psicologica trasmessa dallo schermo si accompagna a un controllo totale del mezzo cinematografico. Potenza e controllo: viene quasi da pensare che le telecamere del regista statunitense si muovano su penumatici Pirelli piuttosto che su un normale carrello dolly.

The Visit - Recensione 8l60 tp1 00088 copyGuardando The Visit, film che appartiene al genere “found footage” (quello di Blair Witch Project e della saga di Paranormal Activity per intenderci), vengono in mente tantissime trappole in cui Shyamalan sarebbe potuto cadere. Se il regista avesse cercato di emulare i più comuni espedienti stilistici e narrativi di questo sottogenere dell’horror nato e prosperato sul dilagare delle videocamerine digitali, sulla cultura voyeuristica della reality tv e sulla paranoia dilagante tipica delle società del terzo millennio, ora staremmo probabilmente commentando uno dei tanti filmetti a base di tavolette ouija che lanciano messaggi inquietanti, camere da letto riprese di notte con la videocamera a infrarossi e cupe soffitte che si spalancano all’improvviso suggerendo la presenza di forze soprannaturali e demoniache.

E invece no: Shyamalan si serve del found footage usandolo solo come un mero formato, ripudiandone dunque i tic estetici e narrativi e schivandone le tipiche banalità di stampo esoterico. Il risultato è che The Visit non induce negli spettatori il classico mal d’auto causato da movimenti frenetici della telecamera, ma anzi offre una visione incredibilmente misurata, elegante e di carattere. La luce, o è quella naturale diurna oppure quella delle abat-jour e dei lampadari vintage collocati nella casa. In ogni caso perfetta. Mai finta o videoclippara.

the-visit-nana  The Visit - Recensione the visit nanaL’eleganza e la compostezza delle inquadrature è tale che spesso ci dimentichiamo di avere a che fare con un “found footage”. Ma il capolavoro, M. Night Shyamalan lo compie anche sul piano narrativo. The Visit ha il sapore di certi racconti di Edgar Allan Poe. Non solo perché effettivamente il regista sembra trarre un elemento cruciale della storia da una celebre short story del maestro del gotico (Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma). Ma anche perché, proprio come Poe, Shyamalan si dimostra capace di condensare l’essenza stessa del grottesco e del paradossale in uno spettacolo che genera in chi lo vive reazioni apparentemente inconciliabili e contraddittorie. The Visit suscita angoscia, inquietudine, in certi momenti perfino panico, ma al tempo stesso in alcuni momenti diverte, incoraggiando un riso spontaneo e a tratti quasi isterico. Si ride e si ha paura al tempo stesso.

Lo spettatore, comunque, è sempre spiazzato. E questo lo si deve alla classe di Shyamalan che sceglie di sviluppare la storia lungo un percorso estremamente pulito e lineare – lontanissimo dalle “bufale” a sfondo soprannaturale/satanico/spiritista sui quali si fondano molti film del genere – concentrandosi unicamente sul clima psicologico quasi “hitchcockiano” che si instaura tra i due bambini e i loro strani nonni. Infatti, nonostante la linearità e il minimalismo della trama, chi guarda non sospetta nulla fino all’arrivo dell’immancabile twist (elemento caratterizzante di tutti i film di Shyamalan). In questo, il regista de Il sesto senso sembra aver fatto sua la lezione dispensata da Poe ne La lettera rubata: l’idea cioè che il modo migliore per nascondere qualcosa sia collocandola in piena vista. Shyamalan lo fa, e i risultati sono eccezionali. Fin dalle prime scene, il regista non cerca in alcun modo di nascondere la natura assurda e grottesca della situazione che Rebecca e Tyler si trovano davanti. Addirittura, ci fornisce diversi indizi sull’origine precisa di quella situazione (i pannolini, lo strano coprifuoco, le frequenti visite di persone che menzionano in continuazione un luogo specifico). Ma noi, mesmerizzati dal fascino della mise-en-scène, completamente soggiogati dall’intelligenza della sceneggiatura, non capiamo, e brancoliamo nel buio. Fino all’infallibile, strepitoso colpo di scena. E anche qui, la maturità di Shyamalan si palesa nel fatto che, finalmente, il regista non sceglie di accompagnare lo scioccante final twist con il pur suggestivo “spiegone” conclusivo a cui ci ha abituato. No, in The Visit, lo spettatore è lasciato solo a rivivere e ripercorrere dentro di sé la successione degli eventi. E molti, una volta usciti dalla sala cinematografica, si accorgeranno di non essere più capaci di togliersi dalla testa il film per diverse ore, se non addirittura giorni.

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L’Ikea diventa horror con le istruzioni per assemblare Jason e Freddy Krueger

Il bello della cultura pop è che si tratta di un grande calderone magico in cui la creatività umana può applicarsi a oggetti e situazioni del nostro vissuto quotidiano, trasformandoli e distorcendoli in modo da mostrarceli in una luce nuova e suscitare in noi una reazione, un’emozione o una riflessione. Lo sa bene Ed Harrington, artista americano la cui specialità è proprio creare illustrazioni capaci di ironizzare sui miti dell’immaginario di cui ci nutriamo attraverso tv, cinema e fumetti. Ora, Harrington ha ben pensato di focalizzare il suo sguardo sarcastico e originale su una realtà con la quale tutti noi abbiamo in un modo o nell’altro una certa familiarità: l’IKEA.

Chi di noi non ha dovuto, presto o tardi, armarsi di pazienza e affrontare le apparentemente semplici – ma invero piuttosto ermetiche – istruzioni di montaggio di un mobile IKEA? Personalmente ho trascorso diverse ore della mia vita a esaminare quei manuali con la fronte corrugata dalla preoccupazione, ruotandoli e inclinandoli in ogni direzione nella speranza che il cambiamento di prospettiva mi permettesse di raccapezzarmi in quell’assurdo intreccio di linee, angoli e piani perpendicolari.

Probabilmente sarà capitato una volta o l’altra anche all’artista americano che ha perciò realizzato una serie di illustrazioni in cui alcuni celebri “villain” del cinema ci vengono presentati con le istruzioni di montaggio proprio come se si trattasse di un mobile IKEA: Jason Voorhees di Venerdì 13, Freddy Krueger, Beetlejuice, Chucky la bambola assassina, il Cenobita di Hellraiser, il Brundlemosca del noto film di David Cronenberg, Alien, il centipede umano, Edward mani di forbice, l’inquietante Samara di The Ring e il feroce Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti vengono così reinventati in chiave minimal, come veri e propri oggetti di design.

Persino i loro nomi vengono adattati per acquisire quel suono nordico e, diciamocelo, un pò pretenzioso che accompagna molti mobili IKEA (da Krugr a Bufalöbil con tanto di dieresi!). Naturalmente, nel caso di questi villain, i diagrammi che di solito ci presentano le fasi di montaggio e assemblaggio del mobile vengono sostituiti da spassosi pittogrammi che rievocano caratteristiche particolari dei cattivoni in questione nonchè il loro ruolo narrativo nelle opere di appartenenza. E così una videocassetta, un pozzo e un televisore saranno gli strumenti necessari per “assemblare” Samära; per realizzare Hüman Centipëde bisognerà invece armarsi di tanto nastro adesivo, bisturi e una buona puntatrice; mentre un guantone munito di artigli, un uomo in fiamme e un maglione a righe con tanto di malconcio cappello fedora daranno vita a Krugr. Per ammirare queste e altre opere di Ed Harrington, potete visitare il suo sito ufficiale.

 

 

Unfriended, lo spaventoso horror in cui la morte corre su Skype

Unfriended, lo spaventoso horror in cui la morte corre su Skype

Ci avete fatto caso? Il 90% delle volte i protagonisti dei film dell’orrore sono giovani. Liceali, universitari, cheerleader, babysitter, atleti, celebrità in erba, buttafuori, zarri di periferia, nerd, alternativi, fighetti o fricchettoni. Sono sempre loro – con la loro voglia di esplorare il mondo, di tuffarsi a capofitto nelle situazioni e di divertirsi come matti – a cacciarsi nei guai. E a fornire a tutte le leggende urbane, a tutti i racconti dell’orrore da campeggio e a tutti i meme terrificanti diffusi sui social network la materia prima di cui hanno bisogno.

Trattando quasi esclusivamente di giovani – che sono i trendsetter per eccellenza – il cinema horror è anche puntualmente il pirimo a ironizzare, riflettere e raccontare nuovi costumi, nuove tecnologie e nuove mode che attraversano la società. Non c’è da sorprendersi dunque – e anzi, forse arriva anche con un po’ di ritardo – se sta per uscire al cinema il primo film horror girato interamente attraverso videochat di Skype. A ll’inizio degli anni 00 era stato l’horror giapponese The Call a fare il verso a quella che all’epoca era la novità tecnologica per eccellenza, il telefonino.

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The Call: telefonini mortali

Poi, più avanti, la saga di Paranormal Activity ha voluto giocare con l’ormai inarrestabile boom dei “camcorder”, videocamere piccole compatte economiche e digitali, che ci ha reso possibile riprendere e condividere ogni istante delle nostre giornate cambiando così il nostro modo di vivere e raccontare la quotidianità. Con Open Windows, il brillante regista Nacho Vigalondo ha costruito un film interamente raccontato attraverso schermate del computer.

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Smiley: un simpaticone a piede libero.

Di recente, il mediocre Smiley ha anch’esso tirato in ballo il mondo delle videochat per raccontare la storia di un mucchio di studenti svampiti e poco perspicaci terrorizzati da un mostro che si materializza durante una conversazione quando si digita sullo schermo per ben tre volte “I did it for the lulz”. Lo ha fatto però in modo convenzionale, banale, standard. Invece Unfriended, a prescindere dalla sua qualità, che potrà essere verificata soltanto al momento dell’uscita nelle sale, può già fregiarsi del primato.

Quello, per l’appunto, di essere il primo film interamente raccontato attraverso sessioni di videochat su Skype. Tutta russa la produzione del film. Finanziato dalla società moscovita Bazelevs Production, è diretto dal pressochè sconosciuto Levan Gabriadze (regista nel 2011 di una commedia romantica la cui unica nota familiare al pubblico occidentale è la partecipazione di Milla Jovovich) e supervisionato dal Timur Bekmambetov di Wanted.

Inizialmente, Unfriended doveva intitolarsi Cybernatural, ma alla fine la produzione ha optato, perlomento sul mercato USA, per il titolo attuale. Il film uscirà nelle sale a stelle e strisce il prossimo aprile, portando sullo schermo una storia di vendetta del tipo “so-cosa-hai-fatto” aggiornata secondo i lunguaggi e i canoni della generazione dei Millennials.

Eccovi, qui sotto, il trailer: