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Da Super 8 a Stranger Things: chi ha incastrato gli anni ’80?

Nel 2011 J.J.Abrams aveva tentato l’incantesimo: riportare in vita quella dimensione di avventura senza confini ma a misura di ragazzino che si era affermata negli anni ‘80 grazie a film come E.T. o Explorers. Storie di fantascienza, del paranormale, ma vissute da pre-adolescenti, rigorosamente ambientate nella provincia americana e intrise di sense of wonder. Il tentativo in questione si intitolava Super 8, ma il film funzionava solo a metà.

Stare così incollato al paraurti di Spielberg significa che alla prima inchiodata lo tamponi, garantito. Ecco spiegata la carenza di tensione e di originalità relativa all’alieno che infesta la cittadina, ben presto trasformata in scenario di invasione militare e di loschi piani governativi, insomma proprio la parte più spielberghiana sembrava la meno integrata e mal si sposava con la visuale ad altezza di preadolescente, tutta turbamenti amorosi ed elaborazione del lutto, scelta per raccontare la storia. Ora Stranger Things, ideata dai fratelli Duffer per Netflix, col suo successo clamoroso e l’amore incondizionato che ha riscosso un po’ a tutti i livelli, è un altro tentativo, questa volta in forma di serie tv, di percorrere la stessa strada. Ma le differenze sono tante, e il risultato più omogeneo e avvincente.

Cosa è cambiato in questi pochi anni? Abbastanza cose da mutare radicalmente l’assetto, contaminando le storie per ragazzi degli anni ’80 con una vibrazione inquietante e paranoica degna dei migliori racconti di Stephen King, certo, ma che potrebbe spurgare direttamente dalla nostra contemporaneità piena di angoscia, moltiplicata all’ennesima potenza dal volume di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno. I giovani protagonisti di Stranger Things sembrano arrivati negli anni ’80 su una Delorean più che esserci nati e cresciuti. Le scene in cui giocano ai giochi di ruolo col tabellone e le miniature nel seminterrato, mentre la mamma di sopra sta per chiamarli a tavola, sembrano una pantomima, una quiete posticcia prima dell’inevitabile tempesta.

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Il centro di questa storia non è l’avventura ma il dolore, la perdita delle persone care, e nello specifico dei bambini: il quarto membro della banda dei protagonisti, ma anche la figlia dello sceriffo. Umanità colpita nella sua fase più tenera, la tragedia più crudele. E quei bambini che sono ancora vivi, come la misteriosa Eleven, devono sopportare memorie strazianti di un vissuto indicibile. Negli anni ’80 queste cose succedevano solo agli adulti quindi, se questi sono gli anni ’80, l’unica spiegazione è che si tratti di quelli della Hill Valley alternativa di Ritorno Al Futuro 2.

Ma tutto, dal sound alla musica, racconta più orrore che meraviglia, il mood è decisamente tetro, e a questo concorrono anche le urla e i pianti di Winona Ryder, che praticamente mette in scena un personaggio sempre in overdrive, a cui fa da contraltare la gravità dello sceriffo del bravo David Harbour. Quelli di Stranger Things non sono gli stessi anni ’80 delle più innocenti produzioni Amblin, quello è solo il principio. Somigliano di più a una rivisitazione moderna e disincantata, a volte crudele, come potrebbe essere Drive di Nicolas Winding Refn, seppure con esiti diversi. Stranger Things fa più che altro l’effetto di un emulatore, mentre Super 8 eccede nel senso opposto, non integrando con successo l’anima nostalgica ma cogliendone comunque la scintilla autentica.

Hanno detto che Stranger Things nella prima stagione voleva omaggiare soprattutto il cinema d’epoca di Spielberg, mentre nella seconda l’ispirazione dovrebbe essere più vicina a James Cameron. Sarebbe un passaggio interessante, soprattutto per una ragione: di Cameron non esistono tanti epigoni, forse perché, con quella miscela incredibile di stile narrativo e tecnica l’impresa rasenta l’impossibile. Certo la sua opera ha contribuito in modo determinante a definire lo spirito degli eighties, ma sicuramente a un livello più adulto. Forse è questa la chiave per ridare coerenza a questa febbre da revival. Gli anni ’80 più magici potrebbero essere persi per sempre, ma forse abbiamo ancora una possibilità.

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Westworld Evan Rachel Wood Anthony Hopkins

Il nuovo epico trailer di Westworld, con Evan Rachel Wood e Anthony Hopkins

Mi secca creare hype senza certezze che possano dirsi matematiche, ma qui continua a uscire materiale sull’ormai imminente serie Westworld, e ogni volta sembra di allenarsi per le Olimpiadi dello sbavo. Quindi rassegnamoci: con buona probabilità quello che arriva è un evento cosmico. J.J.Abrams, Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno messo insieme questo show dal look privo di barriere temporali in cui l’avventura si fa totale e spinosa, un dilemma assemblato a colpi di concept e di azione, di recitazione e di fantasmagorico design di scenari e tecnologie avveniristiche.

In linea coi tempi, sembra molto centrale la figura femminile, in questo caso Evan Rachel Wood, che ha la presenza, il talento e il carisma necessari a sostenere tale peso, ma fa piacere anche vedere tanto spazio per Anthony Hopkins, sperando che lo stesso avvenga per Ed Harris, che nel trailer ha una sola battuta ma che probabilmente, per la storia, è la più importante di tutte.

Certo il cast è anche più vasto, e a me i cast affollati piacciono, di solito. L’importante è ricordarsi che non tutti possono (o devono) avere lo stesso screen time, anche perché non è detto che per fare colpo uno debba essere sempre in scena. Comunque il trailer porta con sé la sensazione, più forte che mai, che dove il Cinema spesso fallisce la tv è ormai in grado di riuscire perfettamente, al punto che l’ambizione di Westworld sembra altissima tanto per il piccolo schermo che per il grande. Seriamente, quale altra serie sta tentando un’impresa di questa portata?

Ovviamente con tanta ambizione arriva anche il relativo rischio di fallire. Il fatto che Westworld sembri così figo non lo mette al sicuro da eventuali intoppi; come volare troppo vicino al sole, o peggio ammalarsi per qualche bacillo banale: lentezza, freddezza, carenze varie di scrittura, di struttura etc… Se questi sono problemi di tantissimi film, dove tutta la partita si gioca in due ore, a maggior ragione lo possono essere nelle serie tv, dove la discontinuità di ritmo e idee può essere ancora più fatale. Perché una serie bella solo a metà non è una bella serie. Lo sapremo solo vivendo, nel frattempo godiamoci il trailer in tutta la sua gloria.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane

Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei “sequel a sorpresa”

In che modo Internet e i social influenzano il Cinema? Semplice, coinvolgendo il pubblico in tempo reale in ogni fase della lavorazione, aggiornandolo e assorbendone le reazioni, una nuova gestione “democratica” di proprietà intellettuali (Superman, Star Wars, Star Trek e ogni altro mito pluridecennale fondato su carta o su schermo) che legalmente appartengono a pochi ma idealmente tutti sentono proprie. Ma è un bene?

Non tanto. Se parliamo di film making io sono per un assolutismo moderato, dove il regista/autore è il sovrano che dialoga sì con la produzione (a volte è chi ci mette i soldi che salva un titolo da derive artistoidi) e cerca di colpire il pubblico, ma accettando l’idea che il prodotto non potrà piacere a tutti, anzi, che non deve neanche provarci. Altrimenti è come un aereo in cui anche tutti i passeggeri vogliono tenere una mano sulla cloche: come credete andrà a finire?

Intanto che in cabina di comando ci vorrà un bel po’ di deodorante, ma poi gli esiti possibili sono due: o l’aereo si schianta oppure sta su, ma senza andare in alcuna direzione precisa, e le mie fonti mi dicono che il carburante non ha l’abitudine di durare in eterno. Ed ecco che salta fuori che The Woods, horror annunciato più di un anno fa, da pochi giorni si è rivelato come un sequel di The Blair Witch Project, il fenomeno che ha dato la stura a tutta la corrente found footage che parte da fine anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri.

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The Blair Witch Project, oltre a sdoganare un cinema di intrattenimento dalla confezione molto casual era un film che funzionava bene. Un congegno a tensione fatto con due soldi, una camera a mano, un bosco e tante urla, nonché uno smodato ma vincente ricorso al vedo/non vedo (con netta prevalenza del secondo). Se il nuovo episodio, intitolato semplicemente Blair Witch, si può permettere di calare le carte e reclamare solo a ridosso dell’uscita lo stemma del casato, allora forse anche altri tipi di produzione potrebbero seguire l’esempio.

Dopotutto è quello che hanno fatto anche con 10 Cloverfield Lane, che solo in corsa è diventato membro della famiglia Cloverfield (prima si intitolava Valencia), continuando però a centellinare le informazioni da diffondere. Il fatto che siano entrambi prodotti a budget medio basso potrebbe far pensare che ai blockbuster questa mentalità resti estranea, se non fosse che dietro Cloverfield c’è J.J.Abrams, uno dei nomi più grossi di Hollywood, e un possibile link col circuito delle mega produzioni.

Si potrebbe obiettare che i primi fautori della “lavorazione di massa” siano… tutti i cittadini del pianeta: i blockbuster usano spesso grandi set all’aperto, trasformando qualunque passante in ogni angolo del mondo in un fotoreporter d’assalto. Il resto lo fa il bisogno impellente che molti hanno di condividere ogni cosa che rimanga impressa nel loro smartphone. Ma è un falso problema, difficile che una scazzottata o un inseguimento spoilerino qualcosa di importante, le scene davvero cruciali si girano più che altro in location blindate.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" Dark Knight

C’è modo di testare quale strategia di marketing sia più remunerativa? Non saprei, ma mi piacerebbe tantissimo tornare alla modalità pre-2000, quando quasi tutto quello che la gente sapeva su un grosso blockbuster di settembre era reperibile in un pugno di articoli dati alle stampe due o tre mesi prima. Certo ci si giocherebbe l’aiuto da casa, il supporto interattivo del pubblico, ma se ne può fare a meno e compensare con un atto di fede, e le idee chiare.

Né è necessario fare finta che Internet non esista, al limite basta usarlo in altro modo. Invece che subissare di notizie sulla lavorazione, scatti rubati nei camerini del make up e indiscrezioni circa le più recondite intenzioni della produzione, largo a campagne virali che ti inseriscono nell’atmosfera del film ma senza svelarti troppe informazioni e immagini chiave, costruendo un cuscinetto virtuale col compito di distogliere l’attenzione dalle cucine e allo stesso tempo far pregustare il banchetto finale, e comunque ponendosi dei limiti. Quella per Il Cavaliere Oscuro rimane ancora oggi la più memorabile, che guarda caso mostrava poco del film vero e proprio e sempre in forma di evento.

Certo organizzare una bella campagna marketing costa di più che rilasciare una dichiarazione o twittare una foto dal set, ma non scordiamo i vantaggi del silenzio radio: questi sequel “a tradimento” viaggiano leggeri, arrivano come ladri nella notte, attizzano il pubblico con l’intrigo e lo soddisfano prima che subentri qualunque stanchezza. Fanno l’effetto di un regalo inaspettato, una vera sorpresa, e magari, chissà, evitano di costruire un hype spropositato per film che alla prova dei fatti non lo meritano, cioè quasi tutti. Speriamo che quello di Blair Witch e 10 Cloverfield Lane sia solo l’inizio di un nuovo trend, più creativo e meno gossipparo, che riporti attorno al Cinema l’alone di mistero necessario a farci sognare ancora.

10 Cloverfield Lane J.J.Abrams

Tutti a scuola da J.J.Abrams: 10 Cloverfield Lane, la recensione

L’idea di prendere Cloverfield e farne un’antologia di racconti “autonomi” è stata una delle mosse migliori che J.J.Abrams, qui produttore e già demiurgo di tanti fenomeni tra cui Lost e il refresh di Star Wars e Star Trek, e la sua Bad Robot potessero fare. Non solo perché in un istante ha legittimamente smontato l’ennesimo soufflé pronto a lievitare in decine di sequel dei nostri tempi, conservando comunque un affascinante e più variamente spendibile legame sotterraneo (letteralmente!), ma anche perché ha ribadito un sistema virale e interattivo di coinvolgere lo spettatore basato sul mistero invece che sulla continua fuga di notizie. Cloverfield finora è un codice ricorrente ma criptato, con un’unica certezza: ci ha regalato due film su due fatti con grande amore per il Cinema e per il pubblico. 10 Cloverfield Lane, nello specifico, è una storia da rimanerci sotto.

La classica paranoia da apocalisse nucleare diventa un pretesto per chiudersi a lungo in un rifugio antiatomico ultra attrezzato dove, a parte le ovvie faccende di casa, non puoi fare altro che cercare di divertirti e far passare il tempo, perché quello che sai, quello che ti dicono, è che là fuori tutto ciò che conoscevi non esiste più, o meglio non è più praticabile: se avevi delle persone care, se avevi dei nemici, se avevi questioni in sospeso o qualunque tipo di problema con chicchessia ora quella persona è morta o sta comunque messa molto male. Tabula rasa.

il racconto flirta, complice l’assenza di connessione a internet e del segnale tv, con la tentazione dell’oblio da ogni responsabilità e dal passato senza mai averla scelta, il mondo misura qualche decina di metri quadri e riparte da zero. In cambio devi accettare di fidarti di qualcuno che la tua fiducia non credi la meriti poi tanto, e di viverci assieme.

Per il resto, Il bunker di Howard/John Goodman è un piccolo paradiso nerd: giochi da tavolo, provviste di ogni tipo, un juke-box d’epoca pieno di dischi, dvd in abbondanza, un arredamento vintage full optional (a cui per ovvie ragioni manca solo il cielo azzurro fuori dalle finestre) e, beh…aria respirabile, forse l’ultima rimasta sul pianeta. Ottime ragioni per stare al gioco. Ma allo stesso tempo la sceneggiatura continua a gonfiare e sgonfiare il dubbio con la cadenza ansiogena di un respiratore artificiale, e ogni soffio passa nello sguardo di Mary Elizabeth Winstead, che nello stesso fotogramma rende la sua Michelle vulnerabile, solida, erotica e pericolosa.

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10 Cloverfield Lane è un confortevole riparo dal grande dilemma tra blockbuster ricchi e monotoni e film a basso budget seri ma senza immaginazione e risonanza. Dentro a una piccola location, dentro a un mini cast di appena tre personaggi, il regista Dan Trachtenberg nasconde una stridente sinfonia di scavi psicologici immersi in una tensione hitchcockiana, un angusto plastico laccato e crudele in cui uomini e donne usano talvolta il carisma, talvolta la seduzione e il terrore per ottenere ciò che vogliono, insieme o gli uni contro gli altri.

In un mondo perfetto, a un regista che sforna un primo lungometraggio di tale efficacia verrebbe presto affidato qualche grosso titolo in cerca di visibilità o redenzione, speriamo che sia questo il caso. Trachtenberg gestisce bene tutte le risorse di cui dispone, alleva la psicosi senza sosta o pentimenti, con tre protagonisti azzeccati fino al midollo: la convivenza forzata di due uomini e una donna che non si conoscono e la differenza di età tra Goodman da una parte, la Winstead e John Gallagher jr. dall’altra contribuiscono all’ambiguità, con cui questa piccola grande odissea sepolcrale si pasticcia la bocca e il bavaglino.

10 Cloverfield Lane mostra tanto e allude a tantissimo, in una proporzione aurea che tanti film danno per scontata o che sbagliano di default, scartando la strada del solito esercizio di stile che si pone limiti di location e personaggi per poi metterli in conto al pubblico, mentre qui ogni privazione eleva a potenza l’intensità: anche le pareti, le luci e gli oggetti di scena sono chiamati a “recitare”, e in ogni stanza ha luogo un diverso episodio, una diversa fase della vicenda. Allo spettacolo non manca nulla, la prova è che la parte meno riuscita è proprio quella che si svolge fuori dal bunker.

Leggero offuscamento che viene presto dimenticato. Cloverfield è un marchio venuto dal nulla che al momento vanta un’affidabilità del 100%, e che ha un sacco di promesse ancora nascoste nel cilindro. Dopo la New York a cielo aperto e il rifugio sotterraneo il prossimo giro potrebbe portarci ovunque, regalarci tanto una storia ambientata nello spazio che a bordo di una nave da guerra o chissà dove; con questi presupposti ogni attesa varrà la pena.

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Westworld

Serie di questo mondo e dell’altro: arriva Westworld

Uomo o macchina? Questo è il problema. Nella fantascienza lo è sempre stato, Inutile ribadire che questo topic non passerà mai di moda. Oggi non andiamo neanche in bagno senza uno smartphone, non occorre che ve lo dica io. Il punto della narrativa sci-fi non è se sia un problema convivere con la tecnologia, ma fino a quando la tecnologia accetterà di stare sottomessa.

Un tema che si può trattare in modo sempre più convincente, questo sì. Senza farla tanto lunga, quello che si vede di Westworld, serie basata sul film Il Mondo dei Robot del grande Michael Crichton, è esattamente quello che ci vuole per una storia realmente ambiziosa. Uno spazio fisico molto vasto inquadrato senza limiti, grandi scene in cui sembra di sentire il vento, sperando che l’ambizione non si traduca in trama ultra complicata e piena di spiegoni.

Così a occhio, la serie sembra avere quel tipo di comfort paradossale alla Blade Runner, per cui ti ritrovi ipnotizzato da uno scenario che non dovresti mai desiderare. Westworld racconta di un parco a tema in cui l’intrattenimento della gente è affidato a dei robot con sembianze umane… Due righe, e potenziale sufficiente per spingere il racconto in tante belle direzioni, tutte interessanti. Praterie western, luci al neon, un paese dei balocchi fatto di opposti che coincidono e la cui pericolosità viene voglia di constatare di persona.

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Westworld potrebbe andare a riempire uno slot al momento per lo più vuoto: quello di una storia con un’ambientazione speciale in grado di unire fantascienza nobile e concettuale a quella super accessoriata e sensoriale, con grande cura per l’atmosfera e la confezione, che poi a questi livelli non è più solo confezione ma contenuto essa stessa.

Il trailer è molto bello, ma soprattutto lascia presagire una longevità e un respiro che staccano nettamente il prodotto dalla media. Di serie tv ne abbiamo tante, ma la maggior parte non è fatta per lasciare il segno. Westworld invece è prodotta da J.J.Abrams e scritta e diretta in parte da Jonathan Nolan, due firme tra le più prestigiose dei nostri tempi. In pratica ci sono le premesse per un incastro ossessivo nelle nostre top five. Lo stesso Nolan ci fornisce la stazza del progetto, quando dice che è come mettere insieme Alien, Gli Spietati e I Giorni del Cielo. Il tutto in dieci ore, e con le serie di simile durata la HBO ha già dimostrato ciò di cui è capace, vedi alla voce True Detective.

In più, davanti alla telecamera una squadra di un certo livello: Anthony Hopkins, Ed Harris, Evan Rachel Wood, per citarne alcuni, hanno le facce giuste per portarci ancora una volta tra le pieghe del dilemma tra natura e intelligenza artificiale, in questo caso intesa anche come via della perdizione e perdita dell’innocenza, o di ciò che ne resta. Un cast abbastanza forte da creare un sistema complesso, fatto di interazioni vincenti, un vero magnete per l’interesse del pubblico.

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Un po’ come raccogliere la sfida dei colossi di un genere, salire sul ring con Terminator o lo stesso Blade Runner, all’ombra del sempiterno 2001 Odissea Nello Spazio. Sto parlando delle specifiche del racconto perché in realtà il concetto di base, l’influenza della tecnologia sul nostro mondo a tanti livelli, non è più fantascienza già da un pezzo.

Però, ecco, auguriamoci che per quanto l’impianto si faccia fantasioso e bizzarro, anche in modo positivo, la scrittura dei personaggi conservi sempre un che di naturalistico e familiare. Che non si tratti di uno di quei prodotti in cui per esprimere, che so, il senso di solitudine, devi inquadrare il cielo per mezz’ora senza che succeda nulla o far parlare tutti col contagocce per far sentire il vuoto esistenziale che rintocca sullo sfondo.

Ci sono altri modi più elettrizzanti e incisivi, e più economici. Il cuore della macchina dev’essere sempre umano, altrimenti scatta la noia. Ovvio che non va bene neppure la seriaccia action che spreca tutti gli spunti più intelligenti in raffiche di inseguimenti, sparatorie e scazzottate, ma a occhio quel pericolo pare già scongiurato. Autunno, arriva presto.

Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII

Devo ammettere che il mio interesse per il nuovo corso di Star Wars si è affievolito dopo la visione de Il Risveglio della Forza. Non perché non sia stato all’altezza delle mie aspettative, tutt’altro ma, come un marinaio dopo lunghe odissee, mi interessava solo rivedere terra all’orizzonte, non esplorarla. Episodio VII, diretto da J.J. Abrams, è stato un decollo di successo, ha riacceso il fuoco, ha riaperto i giochi. Ma per quel che mi riguarda, soddisfatto a fine visione, li ha anche chiusi.

Il solito discorso, se una saga ha troppi film in programma io perdo interesse. Ora, Episodio VIII sarà scritto e diretto da Rian Johnson. Non mi era dispiaciuta la notizia, ma neppure aveva modificato la mia attitudine. Per me la sfida era circoscritta al nuovo inizio. Poi ho rivisto Looper, al momento l’ultimo film di questo giovane e talentuoso regista, e ho capito che il suo nome non è stato solo una scelta opportuna, ma vincente, suggestiva, stimolante.

Looper è fantascienza di alto livello che abbraccia il noir e il western a seconda dei momenti, e vedere una simile antologia del Cinema americano riprodotta e integrata all’interno di uno Star Wars sarebbe un sogno senza ritorno. Non c’è falla di sceneggiatura che possa affossare un prodotto così umanistico e avvincente, di così ampio respiro. Non è la trama in sé a rendere grande un film, ancora meno se ogni scena è lavorata con calma e cura, ancora meno se i personaggi parlano ma non straparlano: quando entra in scena Emily Blunt, per l’occasione bella fino allo stordimento, che si siede in veranda e finge in silenzio di fumare una sigaretta lo spettatore capta qualcosa che è più di un’informazione, qualcosa di non necessario, quindi un regalo, uno dei tanti che Looper contiene.

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Quanto è bello giocarsi un film tra attori di questo calibro. Joseph Gordon Levitt e Bruce Willis si dividono lo stesso ruolo e proprio per questo la loro mancanza di empatia reciproca è un paradosso da cui si esce lobotomizzati; nessuno prevarica nessun’altro e tutti servono il film, dando il meglio possibile. Violenza, spettacolo, atmosfera, e l’attitudine a rendere i personaggi indispensabili, a farci tenere a loro, a creare piccoli momenti caratteristici. Looper non va mai in overdose di plot, lasciando tempo ai dettagli per emergere mano a mano che la storia, e soprattutto il mood, li richiedono.

Il passo da Looper, o anche Brick (suo primo lungometraggio), a Star Wars è così grande che non può non venire la curiosità di sapere come si risolverà. Voglio dire, Abrams ha talento ma veniva comunque dagli Star Trek, qui invece nessuno ha mai visto Johnson alle prese con una produzione stratosferica, ed è molto difficile credere che si lascerà alle spalle tutta questa sua ingombrante autorialità. Inoltre, il secondo capitolo di una trilogia spesso è quello in cui si ha più libertà creativa, e a volte diventa il più dark: pensate a Indiana Jones, a Ritorno al Futuro e al Cavaliere Oscuro. Johnson è ancora di più l’uomo giusto al posto giusto.

Ciò non significa che sia in ansia per Episodio VIII. Il mi distacco è rimasto invariato, con la differenza che ho gustato più a fondo un film che avevo già visto ma di cui non avevo apprezzato a pieno tutte le qualità. Quindi no, non sono un fan di Star Wars, ma per assurdo credo fermamente che dopo l’ottimo capitolo di Abrams ci aspetti con tutta probabilità il vero gioiello della saga, quello da tramandare ai posteri prima di ogni altro, quello che sarà salutato come un capolavoro e premiato da critica e pubblico al di là di ogni ragionevole dubbio. E io lo guarderò come un film unico, in tutti i sensi.

Star Wars Episodio VIII  Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII Joseph Gordon Levitt in Looper

Star Wars: Episodio VII – Il Risveglio della Forza – Recensione

Mettete in fila i più grandi villain della saga: Darth Maul, Palpatine, Darth Vader…tutti quanti, e se volete metteteci pure i cattivi di altri mondi narrativi che non c’entrano niente, e magari anche qualche celebre dittatore sanguinario della Storia, quella vera. Sommateli tutti e non vi sarete neppure avvicinati alla potenza oscura del vero grande nemico da sconfiggere: la trama.

O meglio una certa concezione di essa. Una concezione per cui, se il nuovo Star Wars racconta una storia a grandi linee molto simile al primo film del ’77 allora il tutto si risolve in un’operazione inutile, in una sorta di remake non dichiarato nell’ accezione più negativa del termine, perseguendo il deprecabile fine della sicurezza a tutti i costi. Ma il Cinema, come la vita, è fatto di dettagli. Infiniti, cruciali, insospettabili. Star Wars – Il Risveglio Della Forza non è un film di trama, nessuno degli Star Wars lo è mai stato. Se c’è un’influenza negativa che le serie tv stanno avendo sul Cinema è proprio il condizionamento a vedere tutto in chiave cronachistica, qualcosa del tipo “in che direzione va questa storia?”. Ma la domanda giusta è “in che modo lo fa?”

Star Wars – Il Risveglio della Forza lo fa bene, per varie ragioni. Non solo le belle scelte del casting, non solo il giusto peso al ritorno degli eroi classici, non solo lo spirito ben bilanciato tra dramma, azione, avventura e comicità; ma perché, soprattutto, è un film di scene, di momenti. Non di trama. J.J.Abrams sa che una stessa sequenza la puoi girare in mille modi, ma che solo alcuni di questi portano valore al film. E sa anche che una pagina dello script non è un passaggio obbligato verso la successiva, ma un’occasione di rendere speciale un minuto di girato in più. Poi, grazie al cielo, ci mette anche un colpo d’occhio che la serie semplicemente non ha mai avuto prima.

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Se tanti passaggi hanno battute frizzanti e caratterizzanti anche se non strettamente necessarie al dipanarsi degli eventi, se il solito rituale duello a spade laser diventa tutto tranne che solito, è solo perché dietro c’è un regista che non spreca il mezzo cinematografico, ma lo investe totalmente per incassare cento volte tanto. Abrams non filma una sceneggiatura, ma trasforma una sceneggiatura in un film, con inquadrature carismatiche e potenti e una beatitudine di colori, arrembando a destra e a manca con un corredo di sonorità impressionanti e lanciando sguardi languidi ai boschi innevati, ai relitti, ai deserti e allo Spazio. Ogni fotogramma scoppia di salute, tutto è mobile e scorrevole, l’azione è solo un flusso impetuoso che trascina tutti gli altri elementi, senza mai affogarli.

Certo, uno script meno denso e più suggestivo lo avrebbe elevato a capolavoro del genere, mentre dobbiamo accontentarci “solo” del miglior episodio della saga o giù di lì. Ma Il Risveglio della Forza è tutto tranne che un film altezzoso. Non solo perché i suoi difettucci qui e là li ha, forse il maggiore dei quali è quello di non aver provato a trascendere un po’, ma anche perché è la dimostrazione di come avere le giuste intenzioni garantisca almeno parte del risultato. Il resto lo fa il coraggio di poche ma determinanti scelte su personaggi e attori, una su tutte quella di avere una ragazza come prima protagonista, segno dei tempi che cambiano ma, ancora più interessante, conferma dell’autorialità di quel romanticone di Abrams.

Questo è Il Risveglio della Forza, un blockbuster nuovo di zecca che ama i suoi attori e il suo pubblico, che promette un futuro ma resta concentrato sul presente, che è sia tradizione che novità. Ma questo è soprattutto Star Wars, al suo meglio.

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Star Wars/Rocky, destini incrociati

Tanto tempo fa, in una periferia lontana lontana…

Lasciate perdere James Bond, che ha avuto troppe incarnazioni e stili differenti. Se volete conoscere le due facce più fidelizzanti e complementari del Cinema dovete rivolgere lo sguardo a queste due serie parallele ormai prossime ad avvicinarsi di nuovo, pur senza mai convergere.

Rocky è un film del 1976, il che vuol dire che sta per compiere quarant’anni. Ma, a differenza di tanti film che invecchiano e basta, il capolavoro ideato da Sylvester Stallone ha procreato cinque sequel e appiccato un culto inestinguibile.

Star Wars – Una nuova speranza è del 1977. Inutile soffermarsi sulle scie di fuoco che ha tracciato lungo i decenni successivi, simili a quelle della Delorean, e che conducono dritti dritti fino a noi, con il nuovo episodio ormai a un tiro di schioppo e la promessa di una serialità imminente e già programmata.

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Così, Star Wars – Il Risveglio della Forza sta per arrivare nei Cinema. Ma anche Creed, spin-off di Rocky che però contiene anche Rocky in persona, sta per sbarcare nelle sale. E per entrambi i brand questo è il settimo appuntamento.

Sembra impossibile paragonare una space opera, assurta a simbolo del Cinema popolare ad alto budget, con la parabola, tutta strade della suburbia e palestre puzzolenti, di un pugile estratto a sorte dal sogno americano un attimo prima di precipitare per sempre nell’oblio. Ed è impossibile, infatti. Ma le somiglianze sono numerose. Luke Skywalker non viene “selezionato” in modo altrettanto provvidenziale dal suo tranquillo e noioso ménage familiare, prima di essere catapultato nell’avventura?

Per non parlare del legame tematico tra le due saghe: quello di due personaggi, Luke e Rocky, che pensano di non valere nulla, fino a che non scoprono di essere parecchio speciali. Entrambe storie dotate di feticci potenti, che siano le spade laser o i calzoncini a stelle e strisce, e di immagini iconiche a cascata. Facile a prevedersi per gli scenari galattici di Lucas, un po’ meno per il degrado urbano del minimalista Stallone, almeno fino a quando non ha trasformato il suo romantico boxeur in uno spacca-giganti, quasi in grado di porre fine da solo alla Guerra Fredda.

E non vogliamo certo tralasciare l’importanza delle rispettive colonne sonore. Va bene che Star Wars muove un giro di miliardi che sta in una galassia tutta sua, ma se dovessimo scegliere sapremmo davvero dire quale tra il tema classico di John Williams e Gonna Fly Now sia diventato il più celebre e riconoscibile, o quale sia stato montato più volte sui servizi delle più svariate trasmissioni televisive?

Anche nel loro imminente ritorno sembrano esserci rilevanti analogie. Per la prima volta infatti, le due creature si propongono al pubblico dopo un cambio del reparto creativo: Lucas ha lasciato il timone alla Disney e a J.J. Abrams, Stallone in Creed recita e co-produce ma non lo ha né diretto né scritto.

rocky-4-gloves  Star Wars/Rocky, destini incrociati rocky 4 gloves

Sia Sly che Harrison Ford, gloriosi veterani, tornano in scena per fare da padrini a personaggi giovani e nuovi di zecca e, a occhio, è probabile che all’interno dei rispettivi film avranno più o meno la stessa rilevanza. Come anche è ovvio che la mitologia del passato sarà parte integrante del nuovo tessuto narrativo, con richiami anche molto diretti già sbandierati nei trailer. Per non parlare di come, potenzialmente, Creed potrebbe lanciare una nuova serie di episodi allo stesso modo de Il Risveglio della Forza, ponendosi entrambi come un nuovo inizio e un punto di svolta per riaffermare il mito nella contemporaneità.

Tutto questo non certo per mettere Star Wars contro Rocky! Anzi è probabile che i rispettivi fandom siano largamente sovrapponibili. No, questo post era per celebrare due leggende proprio alla vigilia del loro ritorno in quello che si spera sia un vero trionfo, specialmente a livello artistico. Le recensioni di Star Wars ancora non ci sono, quelle di Creed gridano al filmone. Natale si avvicina, speriamo ci facciano un bel regalo, anzi due.