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Suicide Squad spin-off Harley Quinn

Da Suicide Squad allo spin-off: Harley Quinn e i rischi del successo

Certo, quando diciamo che una cosa è piaciuta a tutti non intendiamo “tutti” in senso letterale, dato che qualche dissidente c’è sempre (per fortuna), ma intendiamo comunque una stragrande maggioranza, abbastanza netta e assodata da servire come certezza, una certezza meno relativa possibile. Come quella che Harley Quinn è una delle poche cose inattaccabili all’interno di quel vivace calderone di contraddizioni che risponde al titolo di Suicide Squad. E la cosa è così assodata che uno spin-off sulla ragazza del Joker (mentre il “Puddin” di Jared Leto ha ancora l’agenda vuota al momento) sta già prendendo forma.

Perché sia pure in mezzo a problemi di montaggio e di scrittura di tutta la baracca, Margot Robbie che fa atletica nella sua gabbia, o che ascolta Diablo tra un cicchetto e l’altro in religioso silenzio, con quel viso fatto apposta per quel trucco sbavato, sono sottile stregoneria per immagini, il sangue del Cinema. Ma è una buona ragione per scorporarla, sia pure temporaneamente, dal resto della Squad?

Il film di David Ayer ha da poco superato i 700 milioni al box-office mondiale, il che vuol dire che è andato bene e che presto o tardi mamma e papà, probabilmente, gli regaleranno un fratellino, l’unico sequel di un cinecomic con un potenziale se lo chiedete a me. Ma se cominciamo a fare a brandelli Suicide Squad per concentrarci solo su Harley e magari su Deadshot temo che le apparizioni di questi personaggi si moltiplicheranno senza sosta, in un sistema di episodi a grappoli che delle due andrebbe invece moderato e ragionato, e la particolarità di quel film potrebbe andare perduta.

Lo spin-off in questione a quanto pare non sarà un progetto solista dedicato solo al personaggio della Robbie, ma la vedrà interagire con altre figure femminili del mondo DC. Se da un lato questo significa continuare a cercare la mischia e dimostrare il proprio valore in un film corale, ammirevole scelta rispetto al farsi belli con un monologo su misura, dall’altro ci vorrà molta personalità, molte idee chiare per non incappare in un doppione di Suicide Squad che non sappia di semplice clone virato al femminile.

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Ormai abbiamo già capito che tutti questi cinecomic raccontano sempre la stessa storia: i supereroi e i loro avversari hanno, sia pure espresso in modalità differenti, sempre lo stesso background (la grande idea distintiva dietro al Joker di Ledger: niente background, solo suggestioni e focalizzarsi sul presente) e anche i villain, se diventano protagonisti, si comportano esattamente come i buoni, solo più divertenti.

Con queste premesse, la cultura degli spin-off, per quanto opportuni e meritati, aumenta il rischio di rivedere sempre le solite storie, come pure passare da un film corale all’altro senza una ragione creativa forte, di cui al momento non sappiamo nulla. Se poi Harley Quinn tornerà anche nell’eventuale Suicide Squad 2 allora aumenta il pericolo che il personaggio faccia la fine di Iron Man: ubiqua, immancabile, scontata. Un candidata perfetta per il degrado da icona a tormentone.

Quando in realtà Suicide Squad è in pole position per essere solo migliorato, il che non esclude certo anche dei cambiamenti radicali. Se ci sono personaggi che non funzionano si possono sostituire, o modificare, ma l’assetto di base è azzeccato, e il tocco di David Ayer ha fatto comunque la differenza. Certo, se realizzano lo spin-off su Harley Quinn con l’idea di fare prima di tutto un bel film allora sarà valsa la pena, ma la questione di principio rimane. James Bond è lì a dimostrarlo: non si possono fare tanti film su uno stesso personaggio avendo sempre risultati all’altezza.

Il fatto che Margot Robbie sia direttamente coinvolta a livello anche produttivo mi fa sperare che, nel pur ovvio congegno industriale in cui questi prodotti prendono forma, ci sia dietro un attaccamento personale della brava e bella performer australiana. Un po’ come è stato per Hugh Jackman, che a forza di essere Wolverine ha messo a segno almeno un più che valido spin-off che tuttora spicca nel genere a fumetti. E il tocco personale di chi ci mette la faccia può essere il timone più adatto a spingere in porto la corazzata di mezzi e talento che solo una major può spiegare in campo.

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Harry Potter And The Cursed Child J.K. Rowling

Eroi che non tornano per sempre: Harry Potter And The Cursed Child

Se domani qualcuno dicesse che si faranno nuovi film con protagonista Harry Potter, ne sareste felici? Io, che certo non sono un fan, potrei anche esserlo ma solo a una miriade di condizioni, la prima delle quali che fossero film del calibro e con la fiera indipendenza de Il Principe Mezzosangue. All’epoca diversi fan si sono imbestialiti per la presunta discrepanza rispetto al romanzo omonimo, per il fatto che il sesto episodio delle avventure di Hogwarts fosse stato ridotto, secondo loro, a una storiella rosa adolescenziale.

Forse non si erano accorti che era (ed è rimasto) l’episodio più incentrato (forse insieme ai Doni Della Morte parte 1) sui personaggi di tutta la serie, e il più artistico sotto ogni profilo, il cui merito più grande era proprio di smetterla con la futile e sterile cronaca di fatti per lasciar respirare i protagonisti e le situazioni, e rendersi conto forse per la prima volta di cosa significava vivere e combattere a Hogwarts: in nessuno degli altri film c’è un senso così tangibile di trovarsi in un mondo “altro” rispetto alla nostra realtà quotidiana, non è questione di quante creature magiche spargi sulla scena. E i momenti più dark e avventurosi, come la bellissima sequenza della caverna, erano i migliori nel loro genere, altro che storielle d’amore.

Comunque sia, J.K. Rowling in persona, interrogata su un eventuale recupero della sua più celebre creatura, ha affermato che con il doppio spettacolo teatrale Harry Potter And The Cursed Child (da noi sarà pubblicato col titolo Harry Potter e La Maledizione dell’Erede) la storia del maghetto con la cicatrice a forma di fulmine è definitivamente compiuta:

No no, Lui [Harry] compie un grande viaggio in questi due spettacoli e poi, sì, credo abbiamo concluso. Questa è la nuova generazione, sapete, quindi sono elettrizzata di vederlo realizzato così bene ma, no, Harry ha finito.

Harry Potter And The Cursed Child J.K.Rowling  Eroi che non tornano per sempre: Harry Potter And The Cursed Child harry potter and the half blood prince trio

Sembra strano, in questi anni in cui tanti personaggi su grande schermo sembrano aver craccato la vita eterna, che a dire addio sia proprio lui, forse l’ultima grande icona sfornata dall’Inghilterra pre-Brexit. Paradossalmente, Harry Potter e soci potrebbero vivere le loro avventure più sorprendenti proprio ora che il canone letterario non è più un vincolo e nuovi eventuali film non avrebbero più il giogo soffocante della fedeltà e della completezza del rendiconto. Sarebbe uno scherzetto per Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint interpretare la loro vera età e la sua proiezione in un mondo magico in cui sono letteralmente cresciuti e diventati grandi.

Sia chiaro che non sto invocando nuove gesta del maghetto, mi limito a osservare i casi strani del Cinema: nessun franchise è stato imponente come Harry Potter negli anni 2000 ma questo particolare incantesimo gli sembra precluso, sebbene le avventure in quell’universo narrativo proseguano con il prequel Animali Fantastici e Dove Trovarli. Ma bisogna anche ammettere che, sempre che questa decisione si riveli irrevocabile, c’è qualcosa di molto nobile, qualcosa che scalda il cuore, nel chiudere una storia definitivamente, significa evitare di sradicarla dall’epoca che l’ha vista nascere per consegnarla a una più generica dimensione senza tempo, in stile James Bond, che forse alla lunga è un metodo più redditizio ma anche più spersonalizzante. Ma ora che i personaggi cambiano faccia ogni pochi anni la spersonalizzazione è ancora un problema? Molti diranno di no, mi auguro non tutti.

Giorni di un futuro James Bond: facciamo mente locale

A dispetto delle sue numerose, precedenti incarnazioni, per quel che mi riguarda è solo nel 2006 che James Bond è nato a nuova vita. Quindi, se è vero che si vive solo due volte, in teoria la resurrezione è un trucco che potrebbe non riuscirgli più. A meno che gli astri non si allineino ancora una volta come per Casino Royale; il quale era il primo Bond di Daniel Craig ma, occhio, per il regista Martin Campbell era già il secondo.

Il buon Martin, uomo che conosce il mestiere di intrattenitore, aveva già servito la spia di Sua Maestà con Goldeneye, varando l’ avventura a due zeri di Pierce Brosnan. Ma in quella pur godibile versione a metà strada tra il vecchio Bond e quello attuale non era ancora espresso tutto il potenziale della creatura di Ian Fleming.

Sto dicendo che impazzire dietro al toto-regista può essere uno spreco di energie. Come sapete è solo ieri che Sam Mendes ha dichiarato che non dirigerà il prossimo film di 007. Non ne sono tanto sorpreso, credo che l’uomo dietro ad American Beauty e Revolutionary Road abbia dato tutto quello che poteva al personaggio, considerato che la scrittura non era tanto all’altezza. In Skyfall pesa l’assenza di uno script più emozionante e tagliente, nonostante abbia il terzo atto forse più bello mai visto nella saga.

E dato che anche il rimpiazzo di Craig sembra ormai vicino (si mormora Tom Hiddleston) la gente comincia a chiedersi cosa fare perché Bond sopravviva e attraversi una nuova era con successo. Lecito, ma la domanda rischia di essere un falso problema, perché gira e rigira le strade possibili sono due e solo due.

1) Prendere questo franchise ultracinquantenne e affidarlo a un regista giovane e valoroso, che abbia un forte senso autoriale compatibile con i requisiti minimi del sistema Bond, e lasciargli l’incarico con due direttive di base: confezionare un grande hit al botteghino e farlo nella maniera più “pericolosa”, cioè aggiungendo qualcosa a quanto detto finora o almeno modificando un po’ la prospettiva. A questo fine, potrebbe essere una buona idea anche fargli scrivere la sceneggiatura. Un Rian Johnson, al momento occupato con Star Wars, sarebbe una scelta perfetta per un Bond leggermente più noir che action.

james-bond-anderson-wheeler-500-ne-double-rifle  Giorni di un futuro James Bond: facciamo mente locale james bond anderson wheeler 500 ne double rifle
2) Oppure non scommettere tutto solo su chi dirige. Nel senso, se si hanno le idee e una sceneggiatura di alto livello allora è sufficiente prendere un buon regista action/thriller. Martin Campbell ai tempi di Casino Royale era al secondo approccio col franchise, eppure gli ha dato una freschezza inaudita, questo perché ha lavorato al meglio ma anche perché tutto il resto funzionava a dovere, e lui era chiamato a condurre un progetto con delle idee chiare e vincenti. Campbell sparse, tra l’altro, un aroma molto diverso rispetto a Goldeneye, perché a monte c’era la voglia di mettere il nuovo episodio su un binario differente e più eccitante.

Insomma, si tratta di scegliere se partire dal regista o dall’idea, per poi ricavare il resto. Nell’era Craig abbiamo avuto un assaggio di entrambi, il film più autoriale e quello più efficiente: Skyfall e Casino Royale. Certo rimane l’incognita dell’attore protagonista, se avrà la presenza necessaria a coronare la formula nel migliore dei modi. Se c’è una visione forte del nuovo tono, non tutti gli attori possono funzionare allo stesso modo. Essere costretti a puntare in alto, questo è il punto. Auguriamoci che ce ne sia bisogno.

Spectre – Recensione

Potremmo discutere a lungo di come andrebbe realizzato il ventiquattresimo film di una serie, anche perché non abbiamo poi molti termini di paragone. Anzi, non ne abbiamo nessuno. Nella saga cinematografica più lunga di sempre, come stabilisci di volta in volta se stai facendo bene o stai facendo male?

Coraggio, chiediamocelo: come diavolo andava fatto questo Spectre? Si erano già giocati il film della rinascita (Casino Royale, ancora imbattuto e forse imbattibile), quello senza pretese (Quantum) e quello auto celebrativo (Skyfall); cosa rimaneva?

No, non mi sentirete rispondere che Spectre non poteva essere fatto in altro modo che questo, che non aveva occasione di essere migliore di quello che è. Tutt’altro, Spectre è esattamente una delle decine di possibilità rimaste di realizzare un Bond movie, più o meno tante quanti sono i registi con un minimo di talento e personalità in circolazione. E il bello è che tutte queste altre versioni di Bond arriveranno, è solo questione di tempo. Ognuno avrà la possibilità di misurarsi con la leggendaria spia creata da Ian Fleming e ri-creata da tanti attori e registi nel corso del tempo.

Avremo tutte le storie di Bond che vogliamo. Certo, le cose cambierebbero se ogni mestierante o autore trattasse il suo Bond come se fosse l’ultimo. Forse allora nella serie tornerebbe in auge quello che sembra essere il grande assente che accomuna quasi tutte queste produzioni: il senso di urgenza. Spectre, da questo punto di vista, non fa eccezioni, ma ciò non gli impedisce di essere comunque un film discreto.

spectre-vlog-trailer-007  Spectre - Recensione spectre vlog trailer 007

Anche in un franchise storico e impostato come questo, rimane sempre la chance di fare sì il solito, ma di farlo al meglio. Spectre ha la consueta sceneggiatura ipertrofica tipica di tanti blockbuster odierni, da cui deriva la lunghezza eccessiva, da cui deriva una discontinuità di tono e ritmo. Per sua fortuna, invece che ciondolare costantemente dall’inizio alla fine, tutta la parte debole è concentrata nei primi tre quarti d’ora, un lungo e non sempre utilissimo preambolo, come accadeva in parte anche in Casino Royale.

E mentre l’introduzione della fantomatica Spectre e del suo capo lasciano più o meno il tempo che trovano, uno stereotipo troppo vecchio e risaputo persino per un prodotto dagli intenti così citazionisti, a dare dinamismo alla trama è un elemento che negli ultimi due film latitava di brutto: la Bond girl, e il rapporto tra lei e 007. Merito di un’ottima alchimia tra Daniel Craig e Léa Seydoux, non così diversa da quella che c’era stata con Eva Green. Nel proteggere la ragazza, più che nel combattere la tentacolare organizzazione titolare, Bond e l’intero film trovano un senso alla loro ribadita esistenza. La Seydoux si impegna e il suo personaggio, con gli sbalzi d’umore e l’emotività scoperta, è l’unico abbastanza informale da somigliare a un vero essere umano.

Cosa che invece non si può dire di Craig, sempre ottimo nella parte, ma anche sempre uguale a se stesso. Il suo Bond è realmente e integralmente rappresentato ed esaurito dalle silhouette che ancora una volta dominano la grafica dei titoli di testa. Le due ore e mezza che seguono non aggiungono niente al suo personaggio. Aggiungono invece alla tecnica delle scene action, che però sembrano frutto di un upgrade di pura efficienza invece che espressivo.

2837001-bond  Spectre - Recensione 2837001 bond

Per intenderci, qui non troverete niente che somigli all’energia statica della scazzottata in controluce di Skyfall. Spectre ci regala però una sequenza brutale e indimenticabile sul treno, così come la breve pausa di riflessione nella stazione al centro del deserto, quasi un mash-up tra Hitchcock e Sergio Leone. Un altro po’ di scene del genere avrebbero reso Spectre più intenso ed evocativo.

Va detto però che, al netto della fotografia troppo gialla, dell’eccessiva lunghezza di alcune scene d’azione e dello script di puro servizio, Spectre conserva abbastanza autocontrollo da non sfociare nella baracconata totale. Anzi, lo showdown, sia pure concitato, resta tutto sommato coi piedi per terra, più attento allo scenario che al movimento.

Rimane l’eterna questione irrisolta: è fin troppo palese che buona parte dei problemi di questi film ha a che fare con le dimensioni faraoniche della produzione. Non costerebbe di meno scrivere una sceneggiatura più tagliente e focalizzata e girare invece meno scene brucia-budget? Sembra che la strada più breve la conoscano tutti ma nessuno voglia imboccarla. In Casino Royale, Martin Campbell realizzava la parte migliore del film con una partita a poker, una scazzottata per le scale e un cocktail avvelenato. Non è che siano passati secoli eh, quella roba funzionerebbe anche oggi. E allora attendiamo con fiducia, James Bond ritornerà e forse anche le migliori ispirazioni della sua carriera. Nel frattempo Spectre, come divertente passatempo, farà la sua parte.

Su Indiana Jones e l’eventuale recasting di Harrison Ford

C’è un limite oggettivo con cui scontrarsi, stavolta. Vi ricordate anni fa, poco prima che uscisse Casino Royale? Era da poco stato annunciato il nuovo agente doppio zero, Daniel Craig, e orde di fan di James Bond erano insorti compatti come una falange armata. Era stato odio a prima vista. Poi uscì il film e il mondo cambiò idea, e giustamente.

Forse è proprio a questo che qualcuno ai piani alti ha pensato, al momento di ventilare che Chris Pratt, venuto alla ribalta nell’ultimo anno con I Guardiani della Galassia e il nuovo Jurassic World, potrebbe essere il nuovo Indiana Jones, pensionando Harrison Ford, che in effetti l’età pensionabile ce l’ha anche. Eppure, raschiare via dalla memoria collettiva la sua immagine iconica con tanto di Fedora e frusta non sarà un’impresa facile, nel caso.

esq-chris-pratt-cover-soc-medium  Su Indiana Jones e l'eventuale recasting di Harrison Ford esq chris pratt cover soc mediumCerto, Chris Pratt potrebbe pure essere un valido Indiana Jones, ma come la mettiamo coi limiti oggettivi di quest’operazione? In apertura si parlava di James Bond, di come Craig abbia vinto una sfida che pareva persa in partenza, raggiungendo uno status invidiabile: per molti, è il miglior Bond di sempre; per altri, alla peggio, il secondo dopo Sean Connery. Può Chris Pratt – o chiunque altro – non far rimpiangere il suo illustre predecessore?

Quando si parla di icone pop il discorso è complesso. Per come funziona la mente umana, un’immagine estremamente familiare, a cui sono legati ricordi personali, molto spesso dell’infanzia o dell’adolescenza, o di qualunque altro stadio della nostra vita che ci sembri più rassicurante di quello presente, avrà sempre gioco più facile, un posto speciale nel cuore che non ha a che vedere con la mera valutazione delle qualità di un prodotto.

Certo, qualcuno dirà che se Craig ha convinto milioni di persone con un solo film allora non c’è ragione di preoccuparsi. 007 è un’icona al pari di Indiana Jones, quello che ha funzionato per l’uno potrebbe funzionare anche per l’altro. Il punto è che la situazione non è affatto la stessa.

Infatti, James Bond è stato Sean Connery solo per relativamente pochi anni, per poi cambiare varie facce (e stili) , di fatto installandosi nell’immaginario collettivo come un mito adattabile e variabile, sempre al passo coi tempi e mai troppo a lungo uguale a se stesso. Di questo eterno divenire, per mezzo secolo di storia del cinema, Daniel Craig è stato solo il passo finale, non ha dovuto scontrarsi bruscamente con il campione uscente. Indiana Jones non è così.

indiana-jones-holy-grail  Su Indiana Jones e l'eventuale recasting di Harrison Ford indiana jones holy grailIndiana Jones è Harrison Ford da 35 anni, senza interruzioni. Anche nei lunghi periodi in cui non uscivano episodi del franchise, Indiana era sempre Harrison. Un po’ come Rocky, tutti i decenni trascorsi senza innovazioni hanno consolidato l’identità tra attori e personaggi. Tra l’altro, Ford e Stallone non hanno più incarnato nuove figure di spicco paragonabile, cosa che avrebbe contribuito a svincolarli dai vecchi ruoli, o meglio a svincolare i vecchi ruoli da loro.

D’altro canto, Il Teschio di Cristallo, ultima trascurabile avventura dell’archeologo più famoso del mondo, ha dimostrato come non sia l’attore il principale problema da considerare. Se a questo aggiungiamo che in effetti un nuovo capitolo con Ford potrebbe essere improbabile a prescindere, forse possiamo dormire sonni tranquilli, non essendoci molto da perdere.

Come potrebbe funzionare quindi il cambio della guardia? Semplice, contando soprattutto sul consenso delle nuove generazioni, che magari non sono così giovani da non conoscere Harrison Ford ma lo sono abbastanza da non rimpiangerlo. In ogni caso, non credo sia possibile salvare capra e cavoli. Tutto questo ovviamente se l’affare andrà in porto, dato che al momento si tratta di voci di corridoio. Chissà cosa ne pensa il buon Harrison…