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Logan – The Wolverine, recensione

I film corali degli X-Men non possono fare a meno di lui (sempre presente, fosse anche solo un cameo) ma lui può fare a meno di loro. Anzi può fare a meno di tutto: delle città che esplodono, dei costumi colorati, della CGI elevata a sistema di Cinema, delle trame intricate, delle scene nascoste dopo i titoli di coda, degli ammiccamenti, del pubblico dei giovanissimi, e così via. Può fare a meno di tutto ed essere, forse proprio per questo, uno dei cinecomic più trasversali e maiuscoli di sempre. È Logan – The Wolverine e può fare tutto questo, e l’ha fatto.

L’ultima volta di Hugh Jackman nei panni del burbero mutante artigliato ci regala il capolavoro che speravamo, un apice che ha richiesto tutta la serie di film sugli X-Men e relativi spin-off per arrivare finalmente in porto, e che nonostante questo non somiglia quasi per niente alla maggior parte dei capitoli della saga che l’hanno preceduto, al punto che il film vive e muore quasi del tutto in solitaria, come una bestia ferita che presagisce la fine e si isola stoicamente per attendere il momento.

La parola d’ordine è “via il superfluo”, anche quel superfluo che certi spettatori considerano fondamentale. Da questo punto di vista Logan è una lezione di Cinema che non ha paura di alzare le aspettative. Ci penseranno gli spettatori a mettersi in pari, e lo faranno volentieri, visto che la storia raccontata è un raro esempio di corrispondenza tra contenuto e forma. Perfino un film pieno di potenziale come Giorni di Un Futuro Passato doveva soccombere alla deriva fumettona da overdose di CGI e mutanti in ridicoli costumi d’ordinanza.

Qui invece l’immagine mantiene un look semplice e terroso, non zuccherato o spettacolarizzato in modo ovvio. Tutto interagisce con le location, l’alternanza del giorno e della notte diventa un elemento dinamico importante perché gran parte del film si svolge all’aperto, tra città, deserti e boschi, dove pochi mutanti braccati sfogano la loro furia nella battaglia per la loro vita. Nel tentativo di salvare la ragazzina, la misteriosa e letale X-23, tutta l’epica degli X-Men si riduce a una cosa sola: convivere col dolore, mentre fuori i malvagi attaccano senza sosta.

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La violenza raggiunta è decisiva per il carattere del film ed è molto intensa. A salvarla dalla gratuità ci pensa la solidità della storia e dei personaggi, delle interpretazioni eccellenti e del tutto armonizzate, a formare un contesto ampio e comodo per la crudeltà messa in scena. Questa performance di Hugh Jackman è senza dubbio la migliore della sua carriera, ma anche Patrick Stewart e la piccola Dafne Keen lasciano un segno indelebile.

Anche James Mangold, dopo il tentativo ancora incompleto col precedente Wolverine – L’immortale, riesce a far suo il fumetto definitivamente. Per lui i poteri dei mutanti, invece che a riempire lo schermo con metri cubi di effetti visivi, servono a creare scene devastanti e uniche (quella dell’hotel è un ottimo esempio) e usa la loro condizione speciale per sventrare a colpi di artigli le tematiche che gli interessano. Ogni scontro ha dei costi e delle conseguenze e scatena un’oscenità di sangue, ma in Logan c’è un sacco di spazio per i dettagli, per i dialoghi rivelatori, per fondamentali pause nel ritmo e anche per qualche siparietto leggero. Ogni faccia e ogni fisico sono scelti con cura, come per esempio l’albino Calibano, l’ennesimo personaggio eccezionale del film.

Logan ha una potenza simbolica che trabocca dalla sala e arriva fuori in strada, meriterebbe l’Oscar delle annate migliori. In un anno in cui servisse un nuovo Non è Un Paese Per Vecchi da mettere sul podio questo film farebbe una figura epocale. Promosso con vigore solo negli ultimissimi tempi, lanciato senza il paracadute del pg13 e del titolo “Wolverine” (assente in originale) e facendo leva più che altro sulla sua atipicità, lo splendido e intenso lavoro di Mangold e Jackman conclude un percorso quasi ventennale con un centro perfetto che, paradosso, come qualità andrebbe considerato come l’inizio di qualcosa. Un grande successo al botteghino a questo punto sarebbe utile.

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La La Land – Recensione

Whiplash, il precedente film del giovane regista e sceneggiatore Damien Chazelle, raccontava l’ossessione per la musica, il desiderio di emergere attraverso di essa a tutti i costi, arrivando a sacrifici di sangue veri e propri. Un film più piccolo e senza grosse star, più scuro, con più tonalità dominanti e un aspetto meno gentile. La La Land racconta la stessa passione ma senza il lato morboso, in modo più hollywoodiano e antologico, con dentro molta classicità ma anche lontani echi di titoli come Sliding Doors, 500 giorni insieme e Revolutionary Road.

La La Land affronta tutto con l’arte del compromesso. Il musical c’è, e all’inizio sembra pure tanto, ma in realtà non è predominante e, soprattutto, è un musical in cui la musica conta più del cantato e dei balletti. I due bravi protagonisti, Ryan Gosling ed Emma Stone, sono chiamati a ben poche prodezze vocali, cantano come attori prestati alla musica, con più importanza alle parole che altro. Non vi aspettate performance degne di Hugh Jackman e Anne Hathaway. Il jazz puro è la missione di Sebastian, il suo personaggio è uno che non riesce a non fare a modo suo ma, da frustrato, riesce comunque a far sognare la sua bella, sempre in attesa che un giorno la ruota giri anche per lui.

Non siamo più nel postmoderno stile Baz Luhrmann, dimenticatevi Moulin Rouge, ma anche Les Misérables e qualunque altro musical molto artefatto e in costume. La La Land è classico ma ambientato ai giorni nostri, con tanto di product placement bene in vista. Difficile in effetti trovare qualcosa di realmente sbagliato, ma forse tutto suona un po’ trattenuto e viene da pensare che una storia simile, pur senza mai toccare chissà quali picchi di creatività e intensità, avrebbe potuto fare anche a meno di qualunque numero musicale e riuscire bene lo stesso, forse anche meglio.

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La storia di Mia e Sebastian ha una sua piacevolezza e morbida linearità, non si esibisce in chissà quale fuga lisergica fatta di follie grafiche alla Across The Universe, sembra invece per certi versi concepito dal Woody Allen ultimo periodo, quello di Café Society. Di nuovo a Hollywood, di nuovo questioni di cuore all’ombra degli studios, di nuovo all’inseguimento dei sogni. Ma anche l’elemento del jazz, che risuona un po’ nella coscienza dei protagonisti e dello spettatore come una disciplina di vita o un obbligo morale, non salva il film dall’essere una visione più annacquata di quella che il precedente Whiplash lasciava intendere per il futuro. Del resto quello di nomination ne aveva cinque, La La Land quasi il triplo, qualcosa dev’essere pur cambiato. Intendiamoci, non c’è niente di male nel moderare i toni, specie se la storia e l’atmosfera si prestano, solo che a volte si perde anche un po’ di carattere, di essenzialità.

Musical ma non troppo, cinico ma non troppo, sognante ma non troppo, le sue cartucce migliori La La Land le spara di lato, come quella di proporre Ryan Gosling nei panni di uno “sfigato”, o J.K. Simmons che preferisce la canzoncine di Natale al Jazz. Chi ha visto Whiplash capirà l’ironia. Ma dove tutti contano le nomination e pronosticano gli Oscar veri e propri io mi permetto di contare le scene davvero potenti, e considerato il tipo di film e il regista ammetto che mi aspettavo di più.

E attenzione, le scene potenti possono essere anche semplicissime, anzi spesso sono proprio quelle le migliori. Tutto sommato in due ore buone non ne hanno messe poi tante. Il balletto introduttivo sull’autostrada non mi ha fatto molto effetto per esempio, a parte richiamarmi alla mente, come situazione, il video di Everybody Hurts dei REM. Ma La La Land rimane un film riuscito, che non annoia mai e che lascia in dono un po’ di ispirazione al suo pubblico. Non è poi così poco, a ben pensarci.

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Revenant – Redivivo: recensione

Ci siamo. È lui, il filmone che tutti stavamo aspettando. Dodici nomination agli Oscar, recensioni adoranti e una partenza sprint al box office sono il corollario che ha accompagnato l’arrivo nelle sale dell’atteso Revenant – Redivivo del regista Alejandro Gonzalez Inarritu. È l’anno del Signore 1823 e il pioniere/cercatore di pelli Philip Glass (Leonardo DiCaprio) ha un appuntamento irrinunciabile col sapore doloroso e glaciale della vendetta, e con un orso decisamente riottoso e intrattabile. Sullo sfondo la selvaggia natura nordamericana.

A livello superficiale, Revenant – Redivivo assomiglia alla classica storia di vendetta tra cowboy: dopo essere stato abbandonato in un fosso a morire in seguito alla feroce mattanza alla quale l’ha sottoposto l’orso, Glass si mette in caccia del compagno di spedizione John Fitzgerald (Tom Hardy) per vendicare il da lui assassinato figlio, Hawk (Forrest Goodluck).

Ma invece di tipiche consuetudini western come sole cocente, gringos dalla battuta (e dal grilletto) facile e chiassosi saloon, il film ci trasporta nello spietato e innevato Nord, dove l’epica romanticizzata dell’espansionismo americano ai tempi del West cede il posto a una rappresentazione intrisa di atroci sofferenze e visioni feroci. Uno spettacolo in cui il popolo dei Nativi americani rivendica a gran voce la propria versione dei fatti. Questo, statene pur certi, è un West che non avete mai visto prima sul grande schermo.

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Nella drammatica sequenza iniziale la tribù dei nativi Arikara attacca i cacciatori d’orsi ritenuti responsabili del rapimento della figlia del capoclan. Si tratta di una scena che senza dubbio entrerà negli annali del cinema come una delle più avvincenti battaglie cinematografiche mai orchestrate, una motivazione sufficiente a ripagare di per sè il prezzo del biglietto. Da questo avvio al fulmicotone fino al truculento finale, la rappresentazione della violenza è inesorabile e torci-stomaco.

A differenza di molti action movie, dove la morte e i combattimenti risultano spesso buffi e inverosimili, qui ogni schizzo di sangue e ogni straziante affondo penetrano fin dentro le ossa dello spettatore con il loro crudo realismo.

I pochi sopravvissuti alla “macelleria indiana” alla quale assistiamo nelle scene iniziali del film sono condotti in salvo da Glass attraverso le foreste. Ma proprio qui, l’esploratore rimane vittima dell’attacco da parte dell’orso.

Devo dire che prima d’ora, non avevo mai visto gli occupanti di una sala cinematografica contorcersi letteralmente nell’angoscia, ma vi garantisco che questa scena – della durata di alcuni minuti – vi farà rigirare impotenti sulla poltrona in preda al panico, mentre l’occhio della cinepresa continua a insistere sadicamente sul lento massacro di Glass.

La vittoria schiacciante di Revenant – Redivivo parte d’altronde proprio da qui: dall’inarrestabile lavoro della macchina da presa e dalla capacità del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki di immortalare la cruda vitalità degli scenari naturali nei quali la storia si svolge.

La qualità visiva è così netta e viscerale che ti sembra di sentire l’aria gelida nei polmoni e la neve agitarsi malferma sotto i piedi. I paesaggi non assomigliano affatto a quelli di una cartolina patinata, al contrario vibrano della brutale onestà della natura: un mondo in cui straordinaria bellezza e terrificanti minacce convivono e si fondono senza soluzione di continuità.

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L’affermazione secondo cui “l’ambientazione di un film o di un romanzo ne è uno dei personaggi principali, al pari degli attori protagonisti” è un clichet che si legge molto spesso in articoli che analizzano un’opera di finzione. Ma nel caso di Revenant – Redivivo, non c’è osservazione più accurata di questa. In effetti ci si potrebbe addirittura spingere ad affermare che al cospetto dello sterminato paesaggio – interamente filmato in condizioni di luce naturale (il che significa circa un’ora-un’ora e mezza al giorno) – tutti gli altri personaggi devono accontentarsi di un ruolo secondario.

Revenant – Redivivo è poi un film che, sotto la superficie narrativa, rivela la presenza di forti tematiche politiche e ambientaliste. A un certo punto assistiamo, durante una sequenza che ha un che di onirico, al macabro spettacolo di una piramide formata interamente da teschi di bisonte. Un messaggio che riassume in modo simbolicamente molto forte due concetti chiave che hanno posto le basi dell’America moderna: l’adorazione del Dio Denaro e la distruzione dell’ambiente. Aspetti sui quali lo stesso DiCaprio si è soffermato in occasione del discorso con cui ha ricevuto poche settimane fa il Golden Globe come miglior attore protagonista.

Ma un altro dei grandi trionfi di Revenant – Redivivo è senza dubbio la colonna sonora. Uno score delicato ma al tempo stesso potente, una sottile trama di strumenti a corda e archi che, mescolandosi brillantemente con i suoni naturali, ci accompagna senza dirci quali emozioni provare ma riecheggiando e ribadendo quella subordinazione alla natura che rappresenta il fil rouge dell’intera pellicola.

Da registrare solo un piccolo momento di stallo nella parte centrale del film, quando Revenant – Redivivo si mette a macinare acqua per un’oretta buona (davvero tantissime le scene monopolizzate dal possente fiume Missouri che con le sue rapide e le cascate improvvise rappresenta un ostacolo insormontabile e impietoso) mentre noi osserviamo Glass riprendersi dalle ferite. Nel classico film hollywoodiano, la storia sarebbe entrata in modalità vendetta dopo trenta minuti, ma questo film offre molto più di quanto la sua premessa narrativa vorrebbe far sembrare.

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Va detto però che Revenant – Redivivo non avrebbe mai passato il famoso test di Bechdel (test individuale atto a determinare se una qualsiasi forma di racconto abbia o meno connotati di tipo sessista, via Wikipedia). Di certo non si può dire che la presenza fluttuante ed evanescente della moglie morta di Glass riesca a compensare la cronica mancanza di personaggi femminili che caratterizza il film. In sua difesa però possiamo dire che effettivamente, al tempo in cui si svolge la storia, le squadre di cercatori erano composte esclusivamente da uomini.

Nel film, gli atroci crimini commessi ai danni della popolazione femminile locale trovano un ideale riscatto nella cruenta vendetta di una giovane donna indiana nei confronti del suo aguzzino. Il tema del rapimento di native americane come bottino di guerra da parte dei bianchi conquistatori è infatti un motivo centrale del film: basti pensare che il leader del gruppo di Arikara protagonista del film, spende l’intero arco narrativo a disposizione cercando proprio la sua figliola rapita. Diciamo comunque che su questo fronte le intenzioni globali erano nobili, anche se forse la loro esecuzione lo è un po’ meno.

Tutti gli attori sono al top della loro forma, con Hardy e DiCaprio in corsa per una statuetta a testa, rispettivamente come miglior attore non protagonista e miglior attore protagonista. Sarà finalmente giunto il turno di Leo? Potremmo arguire dicendo che la sua versatilità attoriale e il suo carisma erano molto meglio enfatizzati e valorizzati in The Wolf of Wall Street. Se vincerà quest’anno, sarà per essere rimasto steso a terra per la maggior parte del tempo simulando atroci sofferenze.

E tuttavia, non possiamo lamentarci: la sua performance risulta infatti decisamente credibile, e godibile. Di sicuro gli elettori dell’Academy ameranno i racconti sui rigori e le difficoltà estreme affrontate durante le riprese. E con un tale curriculum alle spalle, possiamo dire senza dubbio che sì, questa volta è proprio il turno di Leo.

Per quanto riguarda Inarritu, il regista si è già portato a casa l’anno scorso, con Birdman, gli Oscar al miglior film e al miglior regista. Merita di fare il bis (considerato che con esso arriverebbe anche il record per essere il primo vincitore di due Oscar consecutivi dal 1950)? Questa sua straordinaria rappresentazione della spietata natura americana ci dice che lo meriterebbe ampiamente.

Poster del film La grande scommessa

La grande scommessa – Recensione

And the Oscar goes to…la crisi economica! Scroscio di applausi, mentre la crisi economica, da qualche parte nella sala del Kodak Theatre, si alza in piedi, abbraccia i vicini di poltrona e si incammina verso il palco per ritirare la preziosa e iconica statuetta. Vi sembra assurdo? Eppure non lo è più di tanto, anche se l’Academy al momento non contempla la categoria “miglior fenomeno socio-economico protagonista”. La grande scommessa scommette che prima o poi succederà. Certo non è la faccia tosta a mancare a questo film.

Quella, per esempio, di esibire un cast prestigioso, Christian Bale, Brad Pitt, Steve Carell e Ryan Gosling, per poi ridurre i loro personaggi a formiche in un formicaio, con tocco quasi Malickiano: come ne La Sottile Linea Rossa la guerra rubava la scena alla mezza Hollywood presente nel cast, così qui la crisi economica con tutta la sua Babele di leggi di mercato, frodi, sotterfugi e tecnicismi non lascia scampo a nessun rivale. O meglio, non lascerebbe scampo, perché gli aspiranti rivali in realtà non ci sono.

Certo, Christian Bale è bravo e si diverte nel suo ruolo, ma non basta a rendere digeribile la matassa di spiegoni e contro-spiegoni di scienza finanziaria che dirottano di continuo le interazioni tra i personaggi e la storia stessa, in un incessante cambio di focus da una scena all’altra. Qualunque afflato umano ne esce annichilito, l’emotività cede il passo al bozzettismo e ai tic esasperati che nelle intenzioni dovrebbero essere la spina dorsale di una satira brillante. Il montaggio in preda all’ansia da prestazione, le inquadrature sporche e l’esibita autoconsapevolezza definiscono il carattere del film, condannandolo a patire tutti i limiti di uno stile tanto invadente. Effetto voluto?

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Per lo meno accettato, si direbbe. La grande scommessa non tiene certo il piede in due staffe, va riconosciuto. Come va riconosciuto che la satira è un genere impegnativo, impegnato e poco sentimentale. Ma anche stando alle regole, se lo chiedete a me, è sempre bene affidarsi a personaggi forti, che conducano il pubblico tra le insidiose pieghe del tema in questione e funzionino da interfaccia e catalizzatori. Tutti o quasi subiscono gli effetti della crisi globale, ma non tutti hanno voglia di capirla su base puramente tecnica.

Viviamo nell’epoca in cui ogni attività del quotidiano viene addomesticata e arrangiata in modo da farne un reality, che è un format per lo più deleterio, ma almeno ci ammonisce sempre a trovare una connessione emotiva tra l’essere umano e ogni sua attività o pensiero. Se anche non si vuole scomodare il Cinema di maggior qualità come maestro, basta rivolgersi alla tv più generalista. La grande scommessa ha fatto la sua scelta, ora tocca al pubblico.

La grande scommessa Recensione  La grande scommessa - Recensione the big short

Da attori a stuntmen: quando il Cinema è una Mission Impossible

“Cosa vuoi fare da grande?” “ L’attore”. Uno scambio molto in voga tra i ragazzini, e forse una volta è capitato anche a noi di dirlo. Chissà, magari è capitato anche a Tom Cruise, visto che è stato bambino anche lui. Ma qualcuno sta lavorando per estendere il significato della definizione “attore”. Ci sono quelli che recitano, e ci sono quelli che modificano la loro vita quotidiana e magari anche il proprio corpo in funzione del ruolo. Chiamateli attori di metodo o come vi pare, ma certo dovrebbe esistere un limite “etico” anche per loro.

Nel nuovo trailer di Mission Impossible: Rogue Nation c’è una scena subacquea che si preannuncia come una delle sequenze memorabili del film. Per rincarare la dose, Tom Cruise ha dichiarato che non solo ha girato di persona il tutto, ma che lo hanno fatto con un solo piano sequenza, senza stacchi. Morale della favola, Tom ha dovuto trattenere il fiato per sei minuti e forse qualcosa in più. Questo, nello stesso film per cui la star ha già compiuto l’impresa di aggrapparsi a un aereo in volo.

Dallas-Buyers-Club-trailer  Da attori a stuntmen: quando il Cinema è una Mission Impossible Dallas Buyers Club trailer

Ovviamente il fenomeno non riguarda solo Tom Cruise, e neppure solo gli stunt a base di acrobazie assortite. Infatti c’è anche il peso corporeo colato a picco per la parte, come per Christian Bale ne L’uomo senza sonno o Matthew Macconaughey per Dallas Buyers Club. A tutti loro e a quelli come loro io dico “Bravò!”. Ma aggiungo anche che non ce n’era alcun bisogno.

Anzi, è proprio un modo di intendere la dedizione al mestiere e all’arte che non approvo per niente. Perché il Cinema e l’entertainment in generale dovrebbero migliorare il quotidiano della gente, mettendo le persone sempre al primo posto. Così invece si rischia la vita per un film o per un Oscar, invertendo la gerarchia. Ci sono grandissimi attori che hanno fatto la Storia senza mai ricevere un riconoscimento dall’Academy, e ci sono innumerevoli grandissimi film per cui nessuno ha patito la fame o rischiato l’osso del collo.

Vogliono fare di persona gli stunt pericolosi? Benissimo, ma c’è un limite a tutto. Inoltre, nessuno stunt estremo è in grado di rendere un film migliore di quello che è. Per non parlare di come questo trend tenda a premiare l’attore che meglio esegue un numero da circo piuttosto che una prova di recitazione. Evidentemente, la moderna industria ha bisogno anche di questi diversivi, come del resto di quelli legati al gossip. Non è mai puro Cinema, forse non lo è mai stato. Ma un conto è rischiare una paparazzata scomoda, un altro è sottoporsi a un training molto stressante o addirittura rischiare la buccia. Detto questo, pausa caffè.

Prendi l’Oscar e scappa: il nuovo film su Steve Jobs

Gli aforismi, anche i migliori, non sempre servono davvero nella vita. Molte volte c’è il rischio di passare più tempo a leggerli (o a postarli su facebook) che a metterli in pratica, rischio ancora più accentuato se vengono da un personaggio carismatico come Steve Jobs. Ora, il buon Steve non c’è più, ma un nuovo film su di lui ha appena effettuato il decollo.

Non ci vuole un allibratore per riconoscere un film Oscar-friendly, se te lo trovi davanti. Ma, anche nel caso che il progetto giaccia ancora sulla carta, a volte i pronostici sono comunque facili. Se devo essere sincero non amo molto questa prevedibilità, che rischia di viziare alla radice il prodotto e costringerlo nelle strette e spesso prevedibili griglie dell’Academy. Ma a volte ci può essere spazio per le sorprese.

Se questo fosse solo un altro biopic, pur con l’indiscutibile vantaggio di raccontare un personaggio molto popolare, molto influente e molto contemporaneo, non ci sarebbe poi tanto da stare allegri: chi ha voglia di vedere l’ennesimo polpettone calligrafico in cui metà dello sforzo se ne va nella ricerca della somiglianza fisica?

christian-bale-american-hustle  Prendi l'Oscar e scappa: il nuovo film su Steve Jobs christian bale american hustleMa la prospettiva sembra inedita. Notoriamente, la sceneggiatura a opera di Aaron Sorkin verte su tre “atti”, tre momenti chiave, da mezz’ora l’uno, vissuti dal guru della Apple. La regia inizialmente avrebbe potuto essere di David Fincher, ma poi non se n’è fatto niente, finché non è subentrato Danny Boyle. Mutazioni interessanti, ma mancava ancora un pezzo del puzzle: Christian Bale.

L’ex Batman è stato confermato nel ruolo, e col suo ingresso questo nuovo oggetto di cinema ha preso una forma definitiva decisamente interessante. Le mie speranze ruotano quindi tutte attorno al lavoro di questo triumvirato. Veloce scorsa alle tre figure chiave in questione.

Danny Boyle – non sono un suo fan, ma in tempi recenti ci ha regalato 127 ore, ed è il tipo di regista che, probabilmente, non riesce a essere troppo formale neppure se gli dai un biopic del genere. Insomma, scongiurato il pericolo del polpettone calligrafico, e potenziale sufficiente per un approccio inedito che possa fare tesoro di uno stile a volte allucinato e intrattabile.

Aaron Sorkin – ho sempre pensato che senza di lui The Social Network non ce l’avrebbe fatta. Sorkin è uno sceneggiatore che ha un’orchestra di dialoghi in tasca, con lui un film sembra una partita a Tetris giocata con destrezza olimpionica. Certo c’è il rischio che il gusto per il ritmo si mangi la naturalezza, ma è un rischio con cui si può convivere. E poi lo script dribla già di base il classico schema biografico.

Christian Bale – a parte il prossimo Exodus, per cui non provo alcun interesse, è un attore con un curriculum impressionante, che porta serietà a pacchi in ogni progetto a cui prende parte. E anche se non farà alcuna fatica ad assumere le sembianze di Steve Jobs, possiamo stare certi che il piatto forte sarà proprio la performance nuda e cruda. E’ l’attore che tutti vorrebbero nel proprio franchise e ha anche ricevuto una prima benedizione dall’Academy con l’Oscar al miglior attore non protagonista per The Fighter. Tutto lascia pensare che i tempi siano maturi per puntare al quello per miglior protagonista. In pratica gli stanno alzando la palla sotto rete.

Se c’è un team in grado di rimescolare la brodaglia del genere biopic con successo è questo. Poche altre volte la gente giusta e il soggetto giusto si combinano in questo modo. Le riprese cominceranno entro la fine dell’anno, quindi si può supporre che l’uscita sia nel 2015.

UPDATE! Niente, a quanto pare la ruota non ha ancora finito il suo giro: Christian Bale sembra aver abbandonato il progetto, ma questo non significa che non potremo avere un grande film. Si tratta solo di vedere chi la spunterà alla fine della corsa, ma per due terzi quello che abbiamo davanti è ancora un team coi fiocchi. Staremo a vedere.