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Logan – The Wolverine, recensione

I film corali degli X-Men non possono fare a meno di lui (sempre presente, fosse anche solo un cameo) ma lui può fare a meno di loro. Anzi può fare a meno di tutto: delle città che esplodono, dei costumi colorati, della CGI elevata a sistema di Cinema, delle trame intricate, delle scene nascoste dopo i titoli di coda, degli ammiccamenti, del pubblico dei giovanissimi, e così via. Può fare a meno di tutto ed essere, forse proprio per questo, uno dei cinecomic più trasversali e maiuscoli di sempre. È Logan – The Wolverine e può fare tutto questo, e l’ha fatto.

L’ultima volta di Hugh Jackman nei panni del burbero mutante artigliato ci regala il capolavoro che speravamo, un apice che ha richiesto tutta la serie di film sugli X-Men e relativi spin-off per arrivare finalmente in porto, e che nonostante questo non somiglia quasi per niente alla maggior parte dei capitoli della saga che l’hanno preceduto, al punto che il film vive e muore quasi del tutto in solitaria, come una bestia ferita che presagisce la fine e si isola stoicamente per attendere il momento.

La parola d’ordine è “via il superfluo”, anche quel superfluo che certi spettatori considerano fondamentale. Da questo punto di vista Logan è una lezione di Cinema che non ha paura di alzare le aspettative. Ci penseranno gli spettatori a mettersi in pari, e lo faranno volentieri, visto che la storia raccontata è un raro esempio di corrispondenza tra contenuto e forma. Perfino un film pieno di potenziale come Giorni di Un Futuro Passato doveva soccombere alla deriva fumettona da overdose di CGI e mutanti in ridicoli costumi d’ordinanza.

Qui invece l’immagine mantiene un look semplice e terroso, non zuccherato o spettacolarizzato in modo ovvio. Tutto interagisce con le location, l’alternanza del giorno e della notte diventa un elemento dinamico importante perché gran parte del film si svolge all’aperto, tra città, deserti e boschi, dove pochi mutanti braccati sfogano la loro furia nella battaglia per la loro vita. Nel tentativo di salvare la ragazzina, la misteriosa e letale X-23, tutta l’epica degli X-Men si riduce a una cosa sola: convivere col dolore, mentre fuori i malvagi attaccano senza sosta.

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La violenza raggiunta è decisiva per il carattere del film ed è molto intensa. A salvarla dalla gratuità ci pensa la solidità della storia e dei personaggi, delle interpretazioni eccellenti e del tutto armonizzate, a formare un contesto ampio e comodo per la crudeltà messa in scena. Questa performance di Hugh Jackman è senza dubbio la migliore della sua carriera, ma anche Patrick Stewart e la piccola Dafne Keen lasciano un segno indelebile.

Anche James Mangold, dopo il tentativo ancora incompleto col precedente Wolverine – L’immortale, riesce a far suo il fumetto definitivamente. Per lui i poteri dei mutanti, invece che a riempire lo schermo con metri cubi di effetti visivi, servono a creare scene devastanti e uniche (quella dell’hotel è un ottimo esempio) e usa la loro condizione speciale per sventrare a colpi di artigli le tematiche che gli interessano. Ogni scontro ha dei costi e delle conseguenze e scatena un’oscenità di sangue, ma in Logan c’è un sacco di spazio per i dettagli, per i dialoghi rivelatori, per fondamentali pause nel ritmo e anche per qualche siparietto leggero. Ogni faccia e ogni fisico sono scelti con cura, come per esempio l’albino Calibano, l’ennesimo personaggio eccezionale del film.

Logan ha una potenza simbolica che trabocca dalla sala e arriva fuori in strada, meriterebbe l’Oscar delle annate migliori. In un anno in cui servisse un nuovo Non è Un Paese Per Vecchi da mettere sul podio questo film farebbe una figura epocale. Promosso con vigore solo negli ultimissimi tempi, lanciato senza il paracadute del pg13 e del titolo “Wolverine” (assente in originale) e facendo leva più che altro sulla sua atipicità, lo splendido e intenso lavoro di Mangold e Jackman conclude un percorso quasi ventennale con un centro perfetto che, paradosso, come qualità andrebbe considerato come l’inizio di qualcosa. Un grande successo al botteghino a questo punto sarebbe utile.

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La La Land, recensione, damien chazelle, ryan gosling, emma stone, j.k. Simmons, oscar, nomination

La La Land – Recensione

Whiplash, il precedente film del giovane regista e sceneggiatore Damien Chazelle, raccontava l’ossessione per la musica, il desiderio di emergere attraverso di essa a tutti i costi, arrivando a sacrifici di sangue veri e propri. Un film più piccolo e senza grosse star, più scuro, con più tonalità dominanti e un aspetto meno gentile. La La Land racconta la stessa passione ma senza il lato morboso, in modo più hollywoodiano e antologico, con dentro molta classicità ma anche lontani echi di titoli come Sliding Doors, 500 giorni insieme e Revolutionary Road.

La La Land affronta tutto con l’arte del compromesso. Il musical c’è, e all’inizio sembra pure tanto, ma in realtà non è predominante e, soprattutto, è un musical in cui la musica conta più del cantato e dei balletti. I due bravi protagonisti, Ryan Gosling ed Emma Stone, sono chiamati a ben poche prodezze vocali, cantano come attori prestati alla musica, con più importanza alle parole che altro. Non vi aspettate performance degne di Hugh Jackman e Anne Hathaway. Il jazz puro è la missione di Sebastian, il suo personaggio è uno che non riesce a non fare a modo suo ma, da frustrato, riesce comunque a far sognare la sua bella, sempre in attesa che un giorno la ruota giri anche per lui.

Non siamo più nel postmoderno stile Baz Luhrmann, dimenticatevi Moulin Rouge, ma anche Les Misérables e qualunque altro musical molto artefatto e in costume. La La Land è classico ma ambientato ai giorni nostri, con tanto di product placement bene in vista. Difficile in effetti trovare qualcosa di realmente sbagliato, ma forse tutto suona un po’ trattenuto e viene da pensare che una storia simile, pur senza mai toccare chissà quali picchi di creatività e intensità, avrebbe potuto fare anche a meno di qualunque numero musicale e riuscire bene lo stesso, forse anche meglio.

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La storia di Mia e Sebastian ha una sua piacevolezza e morbida linearità, non si esibisce in chissà quale fuga lisergica fatta di follie grafiche alla Across The Universe, sembra invece per certi versi concepito dal Woody Allen ultimo periodo, quello di Café Society. Di nuovo a Hollywood, di nuovo questioni di cuore all’ombra degli studios, di nuovo all’inseguimento dei sogni. Ma anche l’elemento del jazz, che risuona un po’ nella coscienza dei protagonisti e dello spettatore come una disciplina di vita o un obbligo morale, non salva il film dall’essere una visione più annacquata di quella che il precedente Whiplash lasciava intendere per il futuro. Del resto quello di nomination ne aveva cinque, La La Land quasi il triplo, qualcosa dev’essere pur cambiato. Intendiamoci, non c’è niente di male nel moderare i toni, specie se la storia e l’atmosfera si prestano, solo che a volte si perde anche un po’ di carattere, di essenzialità.

Musical ma non troppo, cinico ma non troppo, sognante ma non troppo, le sue cartucce migliori La La Land le spara di lato, come quella di proporre Ryan Gosling nei panni di uno “sfigato”, o J.K. Simmons che preferisce la canzoncine di Natale al Jazz. Chi ha visto Whiplash capirà l’ironia. Ma dove tutti contano le nomination e pronosticano gli Oscar veri e propri io mi permetto di contare le scene davvero potenti, e considerato il tipo di film e il regista ammetto che mi aspettavo di più.

E attenzione, le scene potenti possono essere anche semplicissime, anzi spesso sono proprio quelle le migliori. Tutto sommato in due ore buone non ne hanno messe poi tante. Il balletto introduttivo sull’autostrada non mi ha fatto molto effetto per esempio, a parte richiamarmi alla mente, come situazione, il video di Everybody Hurts dei REM. Ma La La Land rimane un film riuscito, che non annoia mai e che lascia in dono un po’ di ispirazione al suo pubblico. Non è poi così poco, a ben pensarci.

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The Founder, michael keaton, recensione, mcdonald's

The Founder – Recensione

Non è Facebook, non è Apple, ma allora che cos’è? Quelle di Zuckerberg e Jobs sono manifestazioni della modernità e del futuro, fasi che la tecnologia odierna rende di fatto quasi indistinguibili. Mentre il più famoso marchio di fast food al mondo beh, quello no, quello non è un segno dei tempi, ma qualcosa di più. L’intuizione di The Founder è la stessa del marchio di cui narra l’inesauribile escalation.

Non semplicemente la storia di un imprenditore ma quella di un venditore, un rappresentante che guarda la cartina degli States come se pianificasse il prossimo tour elettorale, lo Zio Sam della ristorazione, il presidente degli hamburger americani. Un’impresa che nasce minuscola e alla fine identifica una nazione intera.

The Founder contempla le radici della corporazione, le origini per mano di due fratelli lavoratori, Dick e Mac McDonald, che pensano alla qualità del loro cibo per lo meno quanto pensano agli introiti. Loro hanno una visione (e poi una realtà) bellissima, ma è piccola, confinata a San Bernardino. Ed è lì che arriva Ray Kroc/Michael Keaton.

Lui incappa per caso nel piccolo ristorante dei due fratelli e porta loro aria di mondo, di espansione senza limiti. Ma nemmeno lui lo farebbe senza un concept forte alle spalle, e il concept lo si vede nella scena in cui Kroc addenta il suo primo pasto da McDonald’s: lì accanto una famigliola e i loro volti comunicano un benessere di quelli che si vedono solo negli spot televisivi. McDonald’s è la famiglia, è la base dell’America e dei suoi valori, o almeno di quelli che agli americani piace sentirsi associare. Così bisogna venderlo.

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Così The Founder è un film molto classico su un’impresa molto americana, ma anche una disamina di una guerra intestina tra lo spirito artigianale e quello industriale, con inevitabile trionfo del secondo. Un film molto giocato sugli attori e sul montaggio, quasi un passaggio obbligato quando si raccontano anni di storia in appena due ore. Ma tutto rimane sotto controllo, non c’è voglia di strafare né di mettersi in gara con opere dal taglio più moderno e aggressivo.

Anche buona parte della dinamica tra Kroc e i fratelli McDonald si consuma con toni pacati, con siparietti che mettono una sorta di cellofan su conflitti che andrebbero maneggiati con cura, e resta tutto sommato garbato anche in quello che è certamente un climax amaro. Non si cerca di spettacolarizzare e drammatizzare a oltranza, perché una storia così solida non ne ha bisogno. Non ci sono intuizioni particolari, né innovazioni, ma solo una messa a fuoco senza scampo dei caratteri in gioco e di ciò che li contrappone.

Coi suoi toni famigliari e il senso del ritmo che non diventa mai ossessione, The Founder è un film cinico ma senza compiacersene, che racconta di due Americhe e di come una abbia finito per mangiarsi l’altra. Il Kroc di Michael Keaton si vanta della sua mancanza di scrupoli, ma viene da chiedersi se abbia mai avuto scelta. I fratelli McDonald invece erano già vincenti, ma davanti a un colosso globalizzato il loro trionfo personale sembra quasi una sconfitta.

The Founder è un piccolo film, ma che non si fa mancare niente e non rinuncia a una sua mitologia, simboleggiata dagli archi dorati che ora tutto il mondo ricollega istantaneamente a McDonald’s. Ma in comune con tutti gli altri biopic ha il fatto di puntare il compasso su aspetti molto riconoscibili dell’essere umano, identificando sempre l’uomo dietro il brand. Difficile essere indifferenti davanti a una scelta di campo come questa. Occhio alla citazione dal Batman di Burton, ha a che fare col sale.

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Rogue One recensione Star Wars Felicity Jones darth vader gareth edwards

Rogue One: A Star Wars Story – Recensione

È arrivato il grande giorno, siamo fuori dal tunnel. Con Rogue One, che non sfoggia i numeri romani di rito come gradi su una divisa, ma contiene l’uno già nel titolo quasi a reclamare la sua originalità di approccio, siamo ufficialmente fuori dal medioevo dell’entertainment degli ultimi 15 anni, quello tutto CGI gratuita, personaggi-pupazzi e scrittura pretestuosa. Ora bisogna vedere se la cosa dura. Ma intanto godiamoci il momento.

Se vi piacciono le storie di redenzione, questa fa per voi: Star Wars, con la nuova trilogia di Lucas, aveva abbracciato la logica del green screen e della estrema pulizia di ambienti, astronavi e droidi, ed è Star Wars che ora ci riporta a un’epica più sporca e sudata, dove i colori esistono ma non sono sparsi a piene mani, e dove gli Star Destroyer sono immortalati in tutta la loro maestosa enormità, con volumi pesanti e materici.

È tutto chiaro fin dalla primissima scena: una ripresa aerea di bellezza indescrivibile ci introduce a un prologo carico di tensione che pare uscito da un western di Sergio Leone. Rogue One è un film di punti di riferimento che cambiano, è il decreto che rimette in ordine la gerarchia tra narrativa e tecnologia, qui presente in dosi massicce ma soggiogata senza via di scampo alle esigenze dello spettacolo e del pieno coinvolgimento dello spettatore.

Tutto è ancorato a una fisicità che influenza ogni inquadratura, Rogue One è il primo Star Wars molto più di fantascienza che fantasy, e che guarda allo spazio più con la dinamica e la sensorialità di Gravity e Interstellar che come i vecchi episodi della saga, con quelle vertigini e quel silenzio che rendono tutto una vera esperienza diretta. Gareth Edwards, che già aveva dimostrato una sensibilità da alto budget interessante con una materia rischiosissima come Godzilla, dirige un film in cui ogni punto di luce è strappato con fatica alle tenebre, con un tocco personale che investe ogni cosa, a partire dalle ambientazioni: dalla Città Sacra che pare uno scenario di guerra in medio oriente alla sterminata e tentacolare distesa urbana dove conosciamo Cassian, uno sprawl tetro e verticale degno di Blade Runner.

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Quando hai un blockbuster vecchia scuola come questo non occorre neppure che sia un film perfetto o un capolavoro di sceneggiatura, ti appaga per il semplice fatto di essere autentico, concreto: una sensazione rara e preziosa. A quel punto non ti importa se ti stanno riproponendo alcuni elementi vecchi di quarant’anni, l’umore è diverso, e soprattutto c’è un’interessante tensione al sacrificio e all’abnegazione che domina tutta la storia e rischia di essere il contenuto con più carica trascendente di tutto Star Wars.

Rogue One però non si limita ad aggiungere mitologia in termini di nuovi personaggi, tutti convincenti a partire dalla Jyn Erso di Felicity Jones, ma ci ripropone ciò che ci è già famigliare questa volta al meglio delle possibilità, soprattutto una lunghissima battaglia finale da applausi scroscianti, per la prima volta nella lunga storia dei finali baracconi ed eterni, con effetti, tempistiche e angoli di ripresa delle navicelle da impazzire di gioia e fomento. Un implacabile crescendo dove ci si prende sempre il tempo di chiarire la posta in gioco prima di far esplodere l’azione, così che tutto abbia il senso necessario.

L’unico film “minore” e “sacrificabile” – è uno spin-off – della serie è praticamente il maggiore di tutti, e non lo dico per semplice amore del paradosso. Rogue One, soprattutto inoltrandosi nel terzo atto, sviluppa una forza d’urto, un peso specifico, un impatto tangibile, una qualità registica che nel canone non ha precedenti. Un film che contiene sottotraccia tutte le lezioni che i blockbuster attuali devono ristudiarsi di sana pianta, e che supera anche Il Risveglio della Forza, che già iniziava questo recupero artistico, per efficacia, atmosfera e personalità.

Un’avventura totale e spettacolare giocata tutta su colori scuri, toni rugginosi, polverosi, ma sempre in immagini piene di vitalità. Chi l’avrebbe mai detto? Stiamo vivendo l’epoca in cui si sfornano i migliori film di Star Wars, e per varie ragioni sono sempre più convinto che il prossimo, episodio VIII, sarà l’apice senza appello. Intanto celebriamo a dovere Rogue One, e tutto quello che significa per tutti noi che amiamo il Cinema.

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Animali Fantastici e Dove Trovarli – Recensione

A volte quando guardi un film riesci a vedere che tutti o quasi quelli coinvolti si stanno impegnando davvero tanto. Attori che ci credono e buttano lì pure qualche finezza extra, registi che mollano volentieri il filo della pura cronaca per soffiare un alito di vita in qualche dettaglio che tanto dettaglio non è, magari una cura non banale per scenografie già altrimenti viste e riviste…in Animali Fantastici e Dove Trovarli si possono notare tutte queste cose, eppure alla fine si tratta di un altro film demotivato e interlocutorio, categoria prevalente nell’ambito blockbuster.

Peccato, perché David Yates è senza dubbio quello che ha fatto le cose più interessanti ai tempi di Harry Potter: lungi dal fermarsi all’action carico di CGI, in ben due dei quattro film da lui diretti il regista aveva tirato il freno dove serviva e si era immerso nel mondo magico di J.K. Rowling cercando di scrostarne la patina di serie e di fare qualcosa di significativo, di personale. In Animali Fantastici e Dove trovarli ritornano certe sue caratteristiche, ma non c’è sotto un plot abbastanza focalizzato o una sceneggiatura abbastanza tagliente.

La storia di Newt Scamander, pur reso con simpatia da Eddie Redmayne, e delle sue bestie magiche e delle conseguenze che il loro arrivo a New York sta per scatenare è un parziale rientro nei sollazzi infantili, un po’ come Lo Hobbit lo è stato rispetto a Il Signore Degli Anelli. Non c’è meraviglia, se non forse per i bambini, nel contemplare le prodezze delle creature in CGI, che ormai è la premessa di ogni blockbuster moderno.

C’è una coltre di immobilità che avvolge l’idea stessa di prequel, perché sai che la storia che hai davanti culmina in qualcosa di già visto. Non aiuta che in campo entrino personaggi poco interessanti (tranne Colin Farrell che compensa con il carisma e la bravura) con uno script privo di mordente, per cui la sensazione di girare in tondo ritorna più forte che mai.

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La politica delle serie al cinema ha demolito i punti di riferimento delle storie. Non esistono più inizio e fine, neppure un climax definito, abbiamo solo una serie di avventure che ripetono gli stessi schemi in contesti un po’ diversi e che non danno mai il massimo perché, per dare il massimo, occorrono dei limiti, ad esempio quelli temporali, così che tutte le risorse preparino il colpo più forte, l’apice drammatico destinato a lasciare il segno.

Animali Fantastici e Dove Trovarli è un avvio lento. Da una parte è un bene, perché così c’è tempo di preparare un setting diverso dal solito e gustarne l’aspetto e l’atmosfera, dall’altro però non ci sono contenuti che richiedano un passo così tranquillo, e l’avventura ci viene proposta senza meccanismi fondamentali come la tensione o il senso della minaccia.

Gran parte del tempo se ne va per mostrare gli animali fantastici, per introdurre i personaggi un po’ strani, per creare momenti che cercano di essere buffi, con un tono che lascia intendere un afflato poetico che in realtà non si raggiunge mai: passato il primo momento di simpatia, si insiste su quegli aspetti più vistosi della magia che negli Harry Potter dello stesso Yates avevano giustamente ceduto il passo a forze narrative più adulte e interessanti.

Un prequel dovrebbe fare tesoro di ciò che si è conquistato in precedenza, invece Animali Fantastici e Dove Trovarli resetta tanto la storia che buona parte dell’esperienza accumulata. Non è un prodotto particolarmente commerciale, ma non è neppure molto intenso e deciso. Forse bisogna pensare che si tratta di uno spettacolo molto mirato, che parla a un pubblico che trae massima gioia semplicemente dal sapere che la sua saga preferita non sembra avere mai fine. Non si può negare che questo entertainment, così poco legato a una cronologia o a responsabilità definitive, trovi una gran quantità di spettatori entusiasti di stare al gioco. Il fatto poi che altri non lo facciano, beh, quella è un’altra storia.

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Sully recensione clint eastwood tom hanks

Sully – Recensione

Cinque minuti e otto secondi. Provateci voi a fare un intero film su un volo aereo che dura così poco. Difficile ricavarne materiale a sufficienza, difficile anche trovare spazio per romanzare i personaggi, le vicende di bordo, far nascere amori tra due file di sedili per poi piangerli una volta spezzati dal destino, anche perché Sully è basato su una storia non solo vera, ma anche a lieto fine. Clint Eastwood ha tratto la sua ultima fatica dal “miracolo sull’Hudson”, quando nel 2009 il volo US Airways 1549 ha dovuto effettuare un ammaraggio appena dopo il decollo da New York, senza perdere una sola delle vite a bordo.

Come rendere quindi cinematografica un’odissea così fulminea e – grazie a Dio – senza lutti? Sully, reso con la solita ineccepibile bravura da Tom Hanks, è un uomo ancora in preda allo shock (il film racconta i fatti immediatamente successivi all’incidente) che cammina in un mondo schizofrenico: la gente comune lo ferma per abbracciarlo e professargli la propria ammirazione, i media e la commissione di inchiesta brandiscono sospetti e insinuazioni come sciabole affilate cercando di stabilire se l’eroe, a prescindere dall’esito, ha preso o no la decisione più giusta e sicura. Non basta il miracolo, occorre che sia fatto secondo le regole.

In Sully, diversamente che in Flight di Zemeckis, la moralità irreprensibile del protagonista non è in discussione. È sul piano psicologico che si gioca la partita, col comandante che, messo sotto pressione dagli inquirenti, comincia quasi a dubitare lui stesso di aver fatto la cosa giusta scegliendo di ammarare nel fiume Hudson invece che tentare di raggiungere uno dei vicini aeroporti.

Ed è allora che il film si adatta al dilemma: per spettacolarizzare ed estendere la narrazione quell’incidente siamo chiamati a vederlo e rivederlo più volte, ma sempre con diverse soluzioni e prospettive: flashback frammentati che un po’ per volta ricompongono l’intera sequenza, ma anche incubi che infestano tanto il sonno che la veglia, simulazioni di volo, registrazioni della scatola nera. Ogni tessera va al suo posto, poi viene rimessa in discussione, poi torna al suo posto e così via.

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Questo non fa di Sully uno di quegli esercizi di stile fissati col montaggio compulsivo. La struttura è classica e lineare, a prova di intellettualismi e velleità sperimentali, guidata dal dramma umano, sviluppata senza fretta, senza la minima confusione, sempre col passo sicuro di un cinema senza mode e senza incertezze, ma anche perfettamente al centro del proprio tempo senza sembrare che ne sia preoccupato.

Clint Eastwood, a 86 anni, si è preso la briga di girarlo tutto in IMAX digitale, regalandoci un viaggio emozionante, spettacolare, classico e con attori perfetti (sempre solidissimo anche Aaron Eckhart), offrendoci anche una ricostruzione totale e pienamente soddisfacente delle scene più spettacolari, anche se in qualche momento fa capolino una CGI inadeguata.

Lo spettro dell’11 settembre aleggia su gran parte del film, che cerca una piccola e simbolica catarsi in questa vicenda, forse più modesta ma decisamente positiva, in cui si esalta tra l’altro l’efficienza delle forze newyorkesi, capaci di intervenire e trarre tutti in salvo nel giro di 24 minuti.

Prima Snowden, ora Sully, continua la stagione degli eroi americani contemporanei, e spiace dirlo – ma non poi tanto – sono più avvincenti (e utili) di molti supereroi in kevlar o calzamaglia dei tanti cinecomic che invadono senza sosta il cinema di questi anni. Sully è l’ennesima dimostrazione che i superpoteri basta che li abbia il regista, e lo spettacolo è assicurato.

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Snowden recensione oliver stone joseph gordon-levitt

Snowden – Recensione

Ci ho visto una grande rivelazione (o meglio puntualizzazione) in un film come Snowden. Non quella della storia in sé, che era già di dominio pubblico, ma quella riassunta con uno scambio di battute che si trova circa a metà del film in cui il protagonista, interpretato da un Joseph Gordon-Levitt sempre sul pezzo, afferma che non si possono paragonare le informazioni che la gente condivide volontariamente con quelle che vengono carpite tramite spionaggio, in modo non dichiarato, che potremmo interpretare con un “non illudetevi che il mondo virtuale che proiettate a vostro piacere sui social sia la realtà.” Tombola! Sarà anche ovvio ma, che fosse nelle intenzioni del regista Oliver Stone o meno, questo a mio avviso è il contenuto più interessante e originale che possiamo hackerare dal film: ricordarci che questi due reami sono separati.

Perché tutto il tumulto, lo scandalo in questione è che i più avanzati sistemi di monitoraggio globale non puntano alla dimensione parallela che abbiamo creato intenzionalmente nel web, per interessargli quella dovrebbe essere vita reale. Invece, è altrove che rivolgono l’attenzione: telefonate, email, chat, internet, webcam che si accendono da sole, cimici in casa. Tutto il pacchetto, in pratica. Perché quando postiamo sui social frammenti pur veritieri della nostra quotidianità stiamo comunque, parafrasando Hitchcock, “riscrivendo la vita senza le parti noiose”. Non è la realtà, quella è solo integrale, tutto o niente.

Ma Snowden è in prima battuta la storia di un eroe che svela una trama nascosta di grandezza indicibile, e Oliver Stone sceglie di raccontarcela con un tono da cronista di fiction, sempre a metà strada tra la vicenda personale di un hacker dell’intelligence che non riesce a incatenare la propria coscienza e la vicenda sociale e tecnologica che riguarda ogni essere umano sul pianeta. La storia di miliardi di persone raccontata attraverso una sola.

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In Snowden il potere della tecnologia sul genere umano è talmente dogmatico che basta dichiararlo perché lo spettatore ci creda, mentre trent’anni fa tutto questo sarebbe stato un film di fantascienza distopica. La tecnologia è l’equivalente moderno della magia delle favole e Snowden, un ragazzo occhialuto che nel film somiglia un sacco a Harry Potter, ha scoperto che qualcuno la sta usando con qualche licenza di troppo, in quella che è la stessa psicosi portata in scena quarant’anni fa da Francis Ford Coppola ne La Conversazione ma elevata all’ennesima potenza su scala planetaria.

La partita si gioca tutta in incognito, è virtuale. Forse è per questo che la ragazza del genio –bravissima Shailene Woodley – gli scatta una marea di foto: il ragazzo viene visualizzato come una star tangibile e riluttante, un eroe personale, le sue sembianze sono tanto più importanti quanto più il mondo reale viene spazzato sotto al tappeto del web.

E forse è qui che il film trova un po’ il suo limite: un tema così vasto necessita di un certo livello di sintesi, invece Snowden a dirla tutta è un po’ lungo non per il minutaggio in sé, ma perché leggermente ripetitivo col passare del tempo, sebbene non ci siano cali preoccupanti di ritmo o di interesse. Sarebbe una storia perfetta per una serie tv ma anche come film fa la sua figura, anche se non possiede quelle qualità di regia e scrittura da farti venire la voglia di rivederlo al più presto.

È un film più adatto all’attualità di un tema scottante che a lasciare il segno nella storia del cinema, non raggiunge i picchi di coinvolgimento e dramma di JFK o Nato il 4 luglio, ma fa piacere constatare che nel mondo di Oliver Stone gli eroi che affrontano nemici innumerevoli e invisibili contano ancora e sono sempre molto ben accetti.

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Animali Notturni recensione Amy Adams

Animali Notturni – Recensione

Forse qualcuno sa dove trovare gli animali fantastici, ma gli animali notturni? Meglio non trovarli mai, stando a quello che si vede. No, nel nuovo film di Tom Ford, dopo l’esordio di A Single Man del 2009, non ci sono creature magiche e si respira un’aria che non ha proprio niente a che vedere coi blockbuster per famiglie, ma l’immaginazione trova spazio anche qui, in realtà.

Susan è una donna in crisi: il suo matrimonio imbarca acqua da tutte le parti e gli affari vanno male quando un giorno le arriva per posta un manoscritto, firmato dal suo grande amore e primo marito, Edward, che non vede da tanti anni. La donna si immerge allora nella lettura di quello che si rivela essere un romanzo crudo e violento, ma comunque una fuga irresistibile dal grigiore della sua vita quotidiana e delle sue notti insonni.

Non voglio rivelare di più perché Animali Notturni va gustato senza troppe anticipazioni. Non è solo questione della trama, ma proprio di come tre piani di racconto si integrino in maniera affascinante, senza incepparsi e senza inciampare mai, e di come questa struttura insolita sia messa lì per un fine preciso, che riguarda il senso più profondo della vicenda e dei personaggi.

Nonostante il triplice piano narrativo, Animali Notturni appartiene in tutto e per tutto a quel genere di storie nere ambientate lontano dalle grandi metropoli, in terre di confine o in provincie sperdute, dove già lo scenario allude a un gap di civiltà, una zona grigia dove i cellulari non prendono mai e le volanti della polizia passano a tutta birra ma non si fermano, una dimensione diseredata dal resto degli Stati Uniti. Noir ossessivo, dramma lancinante, thriller implacabile, siamo dalle parti di Non è un paese per vecchi, Prisoners e tutti quegli altri film senza eroi che immergono il pubblico nei suoi peggiori incubi.

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Titoli che in comune hanno anche il focus sul rapporto causa/effetto che governa le vite dei protagonisti, su come da scelte apparentemente casuali e ordinarie dipendano eventi tragici e decisivi, il tutto impacchettato con meccanismi di tensione snervante, un’estenuante ruota di speranze e delusioni che gira fino a fare male.

Un film così tosto è accettabile solo quando è fatto a regola d’arte e in questo caso tutto è ottimizzato a dovere. Il cast è ricco e lavora al 150% delle possibilità, tra Jake Gyllenhaal, Michael Shannon e Aaron Taylor-Johnson, ma forse la padrona di casa, Amy Adams, riesce a spiccare comunque perfino in mezzo a tanto ribollire di talento, confermandosi come una delle migliori attrici dei nostri tempi. Visivamente Animali Notturni ha la saggezza di ricercare la comunicativa delle immagini senza lesinare in bellezza, quasi mai spinta fino all’esibizione, anche se un paio di sequenze propinano del semplice e gratuito cattivo gusto.

A dirla tutta, forse il secondo tempo non cresce tanto quanto il primo incoraggia a sperare e ci sono un paio di passaggi, di cui uno molto importante, piuttosto illogici, ma siamo sempre su alti livelli, con un ulteriore valore aggiunto: una riflessione sull’immaginazione, con tanto di benefit e costi, che non ruba mai la scena ma anzi facilita e nobilita tutte le funzioni vitali della storia. Quando Susan legge il libro sembra di vedere il piccolo Bastian che divora le pagine di La Storia Infinita, e vi assicuro che è l’ultimo parallelo che mi sarebbe venuto in mente prima della visione.

Difficile trovare grossi difetti in Animali Notturni, è semplicemente un film che si prende i suoi tempi, che ha una sua estetica importante ma equilibrata, che ragiona per atmosfere senza tempo ma che non si dimentica mai dello spettatore, un film che cerca un dialogo col pubblico ma senza mai perdere la sua identità. Non li fanno tutti i giorni.

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