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Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter

Che grande edizione quella degli Oscar 2011! In corsa per le statuette più ambite c’era una ressa di film pieni di personalità, grondanti di ottime performance attoriali e grandi qualità tecniche e stilistiche: Il Cigno Nero, Inception, The Social Network, Il Grinta… peccato solo che alla fine l’abbia spuntata il più calcolato e pettinatino, Il Discorso Del Re. Tra l’altro questo esito brucia anche di più se si pensa che in gara c’era pure quel beverone ipervitaminico e ultradinamico al gusto di cacao dal titolo The Fighter.

Non ho mai più trovato quella carica e quella spregiudicatezza nei successivi lavori del regista David O. Russell, ma all’epoca ero pronto a scommettere tutto su di lui per un futuro radioso a base di ottimi film a budget medio-basso sempre intensi e ottimamente bilanciati.

Basato sulla storia vera di Micky Ward, pugile talentuoso e dal gran cuore, che lotta per emergere quando sembra già quasi troppo tardi e lotta forse anche di più perché quel terremoto della sua famiglia trovi un assestamento che non scontenti troppo nessuno, è uno dei migliori esempi del suo genere. Ma vediamo più nel dettaglio le 7 ragioni per amare The Fighter.

1) Nella miglior tradizione di film sportivi che però usano lo sport più come pretesto per sagomare la storia e i personaggi, come il primo grande Rocky, in The Fighter le cose migliori succedono fuori dal ring e travolgono tutto e tutti come inondazioni bibliche. Risse, inseguimenti, liti, arresti, tutto concorre a una mitologia di quartiere, a una strepitosa “guerriglia” urbana in cui i guantoni non servono più a nessuno.

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2) Tutto questo funziona perché sotto alle questioni serie si respira sempre un certo umorismo, evocato talvolta con gag esilaranti, ma anche con la complessità di questi rapporti, e con un lavoro sul montaggio, sui movimenti di macchina, sul ritmo, sulla colonna sonora a base di rock di lusso, ma soprattutto su quattro protagonisti fiammeggianti, per scrittura e interpretazione. The Fighter è una dinamo impazzita, è il Mad Max Fury Road dei drammi sportivi. Ma più vario e trasversale.

3)Togliamoci il pensiero: il cast. I film corali, quando scritti così bene, partono già con una marcia in più, se poi li affidi agli attori giusti non ce n’è più per nessuno. La prova di Christian Bale, al contrario del suo fisico, non è tra le più sottili, ma è quello che occorre al film nel complesso; Amy Adams e Melissa Leo offrono due tra i personaggi femminili più riusciti di quest’epoca e Mark Wahlberg brilla per il coraggio, essendo l’unico che non va mai sopra le righe pur non mancandogli certo la tentazione! Raro caso in cui ognuno cerca di emergere e allo stesso tempo di innalzare gli altri. Senza tralasciare tutti i comprimari, il branco di sorelle e padri e patrigni che non sono mai inseriti a caso e aggiungono sempre qualche gustoso dettaglio.

4) Spesso i drammi famigliari si risolvono in una sfilata di personaggi depressi e squallore a catinelle, come a formare un genere a sé. In The Fighter si lavora su temi duri, il tradimento, la dipendenza dalla droga, la manipolazione che può avvenire tra persone con lo stesso sangue, il desiderio di riscatto, la paura del fallimento…etc. Ma tutto trasuda vitalità, moltissime scene sono girate catturando tante battute che si accavallano, tante piccole azioni che avvengono tutte insieme. Sembra un modo caotico di procedere, ma qui David O. Russell fa il miracolo, tenendo tutto sott’occhio, spremendone solo l’energia e conservando una chiarezza formale cristallina.

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5) Manco a dirlo, che colonna sonora! Led Zeppelin, Whitesnake, Red Hot Chili Peppers, e tanti altri. Non solo I pezzi scelti spaccano, ma sono inseriti alla grandissima.

6) Come dicevo, The Fighter è basato su una storia vera e O’Keefe, il poliziotto che nel tempo libero va ad allenare Micky con ancora la divisa addosso, è il vero O’Keefe, e offre una prova breve ma impeccabile.

7) Gli Stati Uniti sono entrati nell’era Trump, ma se c’è qualcosa che non deve mancare nella rappresentazione realistica del sogno americano di qualunque epoca e con qualunque presidente è l’idea che nessun successo è definitivo, che si può sempre perdere ciò che si è guadagnato o viceversa andare anche oltre e vincere la prossima sfida. The Fighter questo elemento lo tiene in gran conto: la storia di Micky Ward contiene tre grandi match contro Arturo Gatti, che non vengono neppure sfiorati da questo film, magari ce li racconteranno in futuro, chissà. Ma The Fighter si chiude su una breve scena in cui Mark Wahlberg esprime, rispetto al fratellastro, un contegno, un riserbo, qualcosa che incrina leggermente il trionfo che lui e la sua famiglia hanno appena riportato, e mi piace pensare che sia proprio la consapevolezza che il viaggio non sia ancora finito, senza per forza parlare di un sequel.

Rambo Sylvester Stallone Rambo New Blood

9 ragioni per cui il primo Rambo è anche meglio di quello che credete

Pochi giorni fa è uscita la notizia che, dopo anni di stallo(ne), Rambo si prepara a tornare in attività, ma stavolta Sly non farà parte del gioco. I tempi sono maturi per un reboot, con un nuovo film che si intitolerà Rambo: New Blood, e un attore non ancora precisato a vestire i panni del reduce sterminatore, di nuovo giovane. Addirittura, pare che vogliano un Rambo con le caratteristiche di James Bond… Per me, l’unica cosa che li accomuna è la scena gemella del rientro a casa dopo una vita di pericoli e sofferenze, rispettivamente alla fine di John Rambo e di Skyfall. Due momenti eccellenti, va detto.

Ora, i reboot non ci spaventano più, al massimo uno può sempre ignorarli, ma quale che sia la direzione di questa nuova produzione, il senso profondo del personaggio Rambo è diventato secondario già secoli fa, esattamente dopo il primo film. Non dico che un personaggio venga definito una volta per tutte dalla sua prima avventura, ma Rambo, la serie intera, non ha mai detto niente di più interessante di ciò che era contenuto nel primo episodio. Un po’ come per Rocky, in effetti.

Provate a riguardarlo oggi, e non solo vi accorgerete che non ha perso un colpo in termini di spettacolo e spessore, ma che possiede un fascino strettamente legato alla sua epoca, siamo nel 1982, all’inizio di un decennio che regalerà al pubblico un cinema di evasione impareggiabile, tra commedie epocali, action da premio Nobel e sci-fi e fantasy destinati a forgiare l’immaginario per i 30 anni a seguire e forse oltre. Tutto è bollicine e colore, ma il regista Ted Kotcheff e l’allora giovane neo-star Sylvester Stallone piazzano in pole position un film che è allo stesso tempo intrattenimento e impegno, in misura uguale.

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Ma prima che ci troviamo con un nuovo Rambo, colgo l’occasione per elencare quelli che considero i nove punti di forza del primo grande film.

1) Il primo Rambo, a differenza dei successivi che sono per lo più film d’azione con un eroe invincibile e senza macchia, offrendo una gamma di emozioni muscolari e prove di forza sempre più ardite, è un film di denuncia serissimo e un film di intrattenimento serissimo, o meglio un film in cui la denuncia anti-militarista viene spiegata da una storia avvincente ed emozionante.

2) A differenza che in tutti i sequel, in Rambo l’eroe non gioca in attacco: non è lui che va a liberare qualcuno e sulla strada trucida legioni di soldati nemici, ma sono i suoi nemici che gli danno la caccia per una ragione futile o per obbedire a un ordine stupido.

3) In nessun altro dei suoi film la sua psicologia ammaccata trova tanto spazio come qui, in pratica la fuga comincia perché, inavvertitamente, i poliziotti che lo arrestano fanno scattare il click sbagliato nella sua testa, e da lì apriti cielo.

4) Quello del primo film è un protagonista il cui comportamento richiede una visione complessa: non sempre lo spettatore se la sente di spalleggiarlo e, a differenza di quello che succede di solito, col procedere della storia il pubblico si rende conto che i poliziotti della cittadina si indeboliscono sempre di più e capiscono di aver attaccato briga con la persona sbagliata, al punto che alcuni di loro fanno pena invece che suscitare rabbia. Dopo tutto, a parte lo sceriffo e il suo vice, gli altri avevano tutti di meglio da fare. Nei sequel i cattivi sono cattivi e basta.

5) Il realismo del film rende tutto più eccitante. Nei sequel Rambo annienta decine di agguerriti nemici affrontandoli in casa loro, nel primo capitolo i suoi inseguitori sono sì e no campioni del circolo di bocce e lui si può prendere il lusso di aggredirli uno alla volta nel bosco, un terreno in cui loro valgono anche meno di zero.

6) La cosa spettacolare è come i demoni risvegliati da quelle imbolsite ma arroganti forze dell’ordine trabocchino dalla sua mente e spingano Rambo a trasformare una cittadina grigia e pallosa in una zona di guerra coi fiocchi, come se volesse accordare anche lo scenario alle sue intenzioni eversive, fino a quel momento orfane di qualunque contesto attenuante. Seminando distruzione nel centro abitato, inoltre, Rambo in qualche modo smaschera la crudeltà imbiancata delle autorità e dei civili del luogo.

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7) Il coraggio di dare una chiusura in equilibrio col resto del film senza eccessivi melodrammi: avevano girato anche un finale in cui Rambo moriva, ma alla fine hanno tenuto quello che tutti conosciamo, in cui le autorità lo catturano dopo che lui si è arreso. Una bella scelta misurata, che fa risaltare ancora di più l’assurdità della situazione e quindi la denuncia intrinseca.

8) Avete presente Blade Runner, Westworld e tutto il resto della fantascienza che riflette sul concetto di umanità nelle macchine? Beh, credo che i film sui reduci indaghino lo stesso tema a rovescio, con gli uomini che diventano macchine (da guerra) ma, in più rispetto alla fantascienza, qui c’è anche il tentativo di rientrare nella propria natura. Rambo si comporta per quasi tutto il tempo come un robot privo di emozioni, tranne che alla fine, dove infatti scoppia in un pianto estenuante e liberatorio; ma fino ad allora è una sorta di Hal 9000 in 2001, che comincia a uccidere l’equipaggio che lo vuole disattivare.

9) Last but not least, e qui veniamo a tutte le perplessità sul reboot, Sylvester Stallone stesso. L’interprete perfetto non è necessariamente l’attore tecnicamente più bravo, ma Sly aveva la faccia giusta e lo sguardo giusto, oltre a crederci un casino in un modo che traspare da ogni inquadratura. Si possono dire molte cose sulla sua carriera, ma non che non ci abbia sempre messo tutto se stesso. Guardando i suoi film hai sempre l’impressione che Stallone il cinema lo ami proprio, e che abbia con esso un’empatia profonda e quasi dolorosa, anche quando in superficie porta spesso un messaggio positivo.

Creed – Recensione

In qualità di settimo episodio della saga, Creed contiene un messaggio inequivocabile a proposito di tutta la serie Rocky. Chiamatelo meta-cinema involontario o semplice sovra-interpretazione, ma se dopo quarant’anni il risultato è questo, la verità si impone senza sforzo: Il primo Rocky, anno 1976, è un film talmente buono e giusto che l’unica cosa che si può fare è ribadirlo e celebrarlo ancora, e ancora, e ancora. Perché è semplicemente un prodotto culturale e di intrattenimento troppo bello per dimenticarlo nel passato.

Creed è essenzialmente questo, un party a sorpresa dopo il party principale, perché a quanto pare nessuno, Stallone in primis, è pronto a lasciare questa festa. Ma è anche vero che il tempo passa, in questo caso quattro decadi e un miliardo di satelliti sparsi nella galassia della cultura pop a tutti i livelli. Come si possono protrarre all’infinito le danze senza annoiarsi? E se poi perdiamo il gioco di gambe? Creed fornisce la risposta.

Un punto di vista diverso sul mondo di Rocky, per la prima volta relegato a spalla, lui che di spalle d’acciaio ne aveva consumate parecchie: Mickey, Apollo, Adriana, Paulie, tutti finiti puntualmente al cimitero, ma tutti tatuati, vuoi su un’insegna o semplicemente su una lapide, sul corpo della città. Con Creed il pubblico ha l’occasione di farsi un’altra corsa nel mondo del campione di Filadelfia, senza l’imposta aggiunta di rivederlo in un sempre più improbabile training montage.

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Creed è la vita di Rocky senza il peso di essere Rocky, ammesso che quel momento possa mai arrivare, e la dimostrazione, stavolta sulla pelle dell’eroe in persona, che un ruolo spalla può essere anche protagonista. Del resto, alla fine del primo, storico capitolo era riuscito a far combaciare vittoria e sconfitta, scarrozzando il finale ben oltre le barriere bidimensionali del bene e del male.

Creed è anche il credo di una serie di culto, che stavolta riflette su se stessa a cominciare dal titolo, e racconta la storia di Rocky attraverso gli occhi di Apollo, o meglio della sua approssimazione più vicina, suo figlio. Tra amici a volte si fa così, e a volte ci si espone all’errore. Un peccato veniale, ma se vogliamo trovare il problema in questo nuovo racconto è proprio quello di porsi nella scia per ciò che c’è di più valido, e innovare solo dove costa poco, e non sempre per il meglio.

Il giovane Adonis Creed, infatti, è un tir impazzito che usa il roccioso Rocky come guard-rail. Non deve imparare a combattere, lo sa già fare meglio di chiunque, e lo fa con una violenza sfolgorante. Certo, imbrigliare la rabbia e trovare nel vecchio mentore una figura paterna sono tutte cose da manuale dell’eroe, ma la posta in gioco non assurge mai alle vette esistenziali a cui Stallone ci aveva abituati, riducendosi qui all’evitare di fare una figuraccia con il cognome del padre sui calzoncini.

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La regia, la brillantezza delle battute, e il gran spolvero tecnico e visivo fanno un gran bene al film, ma è difficile non pensare che i virtuosismi della camera sono più grandi del momento che stanno raccontando, una scatola troppo larga per il contenuto effettivo. E, per quanto abbiano azzeccato al millimetro la quantità di citazioni più o meno dirette alla mitologia della saga, è l’intensità dei ricordi ad essere incerta, con almeno un elemento da giocarsi con mano più pesante: la colonna sonora. Senza le note gloriose e malinconiche di Bill Conti, qui retrocesse da struttura portante a momenti sporadici, il mito mancino di Rocky ha il braccio sinistro legato, è un pianoforte senza i tasti neri.

Creed però funziona, solo che gioca nei medio-massimi, e lo fa con la giusta dose di riverenza. Nulla di nuovo, è da secoli che il primo Rocky attira a sé tutti i sequel, forte del suo campo gravitazionale perpetuo. Succede quando te la fai coi migliori. Nota a margine: il momento più commovente? Quando Rocky Stallone mostra la foto di suo figlio, Sage Stallone, realmente scomparso nella vita reale e semplicemente trasferito nella narrazione, e dice”ora vive in un altro posto, è felice e io sono felice per lui.” Anche stavolta Sly si è messo tutto in gioco.
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Star Wars/Rocky, destini incrociati

Tanto tempo fa, in una periferia lontana lontana…

Lasciate perdere James Bond, che ha avuto troppe incarnazioni e stili differenti. Se volete conoscere le due facce più fidelizzanti e complementari del Cinema dovete rivolgere lo sguardo a queste due serie parallele ormai prossime ad avvicinarsi di nuovo, pur senza mai convergere.

Rocky è un film del 1976, il che vuol dire che sta per compiere quarant’anni. Ma, a differenza di tanti film che invecchiano e basta, il capolavoro ideato da Sylvester Stallone ha procreato cinque sequel e appiccato un culto inestinguibile.

Star Wars – Una nuova speranza è del 1977. Inutile soffermarsi sulle scie di fuoco che ha tracciato lungo i decenni successivi, simili a quelle della Delorean, e che conducono dritti dritti fino a noi, con il nuovo episodio ormai a un tiro di schioppo e la promessa di una serialità imminente e già programmata.

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Così, Star Wars – Il Risveglio della Forza sta per arrivare nei Cinema. Ma anche Creed, spin-off di Rocky che però contiene anche Rocky in persona, sta per sbarcare nelle sale. E per entrambi i brand questo è il settimo appuntamento.

Sembra impossibile paragonare una space opera, assurta a simbolo del Cinema popolare ad alto budget, con la parabola, tutta strade della suburbia e palestre puzzolenti, di un pugile estratto a sorte dal sogno americano un attimo prima di precipitare per sempre nell’oblio. Ed è impossibile, infatti. Ma le somiglianze sono numerose. Luke Skywalker non viene “selezionato” in modo altrettanto provvidenziale dal suo tranquillo e noioso ménage familiare, prima di essere catapultato nell’avventura?

Per non parlare del legame tematico tra le due saghe: quello di due personaggi, Luke e Rocky, che pensano di non valere nulla, fino a che non scoprono di essere parecchio speciali. Entrambe storie dotate di feticci potenti, che siano le spade laser o i calzoncini a stelle e strisce, e di immagini iconiche a cascata. Facile a prevedersi per gli scenari galattici di Lucas, un po’ meno per il degrado urbano del minimalista Stallone, almeno fino a quando non ha trasformato il suo romantico boxeur in uno spacca-giganti, quasi in grado di porre fine da solo alla Guerra Fredda.

E non vogliamo certo tralasciare l’importanza delle rispettive colonne sonore. Va bene che Star Wars muove un giro di miliardi che sta in una galassia tutta sua, ma se dovessimo scegliere sapremmo davvero dire quale tra il tema classico di John Williams e Gonna Fly Now sia diventato il più celebre e riconoscibile, o quale sia stato montato più volte sui servizi delle più svariate trasmissioni televisive?

Anche nel loro imminente ritorno sembrano esserci rilevanti analogie. Per la prima volta infatti, le due creature si propongono al pubblico dopo un cambio del reparto creativo: Lucas ha lasciato il timone alla Disney e a J.J. Abrams, Stallone in Creed recita e co-produce ma non lo ha né diretto né scritto.

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Sia Sly che Harrison Ford, gloriosi veterani, tornano in scena per fare da padrini a personaggi giovani e nuovi di zecca e, a occhio, è probabile che all’interno dei rispettivi film avranno più o meno la stessa rilevanza. Come anche è ovvio che la mitologia del passato sarà parte integrante del nuovo tessuto narrativo, con richiami anche molto diretti già sbandierati nei trailer. Per non parlare di come, potenzialmente, Creed potrebbe lanciare una nuova serie di episodi allo stesso modo de Il Risveglio della Forza, ponendosi entrambi come un nuovo inizio e un punto di svolta per riaffermare il mito nella contemporaneità.

Tutto questo non certo per mettere Star Wars contro Rocky! Anzi è probabile che i rispettivi fandom siano largamente sovrapponibili. No, questo post era per celebrare due leggende proprio alla vigilia del loro ritorno in quello che si spera sia un vero trionfo, specialmente a livello artistico. Le recensioni di Star Wars ancora non ci sono, quelle di Creed gridano al filmone. Natale si avvicina, speriamo ci facciano un bel regalo, anzi due.