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Joss Whedon e il modo di seguire le serie tv

Come sono cambiate le serie tv negli ultimi dieci anni? Tanto. Il formato medio più popolare si è accorciato sensibilmente (10-12 episodi a stagione contro i 20 e passa di una volta) ed è cambiata l’idea stessa della narrativa tipica per la tv. Se prima infatti c’era molto più senso del ritmo, necessario a mantenere un impegno settimana dopo settimana per mesi, ora il campo è dominato in gran parte da miniserie che somigliano tanto a film allungati, con una densità narrativa più rarefatta. È il caso delle due serie più acclamate dell’anno scorso, Westworld e Stranger Things.

Ma soprattutto è cambiato il modo in cui gli spettatori hanno questi prodotti a disposizione. Accanto alla tradizionale uscita settimanale, molte serie ora le ingurgitiamo un episodio dopo l’altro, spesso nel giro di una giornata o due, che siano episodi scaricati o dvd. Full immersion, o forse meglio Binge-Watching. Un nuovo metodo talmente radicato e diffuso che a chiedersi se piaccia davvero a tutti ci si sente degli idioti. Eppure non piace così tanto a tutti. Joss Whedon, l’anima di Avengers ma che ha fatto la sua gavetta in tv mettendo a segno cult indiscussi come Buffy l’ammazzavampiri, ha dichiarato (da THR, via Screenrant):

Di mio non vorrei farlo. Vorrei che la gente tornasse ogni settimana e provasse l’esperienza di guardare qualcosa tutti nello stesso momento. Amavo la televisione-evento. […] Qualsiasi cosa a cui possiamo aggrapparci che renda qualcosa speciale, un episodio speciale, è utile per il pubblico. Ed è utile per gli autori, anche. ‘Ecco di cosa parliamo questa settimana!’ Che abbiate sei, dieci o tredici ore di visione in fila senza un attimo per respirare e trattenere quello che abbiamo fatto… pensando solo ‘Oh, questo è l’episodio 7 di 10’, lo rende amorfo dal punto di vista emozionale.

E questa cosa nella nostra cultura mi preoccupa: l’accesso totale in qualunque momento. Detto questo, se è ciò che vuole la gente, lo farò con lo stesso impegno. Mi adatterò. Più rendiamo le cose granulari e incomplete, più tutto questo diventa una filosofia di vita invece che un’esperienza. Diventa arredo, perde forza e noi con questo perdiamo qualcosa. […] Il Binge-watching, Dio sa se l’ho sperimentato, è sfiancante, ma può essere piacevole. Non è il diavolo. Ma mi preoccupa. Fa parte di un discorso più ampio.

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Che si sia perso qualcosa lungo la strada è piuttosto palese. Abbiamo barattato l’interattività in tempo reale con quella in differita. Nei primi anni novanta la gente guardava Twin Peaks e si consumava nel dubbio del celebre tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Con le abbuffate del Binge Watching non c’è più tempo di far crescere alcuna suspense, né di sincronizzarsi per l’attesa collettiva del colpo di scena finale. Ognuno per sé, ne parleremo più che altro a cose fatte.

Certo è più difficile annoiarsi o perdere il ritmo quando una serie la consumi su due piedi. Ma così ci possiamo scordare quell’energia che caratterizzava le grandi produzioni tra gli anni 90 e i primi del 2000. Se prendiamo due serie acclamate come ER e Dr. House, salta subito agli occhi la loro differente natura: episodi brevi, attorno ai 40 minuti, con dentro ogni volta avvenimenti a cascata, un tempo narrativo inesorabile che non ammetteva pause.

Quando l’episodio finiva, la spinta accumulata era tale che non vedevi l’ora di arrivare al successivo, anche se a quei tempi significava aspettare una settimana, senza alternative. Ora il concetto di serie si è avvicinato all’idea di Cinema: meno fatti, meno personaggi. Tutto era più agile e scattante, ora ce la si prende più comoda. Nei casi migliori abbiamo comunque True Detective, che coniuga con impressionante efficacia atmosfere rarefatte e urgenza narrativa. Ma non è sempre così.

Del resto “l’accesso totale in ogni momento” che preoccupa Whedon è in linea con l’andazzo generale della tecnologia attualmente nelle mani di tutti. Con lo smartphone non esiste più l’idea di attendere di essere tornati a casa per connettersi a internet o spulciare chi ci ha messo i like su facebook, e se anche oggi sembra un vantaggio irrinunciabile fino a pochi anni fa ne facevamo a meno, imparando a convivere con l’idea di attendere. Offrire più comodità ti aumenta il volume d’affari, ma non è detto che renda la vita migliore. E neppure la tv, se è per questo.

Difficile credere che le cose cambieranno, ma la vecchia scuola è tutt’altro che morta, solo che si è ibridata con il nuovo assetto dei contenuti “lenti”. Ma la storia è ciclica: a maggio esordirà la nuova stagione di Twin Peaks che, oltre a essere rilasciata con cadenza settimanale, conta ben 18 episodi, andando a sfiorare i grandi formati del passato. Un successo importante potrebbe far presagire un trend di recupero almeno parziale dei vecchi schemi? Magari sì, ma certo la cosa più importante rimane una e una sola: dateci grandi personaggi e storie indimenticabili, qualunque metodo di fruizione questo possa comportare.

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12 ragioni per cui Westworld non mi piace

Ho aspettato con ansia l’uscita di Westworld, ma non significa che mi fossi immaginato per filo e per segno come avrebbe dovuto essere, quindi non state a saltarmi alla gola con la classica contro-critica “non era come te lo aspettavi e basta”: i problemi di Westworld non hanno a che fare con le scelte di campo, il carattere, il mood. I problemi sono per lo più carenze di scrittura. Il che non significa che Westworld sia tutto da buttare: ha i suoi momenti, e forse ci sono tre episodi interamente belli dall’inizio alla fine, ma considerate le premesse della produzione non posso non vedere il tutto come una grossa delusione.

Il fatto che Westworld abbia ambizioni intellettuali non deve trarci in inganno: per smontarla non occorrono argomentazioni filosofiche, la serie ha gli stessi difetti di tante altre in cui la scrittura è troppo disorganizzata, ma qui la cerebralità spinta del plot lo fa notare di più. Abbiamo una fila di ingredienti, ma mancano l’impasto e il groove. Sono sempre più perplesso davanti a queste storie raccontate con la lunghezza di una serie ma con tempi narrativi interni di un film da cine-festival. Westworld si aggiunge a Mad Men e a Breaking Bad proprio per queste caratteristiche: non si arriva mai al punto, un discorso senza fine, diluito, pretenzioso, sembra sempre che non si possa mai darne un giudizio definitivo.

Per me una serie tv, per definizione, deve essere almeno un po’ commerciale! Agile, accattivante, furba, entro certi limiti. Perché la tv non è il cinema, ce l’hanno tutti in casa, è una cosa più easy. Fare grandi serie non vuol dire trasformarle letteralmente in cinema, non è possibile, è un controsenso. Se Westworld fosse stata più calda e avvincente non avrebbe perso niente, ci avrebbe solo guadagnato, spingendo tutto il pubblico ad approfondire le sfumature e i contenuti meno immediati. Per carità, sono consapevole che la serie è stata ultra acclamata, queste sono solo le mie considerazioni, il modo in cui l’ho percepita io.

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Ecco quindi le 12 ragioni per cui Westworld non mi è piaciuta.

1) La stagione ha una falsa partenza che castra subito ogni slancio: nel pilota Dolores, il personaggio di Evan Rachel Wood, viene introdotta come se dovesse essere la protagonista assoluta e la sua presentazione lascia ben sperare per tutto ciò che verrà dopo. Invece, con l’episodio 2, Dolores viene messa in disparte per fare spazio a Maeve/Thandie Newton, che in sostanza è chiamata a seguire, a modo suo, un percorso analogo. In pratica sembra di avere due episodi pilota uno dietro l’altro. Su un totale di 20 episodi forse non si noterebbe tanto, ma su dieci…

2) Westworld è la serie in cui tutti i personaggi cercano qualcosa. Chi un labirinto, chi il fantomatico Wyatt… E una volta cominciate le ricerche non si scopre niente di rilevante fino all’ultimo episodio, in cui si svela ogni cosa. Ma così è troppo facile, il modo più efficace verso lo spettatore è di far crescere progressivamente la curiosità con concessioni un po’ significative, scoprendo le carte un po’ per volta lungo il percorso. Così invece tutte queste ricerche sembrano più che altro un prendere tempo.

3) “Più umano dell’umano” Questo era il motto della Tyrell Corporation in Blade Runner, ricordate?
Beh, in Westworld sembra “più androide dell’androide”: difficile trovare qualche personaggio che non parli come un’antologia di aneddoti (il Ford di Anthony Hopkins o l’Uomo in Nero di Ed Harris), o che non sia irritante nella sua piattezza (il Logan di Ben Barnes), e la sensazione è proprio quella che i veri esseri umani siano troppo difficili da mettere in scena. È per far risaltare l’umanità degli androidi? Ma così non è interessante, bisognava avvicinare tra loro le due nature, non semplicemente scambiarle di posto.

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4) Gli androidi sono in assoluto le cose meno interessanti in Westworld. Sono carne da macello, chiusi nei loro loop ossessivi, incapaci per costituzione di rappresentare un pericolo per i visitatori. I più svegli di loro ci mettono una vita, quando non dieci, a realizzare di essere fantocci senzienti e sacrificabili a uso e consumo dei peggiori avanzi di forca, tra dirigenti e clienti del parco.

5) La stagione pare incerta nella gestione dei personaggi (Dolores promette benissimo all’inizio, poi perde consistenza per parecchi episodi) e nell’innescare le evoluzioni più ovvie: quanto ci mette Maeve a passare all’azione dopo che ha già capito tutto? A un certo punto dice “ora ci divertiamo!” e nell’episodio dopo sembra tornata alla non-vita di sempre…

6) A livello di regia non è che ci sia tutto questo granché. In particolare, quando c’è qualche momento d’azione nel parco, tutto è reso in modo statico, come l’assalto alla diligenza che ha luogo più o meno a metà stagione. In generale non si capisce l’attrattiva di Westworld come luogo dell’avventura, sembra più un tiro al piattello costosissimo per miliardari crudeli.

7) Westworld è la serie in cui i protagonisti sono i concetti più che i personaggi. Sarebbe anche un’idea interessante se i concetti non fossero così risaputi e i personaggi così privi di vitalità. Ma soprattutto è una serie con una trama molto artificiosa, ragion per cui si procede fino alla fine con spiegoni assortiti, che lasciano poco spazio a sviluppi più empatici.

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8) Il ritmo è casuale. Non ci ho trovato delle linee narrative convergenti ma una carrellata di situazioni, un continuo saltare di palo in frasca. Manca la coesione, soprattutto a livello emotivo.

9) La resa cromatica. Se il tema della serie è la freddezza (quella della crudeltà umana e dell’intelligenza artificiale in generale) forse una fotografia anch’essa gelida non è la scelta artistica più interessante. Invece tra la dominante verdastra e una desaturazione che fa sembrare pure il sole una lampada da comò l’aspetto di Westworld finisce per essere a suo modo banale e punitivo. Apprezzabile comunque quell’unico tocco di colore, il vestito azzurro di Dolores, che ricorda un po’ il rosso della bambina di Schindler’s List. Il parco di Westworld in effetti non è molto diverso da un campo di concentramento.

10) Negli ultimi due mesi bastava aprire il web per rendersi conto del tipo di fascino che Westworld esercita su gran parte del suo pubblico: l’intreccio, gli enigmi. Ragionare sulla trama, a prescindere dalla qualità con cui questa è raccontata. Decisamente un approccio da non incoraggiare, per i miei gusti.

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11) Tutto si poteva raccontare nella metà del tempo, ma Westworld cade vittima del suo stesso gimmick: il concetto di loop. Abusato in ogni modo, è il loop che somma alla freddezza dell’impianto la monotonia narrativa, nonostante l’alibi che “il cliente del parco torna per scoprire sempre nuovi dettagli”. Ci sono tanti cambiamenti, ma non sono quasi mai rilevanti, e non bastano a giustificare il continuo girotondo della stagione. La serie mostra tanti tentativi, tante piccole variazioni, come il cinema blockbuster di oggi che fa tante false partenze, reboot, finché non trova ciò che vende meglio. Potremmo vedere Westworld come il massimo atto di autocondanna che il sistema dell’entertainment sarà mai disposto a fare. Ma è una magra consolazione.

12) Essendo Westworld così fredda, faccio fatica a considerarla un prodotto ambizioso. Poteva sembrarlo nei trailer, che hanno una loro narrativa più facile e d’impatto. Durante la visione ho sempre avuto la sensazione che tutto il peso del rapporto show-spettatore fosse sulle mie spalle, e questo tipo di squilibrio è l’ultima cosa che cerco in un prodotto del genere. La più grande ambizione è raccontare bene, tirare in ballo lo spettatore. Accumulare enigmi non basta.

Disastro totale quindi? Non saprei, forse se si considera questa prima stagione come un lunghiiiissimo preambolo si può pensare che la prossima entri più nel vivo e funzioni meglio. Le idee in campo non sono male, ma necessitano di sceneggiature molto più focalizzate e di personaggi (e a volte anche di attori) più interessanti. In ogni caso, non lo sapremo fino al 2018, e non posso certo dire che l’attesa mi toglierà il sonno.

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Io e Breaking Bad

Assumere un atteggiamento anche solo lievemente critico verso Breaking Bad è come dover salire sul ring con Ivan Drago. Conseguenza inevitabile, quando giudizi come “la più grande serie tv di tutti i tempi” si sprecano e sommergono il web, oltre che il mondo reale. Dopo averne completato la visione ho lasciato passare del tempo per sedimentare e purificare il mio senso di lieve disappunto, di sensazione di incompiuto, di perfettibile. E ho trovato che le sensazioni avute a caldo non cambiavano. Perché al netto degli attori fantastici, della regia ultra personalizzata, dell’originalità della trama e di tante altre belle cosette, Breaking Bad ha un problema.

breaking bad  Io e Breaking Bad breaking bad 008Tutto dipende da cosa ci aspettiamo da una serie tv. Per quello che mi riguarda, quando sto per tuffarmi in una scia di stagioni so per certo che voglio avere una grande storia, grandi personaggi, grande scrittura, idee a catinelle, ritmo serrato, non forsennato, ma costante, in quanto il primo tratto distintivo di una serie tv è per l’appunto la serialità. Che può essere buona o cattiva, un limite o un valore aggiunto, e tutti sappiamo il perché: un racconto che ha a disposizione tanti episodi per essere sviluppato ha un sacco di cartucce in più, può permettersi di lavorare con tempi più dilatati e far succedere più cose, si spera interessanti.

Viceversa, la serialità senza idee e senza le giuste intenzioni metterà in risalto con spietata rapidità ogni difetto del prodotto, tirando per le lunghe vicende di nessun interesse, e diluendo quel poco di buono che poteva esserci in potenza. Insomma, bisogna fare i conti col ritmo, dando per scontata l’adesione al patto che da sempre si fa con un appuntamento seriale: essere intrattenuti con maggior efficienza e più garanzie, perché una serie tv deve incollare il pubblico al piccolo schermo per molto tempo, spingere il cliente a tornare ogni volta. Un film, invece, una volta che hai comprato il biglietto ha già vinto e può anche permettersi di annoiarti.

breaking-bad-buried-anna-gunn-bryan-cranston  Io e Breaking Bad breaking bad buried anna gunn bryan cranstonAccettato quindi l’assioma che una serie tv di una certa lunghezza non può esistere senza reinventarsi con saggezza e senza mantenere il ritmo ad alti livelli, ecco che il problema di Breaking Bad esplode in tutta la sua evidenza: per numero di personaggi, densità di spunti e cura della confezione e dei tempi della narrazione, la storia di Walter White & co. somiglia molto di più a un film che a una serie. Ma un film di 5 stagioni è davvero troppo. Per non parlare di come più volte i personaggi assumano atteggiamenti estremamente contraddittori, con certe svolte estreme nei caratteri che sembrano frutto di una scrittura grezza, improvvisata. Non ho apprezzato neppure la scelta di virare la fotografia in un giallo così posticcio tutte le numerose digressioni messicane, che non solo il risultato è dozzinale ma anche brutto da vedere.

Ma il limite vero di Breaking Bad, ciò che me lo rende un’opera interessante ma non di più, è proprio la pesantezza e l’incertezza del suo passo, con quel modo tarantiniano di procedere di situazione in situazione, a volte senza una meta apparente quando, soprattutto con uno scenario così drammatico, un ritmo più vigoroso avrebbe graziato tutta la baracca. Probabilmente, se fosse stato compresso tutto in tre stagioni anziché cinque, mi sarebbe piaciuto un casino e mi sarei unito alla folla degli entusiasti. Così, invece, mi rimane una tappa vissuta e lasciata un po’ alle spalle, nel lungo percorso alla ricerca della serie “perfetta”. Un telefilm con importanti pregi ma che non mi ha fatto scattare la magica scintilla. Pazienza.

True Detective, vera bomba

Questa storia che nelle serie tv ormai si facciano cose migliori che al cinema non è il massimo. Sono uno che tifa ancora per la specialità del one-shot, per la capacità di aprire e chiudere un mondo nel giro di due ore, lasciando tutti soddisfatti. Tanti film ci riescono, anche se pochi appartengono al nostro presente. E poi, ecco che le serie tv si dopano di brutto e rubano la scena. Facendo finta che siano problemi fondamentali, un po’ tocca ammettere che dispiace. True Detective, però, è una di quelle cose che possono spingerti dalla parte del nemico.

Nonostante sia una serie acclamata dai più, avevo letto qualche voce dissidente a proposito di un’eccessiva e pretenziosa lentezza, sia pure avvolta in una confezione impeccabile, che in teoria doveva affossare il prodotto e renderlo ciò che una serie tv non dovrebbe mai permettersi di essere. Esatto, quella cosa lì, l’avete pensata giusto ora: una palla allucinante.

E mi dicevo “ecco, vedrai che hanno preso un canovaccio di genere (in questo caso un omicidio rituale da risolvere) e l’hanno spolpato sistematicamente fino a ricavare un bel vuoto d’autore, col terrore di sembrare, altrimenti, troppo commerciali”. Invece, stando al primo episodio, non c’è proprio nessuna lentezza, o almeno nessuna lentezza in senso dispregiativo. Forse, qualcuno aveva frainteso il titolo pensando a un action-thriller, quando trattasi più che altro di un noir. Questo spiegherebbe il malcontento di alcuni.

true  True Detective, vera bomba truePer il resto, solo gran classe in ogni comparto. A cominciare dalla scelta di lavorare sui protagonisti invece che passare il tempo ad accumulare svolte narrative, facce, nomi etc. Sono due strategie opposte, una paga e l’altra no, per un semplice motivo: se hai cura di cesellare i protagonisti con passione non hai bisogno di inventarti chissà che storie originali e intricate perché, se un personaggio è ritratto bene e ti sta a cuore, anche il fatto che si punga con uno spillo ti procurerà uno sconvolgimento da incubo. Viceversa, se sui personaggi lavori poco, per suscitare interesse non basteranno nemmeno mille colpi di scena. A chi importa di quello che succede a un fantoccio?

Superfluo ribadire le sacrosante lodi per Woody Harrelson e Matthew McConaughey. In effetti i due ci sono dentro fino alla punta delle orecchie: il primo porta carisma e simpatia, il secondo è un Oscar che cammina, beve e fuma.
Morale, True Detective ha sfoggiato uno starter di prim’ordine, che se la serie è tutta così c’è solo da leccarsi i baffi.
E poi, insomma, True Detective. Potevo anche scrivere solo il titolo, che avrebbe detto già tutto.

15 stagioni in 48 secondi: il tema musicale di ER

ER  15 stagioni in 48 secondi: il tema musicale di ER ER Cast Season 1
Dovete sapere che negli anni ’90 non occorreva girare coi capelli sparati in aria per essere scritturati

Per chi se lo chiedesse, il titolo di questo post mi è venuto in mente ripensando al combattimento finale de Il Corvo, dove (SPOILER!) il buon Eric Draven afferra il cranio di Top Dollar e gli scarica, come se fosse una chiavetta USB, tutta l’agonia della sua defunta fidanzata, gridandogli “Trenta ore di sofferenze, tutte insieme!” Con la differenza che qui non si parla di sofferenza, proprio no.
Oggi il mondo dell’entertainment è in mano alle serie tv, che hanno raggiunto livelli qualitativi e ambizioni tali da, insomma, tutto quello che già sapete, lo sappiamo tutti. A metà degli anni ’90 non era così.
Però, allora, c’era comunque ER.

Inutile mettersi qui a snocciolare tutte le qualità di una serie che riusciva a creare insostenibili livelli di dramma e thriller (ma anche massicce dosi di sapido umorismo) mettendo in scena cateteri e flebo, per non parlare dei caratteristici piano-sequenza mozzafiato, e della capacità di creare ogni volta scene debordanti di dettagli . Ma vale la pena fermarsi a riflettere su un aspetto in particolare, un dettaglio che poi dettaglio non è: il tema musicale.

L’attuale andazzo, anche delle serie migliori, è di affidarsi a temi generici, che una produzione potrebbe tranquillamente scambiarsi con le altre. O peggio ancora, si ricorre a stacchetti della durata di pochi secondi, fatti e piazzati al solo scopo di chiudere il prologo e aprire l’episodio vero e proprio.

Beh, non era questo che aveva in mente il grande James Newton Howard quando realizzò il pezzo portante della soundtrack di ER, cosa che fece tra l’altro piuttosto in fretta a causa di altri impegni di lavoro incombenti. Risultato, 48 secondi di musica che in sé contiene già tutto il telefilm in nuce, dove l’arrangiamento a base di tastiere, percussioni sintetiche e chitarre elettriche suona come un ingorgo di sirene di ambulanze, clacson, defibrillatori e respiratori, presieduto dal battito cardiaco di un cuore di cento chili un po’ zoppicante. Eppure, è un tema con un’introduzione, uno svolgimento (a base di tre sole note e vari contrappunti di piano), un’ultima, assillante contrazione e un finale brusco e liberatorio, in cui si può letteralmente sentire scoppiare il silenzio.
er_logo  15 stagioni in 48 secondi: il tema musicale di ER er logoUn tema talmente buono e giusto che l’hanno tenuto per ben 12 stagioni, prima di disfarsene. Ma sarebbe riapparso comunque a chiudere l’ultimissimo appuntamento con la serie.
Parere personale, si tratta di un brano talmente avventuroso e fulmineo che non stanca mai. Per quello che mi riguarda, è ancora oggi una delle sigle più peculiari e azzeccate di sempre.

Penny Dreadful: la deliziosa e rinfrescante “new wave” dell’horror

Qual è il tipo di horror più efficace? Di norma la risposta è di natura puramente empirica: l’horror più efficace è quello che ci fa saltare sulla sedia. Quello che ci fa salire l’impulso incontrollabile di accendere tutte le luci e fare un giro di perlustrazione della casa armati di mazza da baseball, taser, acqua santa o proiettili d’argento a seconda dei casi. Ma quale tipologia di horror, oggi, raggiunge di più – e meglio – questo obiettivo? È forse l’horror “realistico” a base di psicopatici e serial killer, spesso tratto da sanguinosi fatti di cronaca; o si tratta invece dell’horror soprannaturale che attinge a leggende urbane e tipiche “storie da campeggio” per farci tremare con racconti di fantasmi, apparizioni demoniache, case infestate e inquietanti premonizioni di morte? Ognuno, ça va sans dire, ha la sua preferenza.

Penny Dreadful: la deliziosa e rinfrescante "new wave" dell'horror Penny Dreadful Keyart 01  1Ma oggi, una tipologia di horror che si sta imponendo all’attenzione generale riscuotendo importanti successi a livello di share e incassi è quella che mixa abilmente questi due registri – il crudo realismo cronachistico da squadra omicidi e la fantasia dark-horror a carattere soprannaturale – calandoli in una narrazione verosimile, particolareggiata, “adulta” e curata in ogni dettaglio. A offrirne un esempio lampante è la serie del momento – ahimè ancora inedita in Italia – Penny Dreadful. Il titolo è già tutto un programma. I penny dreadful erano infatti le storie “a episodi” molto diffuse nella stampa periodica dell’800 e che attraverso un sensazionalismo narrativo basato su vicende paurose, truculente, morbose e disturbanti nonchè un uso massiccio di violenza grafica e stratagemmi visivi da Grand Guignol, riuscivano a calamitare l’attenzione del pubblico di massa. Gli antesignani della letteratura pulp tanto cara a Quentin Tarantino insomma.

Ed è proprio questo spirito che la serie creata da John Logan e prodotta da Sam Mendes vuole ricreare, attualizzandolo fortemente grazie a un impianto narrativo iperrealistico e molto contemporaneo, e affidandosi ad attori di grosso calibro come Josh Hartnett, Timothy Dalton, Rory Kinnear ed Eva Green (oltre all’astro emergente Harry Treadaway). Penny Dreadful: la deliziosa e rinfrescante "new wave" dell'horror pennydreadfulVa detto che Logan e Mendes hanno già alle spalle una fortunatissima collaborazione: quello Skyfall che, rastrellando critiche entusiastiche e più di un miliardo di dollari di incassi in tutto il mondo, ha consacrato definitivamente nel cuore degli appassionati di cinema il James Bond scolpito nei tratti spigolosi e metallici di Daniel Craig. Con Penny Dreadful, Logan e Mendes hanno saccheggiato la letteratura horror victoriana – da Mary Shelley a Bram Stoker – per farne rivivere i protagonisti in un contesto che, ci ha tenuto a precisare John Logan, è molto realistico: “tutti i personaggi appaiono in forma umana nella Londra di fine secolo”.

Dallo scienziato rianima-morti Victor Frankenstein all’intrepido esploratore Malcom Murray, dall’aristocratico seduttore Dorian Gray all’enigmatica Vanessa Ives, Penny Dreadful combina icone della storia della letteratura a personaggi inediti. E mette in campo ad alti livelli quella formula, basata sulla reintepretazione in chiave ultrapop di classici dell’immaginario finzionale collettivo, di cui abbiamo già visto interessanti esperimenti nella narrativa degli ultimi anni, basti pensare alle due mashup novel Orgoglio e pregiudizio e zombie e Abraham Lincoln: Vampire Hunter di Seth Grahame-Smith. Il risultato è una straordinaria esplosione di suggestioni gotiche, citazioni horror, atmosfere mystery, progressioni thriller, stilettate di black humor e scenografie vittoriane miscelate insieme in un cocktail incredibilmente fresco, moderno e irresistibile. Ed è la conferma che, da Lost ad American Horror Story, le serie tv, molto più che il cinema, sono il vero polmone creativo dell’intrattenimento.