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James Cameron, il futuro tra Avatar e Terminator

Qualcuno forse se lo è scordato, ma James Cameron è stato il “re del mondo”, o almeno del Cinema. Anzi, lo è ancora. E lo dico a prescindere dal fatto che Avatar non mi abbia detto niente, a partire dalla sua estetica perfetta quanto innocua e tralasciando la banalità della storia. No, per me Cameron ha cambiato il mondo l’ultima volta con Titanic, ma lo aveva già fatto prima con Terminator 2 e prima ancora con quello che forse è il suo capolavoro di sempre, Terminator. In mezzo ci metteva lunghe pause e film comunque maiuscoli come Aliens e True Lies. Seriamente, la qualità media della sua filmografia non era esattamente cosa comune.

Ma cosa è successo a Terminator? Dopo il secondo episodio la saga ha colpito un iceberg e la prua è andata sempre più a sud. Terminator 3 era una riproposizione dello schema di base ibridato con l’autoparodia, Terminator Salvation tentava di riportare un minimo di originalità e aveva la visione giusta, ma senza soddisfarla a dovere, per poi arrivare al recentissimo Terminator Genisys, pasticcio inutilmente dopato di CGI e complicatezze assortite. Intanto 16 anni sono passati che sembra un soffio, e al mito di Terminator non è stato aggiunto uno spillo di qualità.

E ora i diritti stanno per tornare in mano a James Cameron, che ha già chiamato in campo Tim Miller, il regista di Deadpool, per rimettere in piedi il franchise. Tutto questo mentre lavora in contemporanea a 4 sequel di Avatar. Non sarà un po’ troppo anche per il re del mondo? Ma soprattutto, chi è realmente in grado di ridare un senso a Terminator? Forse non ci poniamo il problema perché, come per Alien, si sono fatti abbastanza sequel di qualità altalenante da non vedere più niente di sacro nelle rispettive mitologie. Ma Terminator è prima di tutto il film del 1984.

Esatto, il più bello e il meno costoso, non potete sbagliarvi, nonché perfettamente autonomo quanto al senso e alla compiutezza. Lo stesso Terminator 2, per quanto epocale, era già l’ultima spiaggia prima della mera ripetizione: per certi versi un remake ad alto budget, con un regista in grado di renderne conto con ogni fotogramma.

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Terminator e Avatar secondo me hanno già dato tutto ma, se dovessi scegliere, credo sia il primo quello su cui James Cameron dovrebbe concentrarsi. E dovrebbe farlo usando le linee guida del 1984, riducendo il budget e lavorando tanto su sceneggiatura e regia, eliminando il paradigma classico della battaglia per la vita di John Connor, un tema ormai spolpato fino al midollo, ed esplorando altri lati della mitologia. C’è tutto uno scenario nel futuro visto negli incubi e nei flashforward dei primi due capitoli che potrebbe essere indagato ulteriormente, e alcuni spunti interessanti la saga ha continuato a sfornarli ogni tanto.

I franchise moderni sono così: scenari condivisi, invece che storie coese dotate di inizio e fine. Se abbiamo tanti nuovi Star Wars, tanti nuovi Batman e X-Men, allora c’è spazio anche per Terminator, specie se supervisionato dalla mente creativa che lo ha cominciato. Nuovi sequel di Avatar cosa avrebbero da offrire? Per un’opera così visiva il film ha avuto un fallout immaginifico pressoché nullo. Né pare plausibile un nuovo fenomeno tecnologico, dato che nel frattempo il tormentone del 3D ha avuto modo di affondare di nuovo.

E anche se esistono sequel che annientano gli incassi dei predecessori sarà davvero possibile in questo caso particolare? Parliamo del boxoffice più ricco della storia del Cinema. D’altro canto, è anche vero che se James Cameron si limita a produrre e plasmare nuovi Terminator senza però dirigerli la prospettiva si fa meno avvincente. La sua regia, e col senno di poi lo si può dire anche più forte, è stata sempre determinante per la riuscita. Ma sarebbe possibile per l’uomo che ha creato il mastodonte tecnologico Avatar fare dietrofront e recuperare un cinema più pratico e grezzo?

Forse sì, prendendo esempio dalla scuola dei moderni Star Wars, di Nolan e altri registi che lavorano il più possibile in presa diretta. Potrebbe essere interessante, ma Cameron sembra molto coinvolto da Avatar e da quell’approccio in generale, per cui non vedo grandi possibilità in questo senso. Né Tim Miller mi pare il regista adatto, molto meglio uno come Gareth Edwards, che con Rogue One ha dimostrato un polso fermo e un gusto old school che farebbe tanto comodo non solo a Terminator, ma più o meno ad ogni altro grosso brand che a Hollywood va per la maggiore. Quella filosofia del Cinema sta tornando, attecchisce ai livelli più alti e nelle produzioni più importanti. Anche se i re del mondo i trend li lanciano ma non li seguono, speriamo che James Cameron per ogni singolo film usi un sistema solo: il migliore.

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Rogue One: A Star Wars Story – Recensione

È arrivato il grande giorno, siamo fuori dal tunnel. Con Rogue One, che non sfoggia i numeri romani di rito come gradi su una divisa, ma contiene l’uno già nel titolo quasi a reclamare la sua originalità di approccio, siamo ufficialmente fuori dal medioevo dell’entertainment degli ultimi 15 anni, quello tutto CGI gratuita, personaggi-pupazzi e scrittura pretestuosa. Ora bisogna vedere se la cosa dura. Ma intanto godiamoci il momento.

Se vi piacciono le storie di redenzione, questa fa per voi: Star Wars, con la nuova trilogia di Lucas, aveva abbracciato la logica del green screen e della estrema pulizia di ambienti, astronavi e droidi, ed è Star Wars che ora ci riporta a un’epica più sporca e sudata, dove i colori esistono ma non sono sparsi a piene mani, e dove gli Star Destroyer sono immortalati in tutta la loro maestosa enormità, con volumi pesanti e materici.

È tutto chiaro fin dalla primissima scena: una ripresa aerea di bellezza indescrivibile ci introduce a un prologo carico di tensione che pare uscito da un western di Sergio Leone. Rogue One è un film di punti di riferimento che cambiano, è il decreto che rimette in ordine la gerarchia tra narrativa e tecnologia, qui presente in dosi massicce ma soggiogata senza via di scampo alle esigenze dello spettacolo e del pieno coinvolgimento dello spettatore.

Tutto è ancorato a una fisicità che influenza ogni inquadratura, Rogue One è il primo Star Wars molto più di fantascienza che fantasy, e che guarda allo spazio più con la dinamica e la sensorialità di Gravity e Interstellar che come i vecchi episodi della saga, con quelle vertigini e quel silenzio che rendono tutto una vera esperienza diretta. Gareth Edwards, che già aveva dimostrato una sensibilità da alto budget interessante con una materia rischiosissima come Godzilla, dirige un film in cui ogni punto di luce è strappato con fatica alle tenebre, con un tocco personale che investe ogni cosa, a partire dalle ambientazioni: dalla Città Sacra che pare uno scenario di guerra in medio oriente alla sterminata e tentacolare distesa urbana dove conosciamo Cassian, uno sprawl tetro e verticale degno di Blade Runner.

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Quando hai un blockbuster vecchia scuola come questo non occorre neppure che sia un film perfetto o un capolavoro di sceneggiatura, ti appaga per il semplice fatto di essere autentico, concreto: una sensazione rara e preziosa. A quel punto non ti importa se ti stanno riproponendo alcuni elementi vecchi di quarant’anni, l’umore è diverso, e soprattutto c’è un’interessante tensione al sacrificio e all’abnegazione che domina tutta la storia e rischia di essere il contenuto con più carica trascendente di tutto Star Wars.

Rogue One però non si limita ad aggiungere mitologia in termini di nuovi personaggi, tutti convincenti a partire dalla Jyn Erso di Felicity Jones, ma ci ripropone ciò che ci è già famigliare questa volta al meglio delle possibilità, soprattutto una lunghissima battaglia finale da applausi scroscianti, per la prima volta nella lunga storia dei finali baracconi ed eterni, con effetti, tempistiche e angoli di ripresa delle navicelle da impazzire di gioia e fomento. Un implacabile crescendo dove ci si prende sempre il tempo di chiarire la posta in gioco prima di far esplodere l’azione, così che tutto abbia il senso necessario.

L’unico film “minore” e “sacrificabile” – è uno spin-off – della serie è praticamente il maggiore di tutti, e non lo dico per semplice amore del paradosso. Rogue One, soprattutto inoltrandosi nel terzo atto, sviluppa una forza d’urto, un peso specifico, un impatto tangibile, una qualità registica che nel canone non ha precedenti. Un film che contiene sottotraccia tutte le lezioni che i blockbuster attuali devono ristudiarsi di sana pianta, e che supera anche Il Risveglio della Forza, che già iniziava questo recupero artistico, per efficacia, atmosfera e personalità.

Un’avventura totale e spettacolare giocata tutta su colori scuri, toni rugginosi, polverosi, ma sempre in immagini piene di vitalità. Chi l’avrebbe mai detto? Stiamo vivendo l’epoca in cui si sfornano i migliori film di Star Wars, e per varie ragioni sono sempre più convinto che il prossimo, episodio VIII, sarà l’apice senza appello. Intanto celebriamo a dovere Rogue One, e tutto quello che significa per tutti noi che amiamo il Cinema.

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Inferno Recensione Tom Hanks

Inferno – Recensione

Ma da cosa fugge esattamente il moderno cinema d’azione e d’avventura? In Inferno, di nuovo diretto da Ron Howard, Robert Langdon/Tom Hanks è alle prese con un enigma la cui mancata soluzione comporterebbe conseguenze catastrofiche per il genere umano, e si butta ancora una volta al centro di una mischia internazionale. Per l’occasione lo accompagna una bella Monna Lisa in carne e ossa, Felicity Jones, giusto in tempo prima della sua partenza per la galassia lontana di Star Wars; questa potrebbe essere l’ultima volta che la vediamo in versione non-superstar.

Occorre altro? No, quindi si parte con lo schema narrativo classico che ibrida la fuga del protagonista con la ricerca di qualcosa che risolva la situazione, prima che i cattivi risolvano lui. In Inferno Firenze, come era stato per Roma in Angeli e Demoni, diventa un enorme tabellone affrescato per la partita definitiva, terreno ideale per lo sviluppo del racconto: concentrarsi sul movimento, sugli snodi narrativi, sull’ingresso via via di nuovi personaggi, svelando un po’ per volta la trama dietro alla minaccia. Però, ecco, mano a mano che si aggiunge carne al fuoco ci si aspetterebbe anche un incremento dell’intensità, del dramma, del thriller.

Invece tutto avviene senza soffermarsi su nulla in particolare, che sia l’atmosfera di una location specifica (però bella la scena nel solaio del Palazzo Vecchio, in cui finalmente un set particolare detta regole particolari per l’azione), o le motivazioni dei tanti agenti in gioco, vige la regola che le cose basta dirle perché il racconto possa fare il suo mestiere. Diversamente ci vorrebbe troppo tempo, tempo da sottrarre alle corse a perdifiato, alle sparatorie e agli indovinelli, e quelli sono il tesoro intoccabile di questo tipo di produzioni. Sarebbe quasi lodevole tutta questa attenzione alla parola, ma qui non siamo a teatro o in letteratura. Questo è Cinema, e le immagini e le svolte narrative avrebbero bisogno di respirare, come qualunque cosa che possa dirsi vitale.

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Inferno conserva gran parte del team creativo de Il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni, ma qui è tutto alleggerito, una versione da viaggio, da battaglia, meno gonfia nella messa in scena e più agile. Se da un lato questo garantisce un ritmo costante dall’altro si perde però quel leggero afflato epico che, seppur di grana grossa, in passato dava un po’ di spessore in più, mentre altri comparti mostrano i muscoli ben oltre il necessario, con un muro sonoro che colpisce per la violenza più che per l’opportunità, e le allucinazioni di Langdon troppo inclini all’estetica digitale. Però quando Inferno tira un po’ il freno, su certe svolte, ogni ingranaggio scatta alla perfezione.

Cinema da inseguire più che da seguire, ritorna la domanda di prima: da cosa stanno scappando questi film? La loro attitudine alla velocità, a cui tutto il resto deve adeguarsi meglio che può, comincia a sembrare una (sia pur discutibile) corrente espressiva, ma a che scopo in questo caso? Per stare al passo con la mentalità multitasking nell’era degli smartphone? Ma il pubblico è davvero così impaziente? O magari Inferno funziona come certi giochi di prestigio, in cui a essere determinante è la rapidità di esecuzione, chi può dirlo.

Ma a differenza dei giochi di prestigio qui la fatica dietro al numero di magia si vede, si avverte un forte stress che percorre le strutture portanti, che gli attori hanno spesso meno spazio di manovra di quello che sarebbe fisiologico, che i personaggi hanno il ragionamento e la battuta troppo pronti. Come nei film scritti da Aaron Sorkin, dove però il contenuto è più nobile e la forma più congegnata.

In definitiva, mi manca molto il Ron Howard di Cuori Ribelli e di Fuoco Assassino: storie che si prendevano il tempo, che idolatravano i loro protagonisti al di sopra di qualunque trucco di sceneggiatura; ma anche il ben più recente Frost/Nixon spicca per il suo tocco umanista. Inferno è decisamente un prodotto di un’altra epoca, anche se sono passati solo pochi anni.

 

Colin Trevorrow Jurassic World

Colin Trevorrow e Jurassic World 2: la questione animatronic e CGI

Su questi schermi mi è capitato spesso di lamentarmi di come la CGI – gli effetti visivi generati al computer – abbia sostanzialmente inquinato il cinema degli ultimi 15-20 anni, rendendolo di fatto peggiore di quello che potrebbe essere. Ovviamente, si tratta di un problema dei film ad alto budget, che spesso sono così pieni di corpi digitali proprio per questo viziaccio di demandare gran parte del lavoro creativo a qualcosa che si può realizzare solo in post-produzione. Ma il limite non è solo esteriore, visivo.

Il problema nasce dalla consapevolezza che il computer ti offre un arsenale sterminato di immagini in movimento, niente è troppo estremo o fantasioso per uno strumento virtuale come quello. Ma questa consapevolezza di avere munizioni infinite ha scavato una fossa abissale sotto i piedi del genio creativo hollywoodiano: se il film lo puoi assemblare a colpi di effetti visivi, perché sprecarsi a scrivere una bella sceneggiatura?

Colin Trevorrow ha diretto Jurassic World, uno dei più grandi incassi della storia del cinema. Dirigerà anche l’episodio IX di Star Wars. Ora, a me Jurassic World non è piaciuto, ma non importa. Quello che conta è che il regista, parlando del prossimo film sui dinosauri, ha casualmente specificato in parole semplici questo concetto del rapporto tra effetti visivi e scrittura pura e semplice. Tra le altre cose Trevorrow afferma questo:

 

[…] Abbiamo scritto delle opportunità per gli animatronic in questo film, perché è una cosa che deve partire dalla scrittura.[…]

 

Buono a sapersi, anche se lo sapevamo già: la scrittura di una sceneggiatura cambia se sai di avere o non avere certi mezzi a disposizione. Il bello è sentirlo detto da uno che opera al centro del business, che sa bene di ciò di cui parla. Trevorrow tocca questo tasto mentre spiega che gli animatronic sono indicati solo per certi movimenti dei dinosauri, e che per il resto occorre la CGI.

Colin Trevorrow Jurassic World  Colin Trevorrow e Jurassic World 2: la questione animatronic e CGI 86462
Patente e libretto, prego

Certo, nessuno ne dubita. Il fatto, e qui parlo del cinema in generale, è che il “resto” in questione esiste perché esiste la possibilità di usare la CGI, e non viceversa. Si usa la tecnologia solo perché c’è, non per altro. Se il digitale non esistesse, e ci si dovesse arrangiare con la pellicola, la gente scatterebbe foto di qualunque cosa per poi postarle sui social?

Se ci si limitasse a girare solo ciò che si può fare dal vivo e usare la CGI solo per le rifiniture questo problema non ci sarebbe. Non ci sarebbe neppure alcun vero limite artistico, perché a oggi non esiste alcuna prova che le scene con la CGI illimitata siano più efficaci, o che siano più belle da vedere, ma soprattutto non esiste alcuna prova che la CGI, per quanto ben fatta, renda un film migliore. Anzi, nove volte su dieci abbiamo le prove del contrario.

Ma, e qui viene meno qualunque alibi, esistono anche grandissime produzioni che riducono al minimo gli effetti digitali e che stanno riscoprendo il fascino e la disciplina che solo effetti pratici e solidi possono portare. Dai nuovi Star Wars ai film di Christopher Nolan, parliamo comunque di trionfi di botteghino, ergo la vecchia scuola in termini di soldi paga quanto la nuova. E guarda caso ne Il Risveglio Della Forza l’unica cosa visivamente stonata dal punto di vista visivo e concettuale è Snoke, il mostro digitale sempre nascosto nella penombra.

Perché quello contro cui si accanisce la critica e la fascia di spettatori dal gusto più educato non è il fatto che i blockbuster siano fatti con le montagne di dobloni, ma che spesso perdano l’anima nel flusso dei miliardi, quelli che escono per le spese e quelli che rientrano al botteghino. Anche fregandosene della critica, Hollywood potrebbe davvero puntare in alto e offrire al mondo un cinema che sia veramente unico e invidiabile, cioè fatto con mezzi che nessun altro si può permettere, ma anche con tutto il talento possibile. Per rinforzare la mia tesi, dato che le immagini contano più delle parole, vi lascio con un minuto e mezzo di video con le prove del vecchio T-REX di Jurassic Park. Have fun!

Star Wars Rogue One Il Risveglio della Forza

Da Il Risveglio della Forza a Rogue One, lode al nuovo look di Star Wars

Come ho già scritto altrove, non sono un fan di Star Wars, e non attendo con ansia i film antologici come Rogue One: A Star Wars Story, l’unico capitolo che aspetto con curiosità è episodio VIII, perché lo scrive e dirige Rian Johnson. Il che significa che sono più interessato a come questo talentuoso giovane autore vede la saga più popolare di sempre che alla saga in sé. Non vogliatemene, ma qui si parla di Cinema e non solo di affetto per un film. Ma c’è una cosa vista nei trailer di Rogue One che merita di essere evidenziata: il look.

La nuova trilogia di Star Wars, diretta interamente da George Lucas, aveva un aspetto troppo patinato e levigato per i miei gusti. Se racconti una storia ultra classica dal sapore mitologico, con creature di fantasia, droidi, astronavi e spade laser rendere tutto pulito e colorato, senza un granello di polvere, è la scelta estetica più ovvia.

Viceversa, i nuovi episodi, Il Risveglio della Forza e Rogue One, stanno usando un colpo d’occhio molto più old school, ancorando queste storie epiche e mitiche a un terreno più vicino a noi che sediamo in sala, che in questo modo diventiamo spettatori ancora più privilegiati. La fotografia giusta può fare molto del prodotto finale, è l’unico vero 3D che funzioni: la stessa scena può essere girata in molti modi diversi, al punto che alla fine non sarà neanche più la stessa. I buoni dialoghi ce li ha anche la radio o un libro, il primo vessillo del Cinema è l’immagine. La sequenza del trailer di Rogue One col Caccia Stellare che esce dall’oscurità è una di quelle cose che, per un non fan come me, danno ancora senso a Star Wars.

Star Wars Rogue One Il Risveglio della Forza  Da Il Risveglio della Forza a Rogue One, lode al nuovo look di Star Wars star wars

Ricordarselo può essere utile soprattutto quando la storia che ci raccontano nasce già vincolata dalla tradizione, specialmente in un prequel. In Rogue One vediamo luci all’apparenza meno studiate, che sanno di tutto meno che di green screen, con un aspetto naturale e imponente, con maggiore profondità dello sguardo e una sana contraddizione in cerca di una risoluzione.

Come anche paiono in calo i mostri e le altre creature spesso interamente digitali che abbiamo visto nei film precedenti. Come per i capitoli più adulti di Harry Potter, ormai credo siamo tutti d’accordo che a un certo punto levare dalla scena certi elementi non può che giovare, e che non sta in quelli l’aspetto bigger than life che tanto ci piace. Speriamo che mantengano questo look anche per Episodio VIII. Nel frattempo beccatevi C2-B5, la versione Impero di R2-D2. Dite ciao.

Star Wars Rogue One Il Risveglio della Forza  Da Il Risveglio della Forza a Rogue One, lode al nuovo look di Star Wars 1494204

Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars – Return Of The Jedi

Stewart Barbee - Cinematographer 2001 Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart Barbee 2001 3
Stewart Barbee – Cinematographer 2001

We live in the age of Star Wars. Well, that sounds a bit obvious, but really, since the first legendary episode came out in 1977, Star Wars has dominated the world. Now that the saga has rediscovered its vigorous magic and success with The Force Awakens, this statement has never sounded truer. The release of this new episode, produced by Disney and directed by J.J. Abrams for the first time, has reignited the passion far and wide around the globe with everyone wanting to say their piece, including us. And so, we asked ourselves, why don’t we consult someone that had an active part in the earlier years of this world-renowned legend? Someone who has breathed the air on the set in the glorious days of the first trilogy, in a period in which the world and film worked in a much different way than they do now.

The Force Awakens, with its energy and brilliance, fearlessly revokes the spirit of that earlier period, while also treasuring the lessons of the last four decades and projecting itself toward a very promising future. This is where Stewart Barbee comes into play. Stewart, an effects cameraman, has had a long and multi-colored career ranging from documentaries to action-packed films (Star Trek II – The Wrath of Khan and The Right Stuff, to name a few) and as the special effects cameraman for Industrial Light and Magic (ILM), he also worked on the Return of the Jedi.

We reached out to him and asked if we could interview him. He accepted with enthusiasm, answering our questions that span from his experience on the set of the Return of the Jedi to his impression of the more recent use of digital technology in the world of cinema and of course his thoughts on The Force Awakens! In the body of the article you will also find photos from the backstage of Return of the Jedi that he has shared with us.

Mr. Barbee, can you please describe how you became affiliated with Star Wars?

I was hired at Industrial Light and Magic (ILM) as an effects cameraman in the early 1980s. ILM was the division of Lucasfilm which produced the special effects for all Star Wars films. ILM began in Van Nuys, California in 1975. After the first Star Wars film, George Lucas moved the company to San Rafael, CA in 1978. He took over a building on Kerner Blvd and this became ILM until the company moved to the Presidio in San Francisco in 2005.

The sign on the front of the ILM building said, “The Kerner Company” and remained this way for all the years ILM existed there. This kept people from wandering in off the street and trying to get a peek at ILM activities and helped the company to keep a low profile. Most people had no idea of what was going on there. I got myself hired during the production of Star Trek II, which mostly involved explosions of star ships for the space battles, etc., although, I also got to film the model of the Enterprise for many of the effects scenes including the warp speed effect. This was very complicated and is a whole other story in itself.

Since I was a local cameraman with years of experience including combat photography during the Vietnam War as well as lots of experience in high speed motion picture photography for sports, I was perfect for the job. I didn’t get jumpy when things blew up and I knew the ins and outs of the high speed motion picture game. So I went to work doing effects for Star Trek II and then started working on Return of the Jedi under the first wizard of Star Wars effects, Richard Edlund, who was primarily responsible for the amazing effects that started the Star Wars revolution. It might seem twisted, but it was fun blowing up all those starships.

What was your task on the set of The Return Of The Jedi?

As an effects cameraman, I would mount a Photosonics high speed 16mm camera on a low plate, pointing straight up from the stage floor. We would mount extra thick optical glass in front of the camera lens and cover the camera and me with several layers of duvetyne (fire retardant black cloth). The pyrotechnic crew would then make different mixtures of substances and chemicals for different effects, color, size, duration, brightness, sparkle etc., which would be placed into balloons and hung by piano wire from the stage ceiling. When the lights were out and the camera was rolling, the pyro guys would explode the devices and then immediately switch on the lights and the grips standing by with fire extinguishers would run over and put out the fire which had dropped directly onto me and the camera.

Needless to say it was an exciting way to spend the day. The daily viewing of these explosions in the screening room brought lots of “oohs” and “aahs” from everyone as they were spectacular. Once we got an explosion that looked just right we would then recreate it using the 35mm VistaVision camera. The reason for this was economical as the 16 mm 4 perf camera was way less expensive to operate than using the 35mm 8 perf VistaVision camera.

This technique, shooting tests in 16mm and then switching to 35mm for the final scene, saved a ton of film and processing costs. I operated in this manner for weeks on end. After this I moved on to shoot effects for Return of the Jedi, which was in full production at that time. Interestingly, the working title for the movie was Revenge of the Jedi until just a short time before its premiere. Someone suggested to George that a Jedi warrior would never take revenge and voila, the name of the movie changed overnight. Some of my favorite memorabilia are the jacket patches and movie poster, which I still have, that say “Revenge of the Jedi”. These are real collectors items, I suppose.

Return of the Jedi - "Luke jumps from Jaba's Barge" Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart Barbee George Lucas Empire Strikes Back 1
Return of the Jedi – “Luke jumps from Jaba’s Barge”

What was the hardest scene to shoot on The Return Of The Jedi?

The most difficult shot that I was assigned for Jedi was the scene where the Ewoks release the logs from the tree tops and they swing down through the forest and simultaneously crush a Walker. We constructed a set that looked like the Redwood forest. The log we used for the effect was in reality made from a cardboard tube about ten feet in length as were the forest trees. It was also tapered and larger on the end that faced the camera.

This was to force the perspective to make it look larger and longer. We attached a fine piano wire to the small end and attached the other end of the wire to a step motor which we hung from the rafters at the top of the stage. In this way, we were able to remotely let the log down from the top of the stage in tiny increments, a step at a time, hence step motor. Our first attempts looked promising as we had the correct lens size, camera angle, lighting, etc. We filmed the log swing at a very slow camera rate, frame by frame and stepping the log lower between each camera frame exposed. The problem was that each time we lowered the log by a step, the large (or camera end) of the log, would wobble a tiny bit. This was very perceptible when we viewed the shot in the screening room at normal speed.

This is 24 frames a second. It appeared as though the log was shaking as it swung through the trees. In fact this would never happen with a tree that weighs several tons. In reality, a tree would swing relatively smoothly because of its mass. So we had a major problem on our hands. We tried many different camera speeds and shutter angle combinations. We also experimented with adding weight to the log and different step motor speeds, sometimes waiting minutes between steps for the log to stop wobbling before taking the next step and camera exposure. Nothing we tried seemed to work. We spent days experimenting, and between each shot attempt we would have to reverse the step motor and pull the log back up into the rafters and reset the shot for another pass. On one of these occasions resetting the log,

I noticed that the log did not seem to wobble as the motor pulled it up into the rafters at the top of the stage. I had the stagehands lower the log and pull it back to the rafters several times while I had everyone on the stage crew watch the procedure. We were all convinced that there was no wobble and that the log moved as smooth as silk as it was being pulled up, as opposed to the wobble as it stepped lower.

Convinced, I devised a plan. We would shoot the scene in reverse. I also decided that I wanted the log to swing past the camera lens and in order to get the proper angle I had the stagehands tilt the forest set almost 45 degrees from the stage floor. This changed the camera angle and worked to perfection. I had my camera assistant run a full magazine of unexposed film through the camera with the lens cap on as not to expose the film.

We prepared the camera to shoot in reverse and then pulled the log past the camera, through the forest set, and up into the rafters. So in reality, we filmed this scene in reverse or backwards, tail to head. Upon screening the film as it was projected, head to tail, we had a wonderful result. Absolutely no wobble, the shot was accepted and edited into the movie. “Voila!”

Stewart doing a shot of the Docking Bay in the Death Star where Darth's ship parks and he exits out of the back, down the ramp, while hundreds of Storm Troopers stand at attention. Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart in Star Wars Docking Bay Jedi 1
Stewart doing a shot of the Docking Bay in the Death Star where Darth’s ship parks and he exits out of the back, down the ramp, while hundreds of Storm Troopers stand at attention.

Which scene was your favorite to shoot and why?
Really, I don’t have a favorite. Every shot I did was interesting and unique in its own way. One of the most fun, however, was the shot of the demise of the Emperor in the scene where he falls down the shaft inside the Death Star. The background in this scene was a matte painting and a separate element. The Emperor, as he falls away, is actually a fully detailed and articulated doll about 18 inches in length which was wire operated by a puppeteer to move the head, arms and legs. In order to accomplish the effect of his falling we had to make the camera rush away from the doll to create the effect of falling.

We set up a dolly track on the main stage. I had the grips lay the track diagonally across the stage to maximize the distance we could travel. We put the doll in front of a large Blue Screen in one corner of the stage and had the dolly track running away from the doll all the way across the stage to the opposite corner. For technical reasons we had to shoot this scene in real time, 24 frames per second. We used a wide lens so we could start close to the Emperor Doll, and in order to force the perspective. Then on cue, four grips would push the camera dolly away from the doll and to the far side of the stage as fast as they could run.

The camera would of course, accelerate away from the articulated dolly and it would appear as though it was falling away. This was all very good except that by the time the camera dolly, with me operating and the assistant onboard to pull focus, got to the far side of the stage we were traveling at a high rate of speed. As you can imagine, the camera dolly weighs some hundreds of pounds and with the addition of the camera, operator and assistant, this created a lot of mass. So the problem was how to stop the dolly, with camera crew, from crashing into the stage wall at the end of the track.

We made a stack of empty cardboard boxes in the corner and then placed soft foam sheets in front of that to take the impact if we went too far. We also stationed an additional six or so grips at the end of the track to catch the rig as it approached. We made a couple of test runs at half speed and then did a few takes at full speed. This was thrilling to say the least as I was traveling backwards across a dark stage at high speed all the while trusting that we would be caught and stopped before we slammed into the corner of the stage. We came within inches a few times, but the shot came off perfectly and nobody was hurt.

Are you a fan of Star Wars? The Old Trilogy or New Trilogy?

I really was amazed when I saw the original Star Wars for the first time as most of us were. None of us had ever seen anything quite like it before. And, the special effects were so, well, special. This was a combination of very imaginative filmmaking, George Lucas, the ILM Crew and technical equipment, and the VistaVison process. The New Trilogy, being produced not with live action effects but mostly computer effects, just never came close to the look or feel of the original three films.

Stewart sitting in front of the Walker which was crushed by the Ewok's logs. This was an outdoor set with a matte painting in the background. Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stu Jedi 1
Stewart sitting in front of the Walker which was crushed by the Ewok’s logs. This was an outdoor set with a matte painting in the background.

Have you seen The Force Awakens? If so, were you pleased or disappointed in how Disney carried on the Star Wars legacy?

Because I was asked to participate in this interview, I took the opportunity to go see the new film. After seeing most of the prequel and being more or less under impressed with it, I was skeptical of what Disney may come up with.

After all, Disney has its own brand and way of film production. Mickey Mouse, Dumbo, Fantasia, Cinderella, etc. I honestly didn’t think I would be impressed with it any more than with the last three Star Wars films. I can’t tell you how glad I am that you have asked me this question and that it prompted me to go see the film. Wow, I was knocked out, totally entertained and entirely pleased with the result.

To me, to my eye, this film was very much like seeing the original Star Wars back in the 1970s. I was totally pleased with the storyline and the effects. I think Disney did a wonderful job on this movie. It is very unlike me to want to see a film twice, but I enjoyed this film so much that I fully intend to go see it again in order to catch anything I may have missed at my first viewing. I ran into one of my old ILM buddies at the gym the other day and he was as excited and please as I am.

It looked to us that Disney has gone back to doing some live effects, I think this was with the explosions because fire is so difficult to duplicate in CGI rather than entirely computer generated effects. Anyway, it appeared to be a perfect mix of old and new.

In the early eighties, did you imagine the Star Wars saga would endure and grow the way it has in the last decades?

I always felt that the Star Wars story would be popular but I had no idea that it would become as big of a phenomenon as it is today. Star Wars was groundbreaking because of the way the effects were produced, and also because it took an age old story of good versus evil and moved it out into space, which is of course, the new frontier. The storyline itself is as old as mankind, but the way George produced the effects is what really set it apart from everything else.

I mean the story was really just another standard B movie, but with the addition of its unique effects, it became something else altogether and set the trend for everything that was to follow to this day.

Return of the Jedi - "Ewoks release logs to crush Walker" Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart Cinematographer 16 1
Return of the Jedi – “Ewoks release logs to crush Walker”

Generally speaking, what do you think about the switching from practical to CGI effects?

Call me a dinosaur, but I have always been a fan of live film effects versus digital or computer effects. I understand the thinking and reasoning for the switch, but my eye can still see and tell the difference.

To me, film has a totally unique look, a feel that will never quite be duplicated with computers, at least in my lifetime. One frame of color film is made up of three layers of emulsion. Contained in the emulsion are millions if not billions of light sensitive silver halide particles of all sizes and shapes. Each of these particles are affected by exposure to light. So, it follows that one frame of film can hold an almost infinite amount of information.

The CGI world or computer world operates in megabytes, gigabytes, terabytes, etc., it is just so totally different I don’t know how they can even be compared. Analog is analog and digital is digital. Analog, emulsion, is like a continuous line starting horizontally and continuing in a smooth curve to the vertical, the other, Digital, consists of ones and zeros in a line that looks like a stairway of horizontal and vertical steps to achieve the same end. They may be similar in the end but never really exactly the same.

What do you think of the modern blockbusters? Do you have a favorite director working in the business today?

As far as blockbusters go, I think George Lucas and Steven Spielberg changed the B movie world forever with their early special effects films. It seems that what would normally be a B movie now has to be made with millions of dollars worth of special effects in them. I would love to see the film industry get back to producing good solid films without all the spectacular effects. My all-time favorite motion picture personality is, hands down, Clint Eastwood.

I was fortunate to have worked with him on two films, during my career, in which he not only acted but directed. They are Dead Pool and True Crimes. It turns out that Mr. Eastwood, as a producer, director and actor is the most professional and loyal person I have ever worked for in the film business. I am not the only one who thinks this way, as many of my peers have expressed this view as well. On more than one occasion I was working with him on a multiple camera setup where he was satisfied with just one take, the first take, and we would then move on. This was so unlike most directors who would do multiple takes even if all concerned agreed that the take was good.

I think this is due to insecurity which seems not to be an issue with Mr. Eastwood. When the take is good and camera and sound agree, he is comfortable and secure enough to move on. He also was extremely loyal to the crews, many who have been with him for years. I also like his movies. He has produced so many and they are always entertaining and simplistic. So in my estimation, he is the best of the best and I only wish I could have done more productions with him and his company, Malpaso Productions, during my film career.

Read the interview in Italian

Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars – Il Ritorno dello Jedi

Stewart Barbee Star Wars Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars - Il Ritorno dello Jedi Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars - Il Ritorno dello Jedi Stewart Barbee 2001 2
Stewart Barbee

Viviamo nell’epoca di Star Wars. Detta così suona ovvia, perché in realtà è da quando il primo mitico episodio è uscito nel ’77 che Star Wars ha sempre dominato il mondo. Ma ora che la saga ha ritrovato magico vigore e successo con Il Risveglio della Forza, l’affermazione suona più vera che mai.

L’uscita del nuovo episodio, per la prima volta guidato dalla Disney e diretto da J.J.Abrams, ha riacceso la passione in ogni angolo del globo, col risultato che tutti hanno voluto dire la loro, compresi noi. E allora ci siamo chiesti, perché non interpellare qualcuno che ha attivamente collaborato alla nascita del mito? Qualcuno che ha respirato l’aria del set nei gloriosi giorni in cui la prima trilogia vedeva la luce, in un’epoca in cui il mondo e il Cinema funzionavano in modo diverso da oggi.

Un recupero più che opportuno, dato che Il Risveglio della Forza, con la sua energia e brillantezza, rievoca senza timore lo spirito di quei tempi, facendo allo stesso tempo tesoro dei decenni trascorsi e proiettandosi verso un futuro molto promettente. Ed è qui che entra in gioco Stewart Barbee.

Stewart ha avuto una lunga e variegata carriera tra documentari e cinema (Star Trek II – L’Ira di Khan e Uomini Veri, per citare un paio di titoli) e, in qualità di cameraman degli effetti visivi della ILM, ha lavorato anche a Il Ritorno dello Jedi. Lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo chiesto se potevamo intervistarlo, e lui ha accettato con entusiasmo rispondendo alle nostre domande, che spaziano dalla sua esperienza sul set de Il Ritorno dello Jedi alle sue impressioni sulle nuove tecnologie nel Cinema oltre, ovviamente, al suo parere su Il Risveglio della Forza! Nel corpo dell’articolo trovate anche alcune foto dal backstage che lui ha voluto condividere con noi.

Signor Barbee, può descrivere per favore come è entrato nel mondo di Star Wars?
Sono stato assunto all’Industrial Light And Magic (ILM) come cameraman per gli effetti nei primi anni ’80. La ILM era la divisione della Lucasfilm che ha prodotto gli effetti speciali di tutti i film di Star Wars. Era nata a Van Nuys, California, nel 1975. Dopo il primo film di Star Wars George Lucas spostò la compagnia a San Rafael, California, nel 1978. Poi rilevò un edificio in Kerner Boulevard e questo divenne la ILM fino a che la compagnia non si trasferì al Presidio in San Francisco, nel 2005. L’insegna davanti all’edificio diceva “The Kerner Company”, e rimase così per tutti gli anni che la ILM è rimasta lì. Questo fatto evitava che la gente capitasse lì dalla strada e potesse dare una sbirciata alle attività della ILM, e aiutò a tenere un basso profilo. La maggior parte della gente non aveva idea di cosa facessero in quel posto.

Io fui assunto durante la produzione di Star Trek II, che per lo più riguardava esplosioni di navicelle per le battaglie spaziali, etc, sebbene abbia anche filmato il modello dell’Enterprise per molte scene con effetti, incluso quello della velocità di curvatura. Questa fu molto complessa ed è tutta una storia a parte. Dato che ero un cameraman del posto con anni di esperienza, incluse riprese di combattimento durante la guerra in Vietnam, come anche tanta esperienza di riprese per filmati ad alta velocità in ambito sportivo, ero perfetto per il lavoro. Non andavo nel panico quando le cose esplodevano e conoscevo le dinamiche delle riprese ad alta velocità. Quindi facevo gli effetti per Star Trek II e poi ho cominciato a lavorare a Il Ritorno dello Jedi sotto il primo mago degli effetti di Star Wars, Richard Edlund, che era il principale responsabile degli sbalorditivi effetti che diedero il via alla rivoluzione di Star Wars. Può sembrare perverso, ma era divertente far saltare in aria tutte quelle navicelle spaziali.

Il Lato oscuro della scamorza: il barbecue ufficiale di Star Wars

Chi ha detto che i Sith non possono godersi un bel barbecue ignorante in un momento di pausa tra un’invasione intergalattica e l’altra? Nessuno. E infatti il retailer di gadget curiosi e oggettistica legata alla cultura pop The Fowndry ha da poco messo in vendita il barbecue Star Wars Death Star BBQ. Si tratta di un barbecue di acciaio inossidabile a forma della mitica Morte Nera, la gigantesca e micidiale stazione da battaglia spaziale dell’Impero Galattico. “Il Barbecue della Morte Nera ha il potere di annientare un intero pollo. Oppure, nelle mani giuste, di cucinare un intero banchetto all’aria aperta in classico stile sci-fi” recita l’ironica presentazione del prodotto. Questo BBQ ufficiale di Star Wars, decisamente nerd-friendly, ha un design decisamente accattivante che colpisce per la qualità del dettaglio. Inoltre vanta un’affidabile maniglia atermica per non scottarsi quando si solleva il coperchio. E come se non bastasse, celata dietro l’accurata riproduzione del temibile raggio laser della Morte Nera, c’è una valvola di sfogo termale che serve per regolare l’intensità di calore del BBQ ed evitare di trasformare una grigliata in stile sci-fi in un horror di serie z. Lo Star Wars Death Star BBQ è in vendita con la modalità preordine a 99 sterline. Verrà consegnato a partire dal 31 maggio.

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