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Da Super 8 a Stranger Things: chi ha incastrato gli anni ’80?

Nel 2011 J.J.Abrams aveva tentato l’incantesimo: riportare in vita quella dimensione di avventura senza confini ma a misura di ragazzino che si era affermata negli anni ‘80 grazie a film come E.T. o Explorers. Storie di fantascienza, del paranormale, ma vissute da pre-adolescenti, rigorosamente ambientate nella provincia americana e intrise di sense of wonder. Il tentativo in questione si intitolava Super 8, ma il film funzionava solo a metà.

Stare così incollato al paraurti di Spielberg significa che alla prima inchiodata lo tamponi, garantito. Ecco spiegata la carenza di tensione e di originalità relativa all’alieno che infesta la cittadina, ben presto trasformata in scenario di invasione militare e di loschi piani governativi, insomma proprio la parte più spielberghiana sembrava la meno integrata e mal si sposava con la visuale ad altezza di preadolescente, tutta turbamenti amorosi ed elaborazione del lutto, scelta per raccontare la storia. Ora Stranger Things, ideata dai fratelli Duffer per Netflix, col suo successo clamoroso e l’amore incondizionato che ha riscosso un po’ a tutti i livelli, è un altro tentativo, questa volta in forma di serie tv, di percorrere la stessa strada. Ma le differenze sono tante, e il risultato più omogeneo e avvincente.

Cosa è cambiato in questi pochi anni? Abbastanza cose da mutare radicalmente l’assetto, contaminando le storie per ragazzi degli anni ’80 con una vibrazione inquietante e paranoica degna dei migliori racconti di Stephen King, certo, ma che potrebbe spurgare direttamente dalla nostra contemporaneità piena di angoscia, moltiplicata all’ennesima potenza dal volume di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno. I giovani protagonisti di Stranger Things sembrano arrivati negli anni ’80 su una Delorean più che esserci nati e cresciuti. Le scene in cui giocano ai giochi di ruolo col tabellone e le miniature nel seminterrato, mentre la mamma di sopra sta per chiamarli a tavola, sembrano una pantomima, una quiete posticcia prima dell’inevitabile tempesta.

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Il centro di questa storia non è l’avventura ma il dolore, la perdita delle persone care, e nello specifico dei bambini: il quarto membro della banda dei protagonisti, ma anche la figlia dello sceriffo. Umanità colpita nella sua fase più tenera, la tragedia più crudele. E quei bambini che sono ancora vivi, come la misteriosa Eleven, devono sopportare memorie strazianti di un vissuto indicibile. Negli anni ’80 queste cose succedevano solo agli adulti quindi, se questi sono gli anni ’80, l’unica spiegazione è che si tratti di quelli della Hill Valley alternativa di Ritorno Al Futuro 2.

Ma tutto, dal sound alla musica, racconta più orrore che meraviglia, il mood è decisamente tetro, e a questo concorrono anche le urla e i pianti di Winona Ryder, che praticamente mette in scena un personaggio sempre in overdrive, a cui fa da contraltare la gravità dello sceriffo del bravo David Harbour. Quelli di Stranger Things non sono gli stessi anni ’80 delle più innocenti produzioni Amblin, quello è solo il principio. Somigliano di più a una rivisitazione moderna e disincantata, a volte crudele, come potrebbe essere Drive di Nicolas Winding Refn, seppure con esiti diversi. Stranger Things fa più che altro l’effetto di un emulatore, mentre Super 8 eccede nel senso opposto, non integrando con successo l’anima nostalgica ma cogliendone comunque la scintilla autentica.

Hanno detto che Stranger Things nella prima stagione voleva omaggiare soprattutto il cinema d’epoca di Spielberg, mentre nella seconda l’ispirazione dovrebbe essere più vicina a James Cameron. Sarebbe un passaggio interessante, soprattutto per una ragione: di Cameron non esistono tanti epigoni, forse perché, con quella miscela incredibile di stile narrativo e tecnica l’impresa rasenta l’impossibile. Certo la sua opera ha contribuito in modo determinante a definire lo spirito degli eighties, ma sicuramente a un livello più adulto. Forse è questa la chiave per ridare coerenza a questa febbre da revival. Gli anni ’80 più magici potrebbero essere persi per sempre, ma forse abbiamo ancora una possibilità.

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Jurassic Park Steven Spielberg

Dieci ragioni per amare Jurassic Park

Sono passati secoli, ma su Jurassic Park non è calato un solo granello di polvere, né si vede una mezza grinza. Steven Spielberg uscì a quel casello per puro caso: lui e Michael Crichton stavano facendo un brainstorming su ER, quando ancora sembrava dovessero trarne un film e non una serie, quando saltò fuori che il romanziere stava lavorando anche a una storia sui dinosauri e la clonazione. Spielberg ebbe una folgorazione, i due lasciarono momentaneamente da parte ER e…il resto è storia. O meglio, il resto è Jurassic Park.

23 anni e 3 sequel più tardi, quella pietra miliare è ancora lì, salda e intatta, per molti versi imbattuta. Eccone il perché in dieci punti.

1) Jurassic Park rappresenta ancora l’entertainment di Hollywood puro, certo, vale a dire non ancora intaccato dall’oscurità post-11 settembre che si è infilata in tanti tentpole successivi al 2001. Ma pur concentrandosi sulla meraviglia e l’avventura non disdegna una riflessione sulla tracotanza umana e spinose questioni di bioetica, con poche e chiare parole, assumendo senza paura una posizione molto morale, ma soprattutto molto umile nei confronti della natura. Il dialogo nella stanza delle diapositive, con solo il brusio del proiettore a fare da sottofondo, è una delle scene più belle e d’atmosfera di tutto il film.

2) Pur comprendendo un massiccio uso di effetti visivi, Jurassic Park rimane uno degli ultimi del suo genere a usare la tecnologia come stampella e non come perno. Nel terzo atto del film, nonostante Independence Day e la sua distruzione di massa siano ormai dietro l’angolo, non distruggono praticamente niente.

3) I personaggi sono stereotipi perfetti che subiscono (alcuni almeno) un’evoluzione stereotipata anch’essa, ma credibile, dimostrata in laboratorio, con tempi naturali.

4) Pur essendo un film fatto in gran parte di tecnica sopraffina, il cuore rimane sempre il racconto di una storia straordinaria. Se fosse stato solo tecnica non sarebbe diventato il classico che è.

5) Nel suo genere e con quel tipo di storia è impossibile fare meglio, come hanno generosamente dimostrato tutti i sequel, compreso Jurassic World.

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6) I protagonisti sono tutti credibili, ma spiccano Alan Grant, un Indiana Jones più serio e umanizzato, e Ian Malcolm, il cui look pare quasi quello del Bonovox dell’epoca (“rockstar” lo definisce John Hammond), in effetti La Mosca è un simbolo significativo tanto per il leader degli U2 che per Jeff Goldblum.

7) Jurassic Park promuove una certa “filosofia del comprimario” che si trova in tanti film, solo che di solito riguarda attori in carne e ossa: mentre la specie protagonista è senz’altro quella dei Velociraptor, la sequenza più intensa e memorabile tocca al T-Rex: l’attacco alle vetture durante l’uragano è una roba da spedire in orbita sperando che gli alieni capiscano che è meglio non sfidarci nell’arte cinematografica. Almeno a decenni alterni.

8) Jurassic Park è perfetto per una visione spensierata nel pieno dell’estate, cioè ora per esempio.

9) Il bello è che è un film del tutto spielberghiano prima maniera, nonostante il budget faraonico e l’ambizione epocale. Il suo Cinema d’avventura con protagonisti ordinari viene semplicemente trapiantato in un blockbuster in cui gli unici che possono rubare la scena sono i dinosauri stessi, e per una volta è bello vedere il cast umano dividere gli applausi con effetti speciali così intelligenti e ben realizzati.

10) Jurassic Park è anche un bel modo per ricordare quanto grande sia stato Michael Crichton. Una volta o l’altra bisognerà dedicargli un post, ma nel frattempo non scordiamo questo autore fondamentale: dinosauri a parte, se oggi le serie tv dettano legge nell’entertainment si deve in gran parte al suo ER, che ha innalzato la produzione media televisiva a livelli cinematografici conservando il meglio della serialità, vantando una qualità tecnica e narrativa stellare più duratura di qualunque altro telefilm. Per non parlare poi della bellezza dei suoi romanzi… Due post, ci vorranno due post per tutto questo.

Ready Player One

Non solo Indiana Jones: occhio a Ready Player One di Steven Spielberg

Io sono per lo Steven Spielberg di Indiana Jones, più che per quello in modalità Lincoln o altri film storici e impegnati. Non ho elementi oggettivi che dicano che quello più adventure sia il suo lato artistico migliore, ma mi piace che abbia costruito, una pellicola per volta, l’immaginario di un pubblico multi generazionale. Un lungo tratto di storia del Cinema, uno scenario condiviso per la fantasia collettiva, da Lo Squalo a Jurassic Park, passando per E.T. (che a me non è mai piaciuto) e Duel. Questo è il lato della filmografia in cui io vedo maggiormente le grandi peculiarità di questo Maestro.

Ecco perché, quando tempo fa è uscita la notizia del suo coinvolgimento come regista nell’adattamento di Ready Player One, ho sentito il click. Il romanzo cult di Ernest Cline parla di un prossimo futuro in cui la Terra versa in miseria nera e l’unica fuga da questa grama situazione è rappresentata da una realtà virtuale chiamata molto opportunamente Oasis, un gioco intriso di cultura pop anni ’80. In pratica, quello che arriva dalle cucine è un delizioso profumo di sense of wonder come si faceva trent’anni fa, nell’epoca di Ritorno al Futuro e Ghostbusters.

Spielberg quel sense of wonder ha contribuito enormemente a crearlo, ed è come andare in bicicletta. Player One suona un po’ come se il papà di Incontri Ravvicinati stesse per praticare un meraviglioso Inception nel proprio subconscio estendendo l’invito ad altri milioni di persone, per ridare corrente tutti insieme a una grande idea ora un po’ appannata. Non mi dispiace che nel corso della carriera abbia scelto di fare anche altro, di cimentarsi con le cose “serie” e i film da Oscar, a volte peraltro con notevoli risultati, ma se si parla di riavere indietro quella specifica scintilla, l’inconfondibile stampo sforna-miti di alto livello per tutti i palati, allora ci vuole lui. Anche perché, al momento, vere macchine del tempo non ne abbiamo, tranne quella di Saito. Ma lui non la presta a nessuno.

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Qualcuno dirà che bisogna lascarsi il passato alle spalle, e che gli anni ’80 sono diventati troppo modaioli e quindi troppo comodi. Posto che anche se fosse non sarebbe un problema, io credo invece che tornare adesso in quell’epoca possa produrre risultati ottimi e inediti, perché più passa il tempo più riusciamo a vedere le cose col giusto distacco, facendo così un bel film ambientato in quel periodo invece che un semplice revival autocompiaciuto. Ho perso il conto delle produzioni rovinate dal meta-cinema.

Probabile che al giorno d’oggi capiamo e comprendiamo meglio quel periodo storico, e siamo in grado di ambientarci storie con un punto di vista più complesso e sincero. Il Cinema va avanti, ma in qualche modo sembra di essere ancora nei mitici eighties, li possiamo vedere ovunque. Non a caso sequel e prequel di quei classici “giovani” sono all’ordine del giorno in ogni forma possibile, anche se quasi sempre con risultati un po’ molto vabbeh.

Il fatto poi che io rivoglia lo Spielberg sognatore e visionario non significa che mi faccia andare bene un Tin Tin qualunque, che non mi ha affatto convinto a partire dalla tecnologia utilizzata, con tutto il suo carico deresponsabilizzante: teniamoci stretti un minimo di leggi della fisica e di limiti ambientali, che sono utilissimi a educare e disciplinare il film fin dalla prima stesura dello script. Né ho apprezzato il lato più spielberghiano di Super 8. Insomma, non basta una teorema applicato per fare il botto, proprio per questo Ready Player One è un progetto molto ambizioso e impegnativo. E sì, con abbastanza rischi impliciti da farsi venire gli incubi.

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Il più minaccioso dei quali è che, con un film fantastico su cultura anni ’80 e realtà virtuale, in un’epoca in cui ogni messa in scena è possibile, ci si dimentichi di porsi qualche paletto necessario. Volendo, Ready Player One potrebbe essere trasposto in qualunque modo: una trilogia, uno dei tanti franchise senza fondo dei giorni nostri o anche una serie tv. Ma se si vuole realizzare un singolo film, magari anche come avvio promettente di qualcosa di più vasto, occorre fare delle scelte: su che mezzi usare, su quale storia raccontare, dribblando la sindrome sei-film-in-uno tipica dei blockbuster odierni.

Molti dibattono se un quinto Indiana Jones sia necessario, quando quello che conta è che Spielberg realizzi qualcosa di altrettanto ispirato ed emozionante, senza per questo fare il verso a se stesso; quello che occorre è anzi tornare nei luoghi delle origini con l’esperienza e la saggezza di un creativo navigato quale in effetti è. Le opere realizzate solo di pancia saranno più spontanee, ma presto rischiano di essere ripetitive. Inoltre, fare Cinema non è uno sport, la giovinezza non è affatto un requisito fondamentale.

L’unica mia preghiera è che la CGI sia usata il meno possibile, il perché lo si capisce grazie a Spielberg stesso: prendete Jurassic Park, e ditemi se il t-rex meccanico e solido del grandissimo Stan Winston non appare ancora oggi molto più convincente e impressionante di tutti i dinosauri digitali di Jurassic World. Il sentiero è sempre stato lì, non resta che percorrerlo più in profondità.

Jurassic World: dopo 11 anni l’attesa è finita!

Adoro i video virali delle grandi produzioni hollywoodiane perchè di solito sono esercizi molto raffinati di intelligenza creativa, capaci di stimolare la curiosità e suscitare quel senso di meraviglia che rappresenta la quintessenza dell’intrattenimento.

Ilovebees.com, l'alternate reality game del videogioco Halo  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! ilovebees sm
Una schermata di Ilovebees.com, l’alternate reality game che nel 2004 ha coinvolto centinaia di migliaia di fan del videogame Halo in una straordinaria caccia al tesoro tra reale e virtuale

Spesso, questi video vedono protagonisti brand e aziende fittizi dei quali ci viene mostrato ad esempio un finto ma verosimile spot pubblicitario oppure un annuncio di selezione del personale talmente convincente da sembrare autentico.

Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! AIR flier
L’alternate reality game imbastito dai Nine Inch Nails per l’uscita del concept album Year Zero si è basato su un intrigante e suggestivo cocktail di paranoia, misteri e teorie della cospirazione

Lo scopo è chiaro: attirarci all’interno di un gioco interattivo che può esaurirsi nella semplice visione di un video, nell’esplorazione di un sito costruito ad hoc o nella fruizione di un mini-game via web. Ma che in certi casi può anche sfociare in un maestoso e incredibile alternate reality game dal vivo come nel caso di Halo, Year Zero e di recente The Secret World.

Se me lo chiedete, un video virale che mi piace particolarmente è lo spot pubblicitario del mitico Slusho, bibita che appartiene all’universo narrativo del film Cloverfield (cliccate sull’immagine in basso per vederlo): la coloratissima bevanda è infatti di proprietà dalla Tagruato, multinazionale petrolifera senza scrupoli che ha appena assunto Rob Hawkins, giovane di belle speranze protagonista del film di Matt Reeves.

Immagine promozionale dello Slusho  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! Slusho
Un’immagine promozionale dello Slusho, la bevanda immaginaria creata per il film Cloverfield

E non a caso all’inizio del film vediamo il fratello di Rob, Jason, indossare una maglietta brandizzata Slusho nello stiloso attico di Manhattan dove è stata organizzata la festa pre-partenza del fratello (il ragazzo sta per fare rotta verso il Giappone dove lavorerà nell’ufficio marketing della bevanda).

Jason con la maglietta Slusho  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! Jason slusho
Una scena di Cloverfield in cui Jason, fratello del protagonista del film, indossa una maglietta con il logo Slusho

Si tratta ovviamente di un’ironica e beffarda allusione a quello che sta per accadere: Rob e i suoi amici non sanno infatti che nella porzione di Oceano Atlantico spremuta da una delle piattaforme Tagruato si è appena verificato un terribile “fenomeno” che, presto, arriverà a disturbarli (per usare un eufemismo) proprio lì, nel cuore della Grande Mela.

Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! jurassicworld
Anche uno squalo può essere usato come esca…se il predatore che si cerca di catturare è un dinosauro

Il video virale di cui vi parlo oggi riguarda Jurassic World, quarto capitolo di una saga che personalmente mi riporta indietro all’età dell’oro della preadolescenza: devo ancora avere in fondo a qualche armadio uno di quei fantastici raccoglitori ad anelli con il logo giallo, rosso e nero di Jurassic Park in formato gigante.

Logo del primo Jurassic Park  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! jurassicparklogo
Nostalgia canaglia: questo logo vintage di Jurassic Park era presente su tutti i merchandise – dai quaderni agli album di figurine – per cui andavamo matti noi ragazzini dell’epoca
"Ah Ah Ah! Non hai detto la parola magica!"  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! Qualcuno ha ricreato il terminale informatico di Jurassic Park
“Ah Ah Ah! Non hai detto la parola magica!”

L’album delle figurine invece mi sa che si è perso irrimediabilmente nelle sabbie del tempo. Ciò che non potrò invece mai dimenticare sono le risate incontrollabili che mi coglievano anche alla novecentonovantanovesima visione consecutiva del salvaschermo col programmatore obeso che recita “Ah! Ah! Ah! Non hai detto la parola magica!”

Ma facciamo un pò d’ordine. Oltre al primo, sensazionale Jurassic Park che tutti conosciamo e amiamo erano finora usciti, se ben ricordate, altri due capitoli: Il mondo perduto: Jurassic Park, carino ma assolutamente non all’altezza del predecessore e Jurassic Park III, debole e deludente tentativo di rivitalizzare la saga preistorica a quasi dieci anni dal suo fulminante esordio.

Poster di Il mondo perduto - Jurassic Park  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! jurassicparkilmondoperduto
Il Mondo Perduto – Jurassic Park non è un film così malvagio, ma certo non ha eguagliato i livelli di fascino del predecessore

Poi, si è cominciato a parlare di Jurassic World, che all’inizio era noto semplicemente come Jurassic Park IV. Dopo oltre un decennio di permanenza in quello che gli addetti ai lavori chiamano “development hell” – letteralmente “inferno dello sviluppo”, vale a dire quelle sabbie mobili fatte di burocrazia scivolosa, divergenze professionali, incomprensioni artistiche e magagne logistiche che prolungano a oltranza la realizzazione di un film – il quarto capitolo della saga è stato finalmente prodotto e ora è pronto a uscire sugli schermi di tutto il mondo.

Anche questo installment si svolge in un’isola dell’America Centrale, Isla Nublar, adibita a parco giochi preistorico. Questa volta però a dominare la scena non sono i soliti noti dell’Olimpo giurassico ma una nuova specie chiamata Indominus Rex che seminerà morte e terrore nell’incontaminato paradiso naturale.

Poster di Jurassic Park III  Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! Jurassic Park III Poster
E’ ora di guardare a Jurassic Park III per quello che è: un sonoro flop.

A far ben sperare, per quanto riguarda questo nuovo capitolo, sono diversi indizi, dalla regia di Colin Trevorrow – regista californiano divenuto famoso in ambito indie per il gioiellino Safety Not Guaranteed – alle musiche di Michael Giacchino fino al ruolo di Steven Spielberg come executive producer.

Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! jurassic world

E anche il cast non è affatto male, soprattutto quando parliamo di Bryce Dallas Howard e Vincent D’Onofrio Tornando al video virale che lo accompagna, e che potrete visualizzare cliccando l’immagine qui di seguito, esso si presenta come uno spot della InGen, azienda di bioingegneria che i fan di Jurassic Park conosceranno ormai molto bene.

Jurassic World: dopo 11 anni l'attesa è finita! 16 InGen
Clicca sull’immagine per visualizzare il video virale di Jurassic World

Sono stati loro a riportare in vita i velociraptor, i tirannosauri e i brachiosauri che popolano il primo Jurassic Park. E come loro stessi precisano nel video, da allora si sono evoluti in modo esponenziale, al punto da poter trasformare “domani” in “oggi”. Ma sarà un bene?

Jurassic World esce nei cinema l’11 giugno 2015.