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Joss Whedon e il modo di seguire le serie tv

Come sono cambiate le serie tv negli ultimi dieci anni? Tanto. Il formato medio più popolare si è accorciato sensibilmente (10-12 episodi a stagione contro i 20 e passa di una volta) ed è cambiata l’idea stessa della narrativa tipica per la tv. Se prima infatti c’era molto più senso del ritmo, necessario a mantenere un impegno settimana dopo settimana per mesi, ora il campo è dominato in gran parte da miniserie che somigliano tanto a film allungati, con una densità narrativa più rarefatta. È il caso delle due serie più acclamate dell’anno scorso, Westworld e Stranger Things.

Ma soprattutto è cambiato il modo in cui gli spettatori hanno questi prodotti a disposizione. Accanto alla tradizionale uscita settimanale, molte serie ora le ingurgitiamo un episodio dopo l’altro, spesso nel giro di una giornata o due, che siano episodi scaricati o dvd. Full immersion, o forse meglio Binge-Watching. Un nuovo metodo talmente radicato e diffuso che a chiedersi se piaccia davvero a tutti ci si sente degli idioti. Eppure non piace così tanto a tutti. Joss Whedon, l’anima di Avengers ma che ha fatto la sua gavetta in tv mettendo a segno cult indiscussi come Buffy l’ammazzavampiri, ha dichiarato (da THR, via Screenrant):

Di mio non vorrei farlo. Vorrei che la gente tornasse ogni settimana e provasse l’esperienza di guardare qualcosa tutti nello stesso momento. Amavo la televisione-evento. […] Qualsiasi cosa a cui possiamo aggrapparci che renda qualcosa speciale, un episodio speciale, è utile per il pubblico. Ed è utile per gli autori, anche. ‘Ecco di cosa parliamo questa settimana!’ Che abbiate sei, dieci o tredici ore di visione in fila senza un attimo per respirare e trattenere quello che abbiamo fatto… pensando solo ‘Oh, questo è l’episodio 7 di 10’, lo rende amorfo dal punto di vista emozionale.

E questa cosa nella nostra cultura mi preoccupa: l’accesso totale in qualunque momento. Detto questo, se è ciò che vuole la gente, lo farò con lo stesso impegno. Mi adatterò. Più rendiamo le cose granulari e incomplete, più tutto questo diventa una filosofia di vita invece che un’esperienza. Diventa arredo, perde forza e noi con questo perdiamo qualcosa. […] Il Binge-watching, Dio sa se l’ho sperimentato, è sfiancante, ma può essere piacevole. Non è il diavolo. Ma mi preoccupa. Fa parte di un discorso più ampio.

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Che si sia perso qualcosa lungo la strada è piuttosto palese. Abbiamo barattato l’interattività in tempo reale con quella in differita. Nei primi anni novanta la gente guardava Twin Peaks e si consumava nel dubbio del celebre tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Con le abbuffate del Binge Watching non c’è più tempo di far crescere alcuna suspense, né di sincronizzarsi per l’attesa collettiva del colpo di scena finale. Ognuno per sé, ne parleremo più che altro a cose fatte.

Certo è più difficile annoiarsi o perdere il ritmo quando una serie la consumi su due piedi. Ma così ci possiamo scordare quell’energia che caratterizzava le grandi produzioni tra gli anni 90 e i primi del 2000. Se prendiamo due serie acclamate come ER e Dr. House, salta subito agli occhi la loro differente natura: episodi brevi, attorno ai 40 minuti, con dentro ogni volta avvenimenti a cascata, un tempo narrativo inesorabile che non ammetteva pause.

Quando l’episodio finiva, la spinta accumulata era tale che non vedevi l’ora di arrivare al successivo, anche se a quei tempi significava aspettare una settimana, senza alternative. Ora il concetto di serie si è avvicinato all’idea di Cinema: meno fatti, meno personaggi. Tutto era più agile e scattante, ora ce la si prende più comoda. Nei casi migliori abbiamo comunque True Detective, che coniuga con impressionante efficacia atmosfere rarefatte e urgenza narrativa. Ma non è sempre così.

Del resto “l’accesso totale in ogni momento” che preoccupa Whedon è in linea con l’andazzo generale della tecnologia attualmente nelle mani di tutti. Con lo smartphone non esiste più l’idea di attendere di essere tornati a casa per connettersi a internet o spulciare chi ci ha messo i like su facebook, e se anche oggi sembra un vantaggio irrinunciabile fino a pochi anni fa ne facevamo a meno, imparando a convivere con l’idea di attendere. Offrire più comodità ti aumenta il volume d’affari, ma non è detto che renda la vita migliore. E neppure la tv, se è per questo.

Difficile credere che le cose cambieranno, ma la vecchia scuola è tutt’altro che morta, solo che si è ibridata con il nuovo assetto dei contenuti “lenti”. Ma la storia è ciclica: a maggio esordirà la nuova stagione di Twin Peaks che, oltre a essere rilasciata con cadenza settimanale, conta ben 18 episodi, andando a sfiorare i grandi formati del passato. Un successo importante potrebbe far presagire un trend di recupero almeno parziale dei vecchi schemi? Magari sì, ma certo la cosa più importante rimane una e una sola: dateci grandi personaggi e storie indimenticabili, qualunque metodo di fruizione questo possa comportare.

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Twin Peaks 3 David Lynch revival Mark Frost Laura Palmer

Twin Peaks 3: indizi per essere ottimisti

Dispiace che non sia ancora uscito un classico teaser trailer (cioè uno che mostri qualche cosa di breve ma indicativo) sulla terza stagione di Twin Peaks, ma non posso dire di non capirlo: diversi registi di razza operano in controtendenza alla moda di mostrare tutto e subito che impera in questi anni, per massimizzare l’impatto al momento del rilascio, forse questo è lo stesso caso. Del resto, il mistero era un elemento fondamentale del leggendario serial di Mark Frost e David Lynch.

Finora sono apparsi solo brevi filmati concentrati su dettagli, infinitesimali accenni a personaggi e ambientazioni, o poche note della colonna sonora del grande Angelo Badalamenti. Gran bella certezza quest’ultima, che in Twin Peaks la soundtrack era a dir poco fondamentale, e riusciva a fare quasi tutto con appena due temi ricorrenti. Rimanere attaccati alle radici prima di compiere qualunque espansione è necessario, perché in questi 26 anni di sospensione il mondo dell’entertainment è cambiato davvero troppo, e ci sono cose che il nuovo Twin Peaks non dovrebbe assolutamente fare.

Una su tutte, cercare di competere coi serial polizieschi procedurali che stanno al potere da parecchi anni. Twin Peaks deve creare il vuoto attorno a sé, per poi riempirlo con la sua aura di giallo metafisico, surreale e fiabesco, senza però perdere aderenza ai canoni del racconto popolare. Certo, con Lynch alle redini il pericolo di confondersi nel mucchio è a dir poco remoto, ma ricordarlo serve a centrare il punto: la nuova stagione di Twin Peaks è una scommessa così grande che la priorità dev’essere una personalità schiacciante. Una terza stagione che diluisce ed adultera la gloria passata sarebbe un fallimento totale.

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In questo senso segnali confortanti arrivano dalla costume designer, Nancy Steiner, che afferma che il look dei personaggi è anche influenzato da un gusto retrò (ma la storia è ambientata oggi), e dal mini teaser incentrato su Gordon Cole, il supervisore dell’FBI interpretato dallo stesso Lynch, che farà il suo ritorno nella terza stagione. Nel breve filmato non è solo l’aspetto del personaggio a confermare quanto detto dalla Steiner, ma anche quel poco dell’ambiente circostante: uno schedario dall’aria antica e polverosa. Siamo lontani dalla passione per superfici pulite e set tecnologici e asettici di tanta tv contemporanea. Dal particolare all’universale, sono dettagli come questi che alludono a scelte poco conformiste.

La prima cosa che avverti quando rimetti su il Twin Peaks originale è di essere improvvisamente immerso in un’altra epoca, in un’altra atmosfera, ma non solo da un punto di vista cronologico. E questa sensazione rimane incollata ad ogni episodio, giocando un ruolo tanto importante quanto quello di attori e storia. È con questo mood che si è conquistato il culto di cui gode tuttora, il che significa che non c’è nessun buon motivo per abbandonarlo. L’altro pericolo è che, anche per stare al passo coi tempi, i nuovi episodi perdano la commistione di dramma e commedia delle origini per piombare nel baratro di sola tragedia alla Fuoco Cammina Con Me, che del complesso e sfaccettato spirito di Twin Peaks aveva poco o niente.

Ma i presagi per questo revival sono ottimi finora, anche se sappiamo molto poco. In attesa che la macchina promozionale si metta veramente in moto vi lascio col buffo video di Gordon Cole/David Lynch alle prese con una…ciambella. Decisamente un altro indizio che il fondamentale umorismo sarà presente anche stavolta.

True Detective 2, e datecene ancora please

Quando ho visto la prima stagione di True Detective era già uscita da un po’, e praticamente ovunque la sentivo magnificare con un entusiasmo che, ben presto, mi ha fatto sorgere qualche dubbio. Comunque alla fine l’ho recuperata, e mi è piaciuta tanto. Ma forse non era quel capolavoro perfetto che molti dicevano. Certo aveva dei momenti degni di quella fama, ma per essere tutta perfetta di momenti come quelli doveva averne di più, e forse disposti in ordine più crescente. Però è anche vero che la perfezione assoluta non esiste, e se esistesse sarebbe comunque un problema perché chiuderebbe i giochi una volta per tutte. Poi è uscita True Detective 2, e sebbene accolta con favore, c’è chi ha parlato di delusione.

Poi l’ho vista anch’io, e tutto ciò che mi viene da chiedermi è: perché? Quale aspetto della stagione 2 sarebbe deludente? Dove sta il divario qualitativo rispetto alla prima? Non si può neanche criticare l’assenza di coraggio, che quando si parla di Cinema è un po’ la critica da intenditore, additando il sequel di aver cercato di replicare troppo da vicino le virtù cardinali dell’originale: infatti da due personaggi si passa a quattro, l’ambientazione è molto differente e il gioco si fa più vasto e trasversale. L’alone di romanticismo della stagione 1 sembra sfumare a questo giro, dove i protagonisti sono forse meno romanzati e il mondo appare decisamente più grande e crudele, un iceberg con la parte più minacciosa sempre sommersa e insondabile.

A me è parso invece che Nic Pizzolatto e i vari registi che si sono alternati al volante abbiano svolto un ottimo lavoro, regalandoci un altro giro di giostra sul miglior concetto possibile di serie tv. Non ho nulla contro le serie di qualità che accumulano tante stagioni, ma la capacità di saper dire no, di aprire e chiudere una storia nel giro di pochi episodi, non importa quanto riusciti siano i personaggi e quanto si sia affezionati a loro beh, è qualcosa che può pagare tanto.

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Oltre a questo format vincente, nella stagione 2 abbiamo degli attori talmente in parte che sembra abbiano fatto quello tutta la vita, con una menzione speciale per Colin Farrell: è sempre stato bravo, ma qui ha anche leadership da vendere. Come lui, anche Rachel McAdams, Taylor Kitsch e Vince Vaughn vivono questi personaggi scheggiati dal dolore al punto da diventare taglienti, armi bianche senza impugnatura, che feriscono tanto i nemici che le persone care.

La stagione 2 incastra fatti e conseguenze con una gestione del ritmo tale che ogni azione ha un carico emotivo e introspettivo e i dialoghi sono fatti di parole che fischiano come proiettili. Si può dire che forse, se ci fosse una stagione 3, si potrebbe considerare di non tornare a calcare la mano su tragedie e vissuti così deteriori, giusto per dare una svolta in più, che a volte diventa una scelta necessaria.

La trama è complessa ma non ruba mai la scena, funziona bene perché è sempre chiaro che le azioni e le conseguenze hanno una ragione personale e un peso, è una storia che si guarda dipanarsi con gli occhi dei protagonisti e non al di sopra delle loro teste. Non è la cronaca o la costruzione a stupire, quanto le sue implicazioni, sempre a metà strada tra il caso da risolvere e il dramma esistenziale.

Sarebbe paradossale se magari una serie così giovane e ancora promettente si trovasse a chiudere i battenti anzitempo, quando tante altre infilano episodi a decine senza aver più nulla da raccontare. Un finale anticipato richiamerebbe alla mente la sorte che ebbe Twin Peaks, presto interrotta ma non compiuta, anche se ora è riemersa dalle ceneri e si prepara a tornare in tv. Almeno True Detective è fatta, al momento, di due storie concluse.

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Rinunciare a un’antologia di questa levatura sarebbe un peccato, significherebbe perdere dei cast di lusso (non scordiamoci neppure la combo eccellente di Matthew McConaughey e Woody Harrelson) insieme al più felice connubio tra serialità televisiva e qualità cinematografica della messa in scena: difficile trovare sul piccolo schermo un bilanciamento così perfetto tra il meglio dei due mondi.

Tutto questo però non offre risposta ai miei quesiti iniziali. Non vedo ancora dove sia la delusione in True Detective 2, e sono felice di appartenere alla comunque folta schiera che lo ha apprezzato come e più della prima stagione. Per qualche ragione, è difficile accettare due capolavori con lo stesso marchio, forse è la paura inconscia di incoraggiare una sorta di dittatura culturale sul resto del panorama tv. O forse ha bruciato il fatto che Farrell, la McAdams e soci abbiano portato in scena uno show senza un rapporto umano forte e trainante come l’amicizia tra i detective Cole e Hart.

L’unica certezza è che la qualità del lavoro e dell’impegno non è affatto diminuita e che questi personaggi rimarranno in giro per le nostre menti ben oltre la fine dei titoli di coda. Lunga vita a True Detective, tra le altre cose la serie col titolo più bello di sempre, anche con un 2 accanto.

Le ragioni di un grande ritorno: la terza stagione di Twin Peaks

Esiste un milione di ragioni per snobbare i revival, i sequel fuori tempo massimo, le operazioni nostalgia, quando si tratta di accanirsi su storie già spolpate fino all’osso e magari richiamare in servizio attori troppo vecchi per reggere certi ruoli. La paura più grande è di ritrovarsi con esiti nefasti, che falliscono nel loro tentativo e vanno pure a sporcare la gloria del brand nelle sue incarnazioni precedenti. Conoscete bene il fenomeno, al cinema sta succedendo spesso in questi anni.

In tv è molto più raro, per non dire nullo. Non esistono serie tv che vengono riesumate dopo tanti anni di silenzio, e la scena dei nostri giorni è dominata da prodotti pensati e realizzati sotto i nostri occhi, creando nuovi miti di cui possiamo vedere l’inizio e la fine nel giro di un tempo relativamente breve, complice anche il fatto che le serie tendono ad una durata più contenuta, sia come numero di episodi che di stagioni; è il caso, T4DTWPE EC006  Le ragioni di un grande ritorno: la terza stagione di Twin Peaks kyle300tanto per scomodare due serie molto acclamate, di Breaking Bad e Mad Men. Insomma, niente che getti un ponte tra il presente e il passato, in particolare tra oggi e gli anni 80 o primi 90, epoca che invece sul grande schermo è richiamata spesso e volentieri. E quindi, anche se si vocifera qualcosa su X-Files, non sono in programma nuove stagioni di, per dire, Renegade o Baywatch. Ma esiste un’eccezione, ed è un’eccezione per cui tifare forte.

Infatti, nel 2016 sbarcherà in tv su Showtime la terza stagione di Twin Peaks. Inutile rivangare l’importanza della creatura di Mark Frost e David Lynch, vero e proprio spartiacque nel modo di intendere il racconto seriale sul piccolo schermo, giustamente uscito a cavallo tra due epoche, nel ’91, in una mirabile miscela di thriller, noir, commedia, soap, horror e chi più ne ha più ne metta, che ha segnato il periodo e proiettato un’ombra che arriva ancora fino a noi.

Da allora al momento della nuova uscita saranno passati 25 anni, che già non sono pochi, ma che sembrano anche di più se si considerano le rivoluzioni, evoluzioni e involuzioni che hanno radicalmente trasformato il nostro mondo, dal galoppo furioso della tecnologia alle guerre e alla crisi economica globale. Addirittura, nel frattempo c’è stata pure la creazione di un mondo tutto nuovo, quello virtuale. Ma Twin Peaks ha le spalle abbastanza larghe per farcela.

tumblr_lv6b9lepyy1r2ld67o1_5001  Le ragioni di un grande ritorno: la terza stagione di Twin Peaks tumblr lv6b9lepyy1r2ld67o1 5001Merito del suo status di opera tanto carismatica e innovativa quanto “sfortunata”. Già a quei tempi, diversamente da quasi ogni altra serie di successo, essa non ebbe modo di arrivare a saziare il suo pubblico, venendo interrotta appena alla seconda stagione, sabotata dalle divergenze creative tra il network e gli autori. Sapendo di essere agli sgoccioli, Frost e Lynch decisero comunque di chiudere tentando un atterraggio di fortuna con un episodio-cliffhanger tra i più spietati che si potessero immaginare, nella speranza di incoraggiare un prosieguo, che però non arrivò, condannando quindi gli spettatori, col senno di poi, a una crisi d’astinenza di un quarto di secolo.

A onor del vero, la seconda stagione, lunga quasi tre volte la prima, aveva comunque risentito di questi strappi creativi e la qualità generale ne era uscita piuttosto compromessa e discontinua. Ma questa è solo una ragione ulteriore per legittimare il grande ritorno, e i nove episodi che lo comporranno, tutti diretti da Lynch in persona, sembrano il modo e il numero giusto per riprendere il volo e giungere alla vera destinazione, che tutt’ora è ovviamente un mistero.

In più, la sorte che a quei tempi era stata così avversa sembra stavolta giocare a favore. Infatti, anche se ancora non ci sono indicazioni in merito, l’unico modo sensato di chiudere la saga è riproporre le vicende dei medesimi personaggi recuperando ciò che è successo nel frattempo e renderle centrali nella narrazione, come allora. Sappiamo che la terza stagione sarà ambientata ai giorni nostri e terrà conto del tempo reale trascorso, e che alcuni degli attori principali hanno già ufficializzato il loro rientro in campo. E sapete perché questa cosa funziona? Perché molti degli attori all’epoca erano giovani.

LauraPalmer2  Le ragioni di un grande ritorno: la terza stagione di Twin Peaks LauraPalmer2A volte molto giovani, e quindi oggi hanno ancora un’età perfetta per riprendere il ruolo. E’ il caso delle splendide fanciulle fatali che Lynch riusciva a piazzare ovunque, da Sheryl Lee/Laura Palmer/Maddy Ferguson a Madchen Amick/Shelly Johnson passando per Sherilyn Fenn/Audrey Horne; ma anche del mitico agente speciale Cooper, interpretato dal più maturo Kyle MacLachlan, che oggi ha “solo” 56 anni e ancora tutti i capelli. E così via, anche se certamente, per varie ragioni, non tutto il numeroso cast originale potrà essere coinvolto di nuovo.

Per questi motivi, uniti al fatto che Lynch e Frost sembrano avere stavolta il totale controllo creativo, questa terza stagione di Twin Peaks va più considerata come una giusta ricompensa e una dovuta riabilitazione ai creatori e ai milioni di fan, che non una furba operazione di cassetta. Sembra banale ricordarlo, perché l’hanno già fatto tutti, ma è una nota che merita: chi ha visto il serial lo sa, Laura Palmer lo aveva detto nell’ultimo episodio: “Ti vedrò ancora tra 25 anni.” Cioè proprio nel 2016. Se per caso servissero altre ragioni…