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Oltre il rating: la vera importanza di Logan

Oltre a essere un filmone, Logan potrebbe, come era prevedibile e sperabile, porre le basi per un cambiamento epocale nel mercato dei blockbuster ad alto budget, non solo i cinecomic. Vicino ai 250 milioni di incasso mondiale a pochi giorni dall’uscita, il nuovo film di James Mangold con Hugh Jackman conferma che il pubblico è pronto a una bella rinfrescata.

Si è fatto un gran parlare del rating R in patria e del divieto ai minori di 14 anni qui in Italia, al punto che probabilmente molti stanno fraintendendo l’importanza dell’evento. Il punto non è avere più film più violenti, il punto è che se un film con questi divieti fa il botto le major si trovano col messaggio che rischiare può portare film migliori e più soldi. Ma cosa vuol dire rischiare?

Non necessariamente mettere sangue e scene truculente, non è quella la lezione contenuta in Logan. Significa capire che si può fare un film senza rilevanti accenni alla continuity, incentrato su un solo personaggio e alcuni comprimari, senza volerci mettere dentro cento idee diverse mal compresse (e come altro se no?), scegliendo un’atmosfera diversa e una visione dominante, con tempi narrativi e un rispetto per i personaggi molto più vicini al cinema degli anni ’80, che per quanto fosse commerciale era fatto in modo umano, al punto da essere ancora attuale e fonte di revival a cascata. Tutti vantaggi anche a beneficio di quelle produzioni che al pubblico dei ragazzini non vorranno mai rinunciare (avrebbe mai senso uno Spiderman così cruento?)

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Ma gli altri studios potrebbero decidere di buttarsi e di seguire l’esempio della Fox, almeno coi personaggi più opportuni (la Warner ci aveva già provato con Watchmen ma al boxoffice aveva deluso), e chissà cos’altro potremmo sentire nei prossimi giorni. Che succeda o no, bisogna stare attenti che il rating R non diventi la nuova maniera. Perché tutto questo ci importa? Perché significa fare uscire il blockbuster medio dal ghetto, strappargli l’etichetta di intrattenimento stupido e conformista, americanata e tutte quelle altre belle cosette lì. C’è un tipo di storie che può essere raccontato solo con grandi mezzi, e spetta alle major. Ma l’equazione tra violenza e qualità non esiste.

Guardare Logan significa ridiventare spettatori, e non più semplici consumatori capitati in sala per ingoiare fardelli di informazioni spacciati per storie. C’è un mondo di differenza tra la scrittura di Logan e la media delle sceneggiature dei blockbuster, che spesso devono infilare in due ore riferimenti a decine di albi a fumetti o romanzi, per poi tanto mandare tutto in sfacelo con un terzo atto scritto, prodotto e diretto dalla CGI.

Tutto questo per ribadire che col trionfo di Logan non si festeggia il ritorno della violenza nelle grandi produzioni di Hollywood, come dimostra Deadpool: lì la violenza e la volgarità andavano per conto loro, certo non erano necessarie e spontanee quanto lo sono in Logan, ma è sicuramente dovuto anche al film di Tim Miller se quello di Mangold è venuto fuori così bene. In ogni caso, una simile accoglienza di pubblico e critica a un personaggio così popolare e mainstream può fare davvero la differenza, e rimane un colpo senza precedenti. Speriamo sia solo l’inizio.

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Lo spot di Logan del Super Bowl: meglio del secondo trailer

Si potrebbe dire che il segreto degli spot o trailer vincenti a questo punto sia la colonna sonora. Perché col cavolo che il secondo trailer di Logan, l’imminente film che vede per l’ultima volta (o almeno così sembra) Hugh Jackman nei panni di Wolverine, mi aveva colpito come il primo. Il primo era quello con Hurt nella versione di Johnny Cash, per intenderci. Il secondo era un trailer abbastanza banale su un film d’azione. Ma ci pensa lo spot del Super Bowl a rimetterci la scimmia in pole position.

Sarà perché stavolta ci hanno messo Amazing Grace in sottofondo? Beh, sarebbe sciocco negare che la musica può fare molto in un film, e pure in un trailer o spot, e infatti non lo negherò. Ma anche la sequenza delle immagini è più interessante che nel trailer 2. Qualcosa a metà strada tra l’action e l’evocativo, tutto montato in modo incalzante ma senza andare in modo troppo lineare, lanciando segnali invece che descrivendo scene vere e proprie.

Confesso che dopo il trailer 2 l’attesa per Logan mi era cascata a terra: sì, tutto sembrava il solito action senza atmosfera né risonanza, e senza particolari colpi d’occhio, quasi una presentazione a uso e consumo della ragazzina artigliata, X-23, e la brutta sensazione di un pretesto per passare il testimone.

Ma ora tutto torna a brillare. Non andrò in sala aspettandomi il capolavoro, al momento non ho gli elementi per dirlo, ma con la certezza che le premesse per averlo ci sono tutte. Mettiamole in fila: Jackman che vuole dare addio in grande stile al personaggio fondamentale della sua carriera (l’unico supereroe che non ha cambiato attore negli ultimi 17 anni), l’approccio non commerciale intuibile dal titolo e dal rating R, la presenza di un regista vecchia maniera come James Mangold, l’aria da western moderno senza pigiami colorati o tecnologia esibita, Johnny Cash, Amazing Grace e bla bla bla, insomma il più delle volte al cinema ci andiamo senza nemmeno un buon presentimento, qua ce ne sono anche troppi. E ora rivediamocelo assieme, trovate lo spot qui sotto.

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Un’aria da Johnny Cash: Hugh Jackman è Wolverine nel trailer di Logan

Ma dico io, per una volta che nel trailer di un cinecomic scelgono Johnny Cash invece delle solite soundtrack epiche prese dal magazzino non possiamo semplicemente dire grazie? Invece più di uno la indica come una scelta ovvia, mentre col solito score generico e arrembante scommetto che nessuno si sarebbe lamentato, misteri del web e del pubblico. Comunque è arrivato il teaser trailer di Logan, diretto da James Mangold, e con esso un primo assaggio di quella che sarà l’ultima avventura col Wolverine di Hugh Jackman.

Visto quello che il trailer offre, la scelta di affidare le immagini alle note di “Hurt” (che Cash aveva coverizzato dai Nine Inch Nails diversi anni fa) ha un significato che a molti può essere sfuggito, ce lo spiega lo stesso James Mangold, che tra l’altro ha diretto un biopic sul celebre cantautore americano, Walk The Line. Mangold dice:

Ovviamente ho un legame e una predilezione per Johnny Cash, così come per il suo tono, il suo messaggio e la sua musica. Ma la vera intenzione dietro a tutte queste decisioni è quella di separare noi, in modo meticoloso, dagli altri film sui supereroi. Pensiamo che offriremo qualcosa di un po’ diverso, e vogliamo essere certi di vendere al pubblico facendo leva sulla differenza. A volte, anche se il film è un po’ diverso, lo studio prova a promuoverlo come tutti gli altri. La musica di Johnny Cash, in un certo modo, ci distingue da quella specie di metodo tutto standard, magniloquente, minaccioso, ronzii e martellate, porte che si spalancano e sbattono ed esplosioni che caratterizza alcuni di questi film.

Morale della favola, i codici dei cinecomic allevati in batteria pesano tantissimo, se si vuole fare un bel film bisogna tagliare qualche cima e cominciare a puntare la prua verso il mare aperto. Questo sembra dire il teaser trailer di Logan. Pare che stavolta vedremo tutto ciò che il precedente e già molto valido Wolverine – L’Immortale aveva solo potuto promettere. Così forse a questo giro non ci troveremo il cugino di Mazinga nel terzo atto del film. Sarebbe il minimo: riconoscere ed esaltare le qualità di un personaggio, il modo in cui lo distinguono dagli altri, e poi costruirgli attorno la storia e lo scenario più adatti alle sue esigenze e a quelle del suo pubblico. Sarebbe il minimo, ma dato che ormai i supereroi si spostano solo in branco non lo fa più nessuno.

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E nessuno sa se il film sarà davvero bello o no, chiariamolo, il trailer di Logan è intenso ma non mostra niente di trascendentale, però comunica in modo vibrante un contesto e un tema, e un gusto preciso nelle immagini, invece che una serie di fatti e informazioni. A un teaser non si dovrebbe chiedere di più, in effetti. Ma certamente quello che vediamo qui è ciò che resta del cinema una volta spazzate via tutte le sovrastrutture tipiche del genere. Non vediamo un muro di CGI, niente costumi colorati e mantelli, niente ospiti di qualche universo espanso. Qui vediamo Wolverine, consumato, braccato e con un paio di affetti da proteggere.

Lo vediamo nel corpo ferito e invecchiato di Jackman, ma anche in quella cisterna d’acqua rovesciata, e nella foresta. Siamo nel lato più selvaggio del più famoso degli X-Men, e non somiglia affatto a quello che ha prevalso finora. Anche la trama in sé sembra ridotta al minimo, e la posta in gioco non fa pensare alla salvezza del mondo o anche solo di una città, ma a qualcosa molto più ad altezza d’uomo. Quale che sia l’esito finale, il film per come appare finora dovrebbe diventare scuola dell’obbligo per tutti i cinecomic e per quasi tutti i blockbuster.

Per il resto, tanto rispetto per il talentuoso Hugh, che ormai vicino ai 50 e dopo 17 anni con gli artigli e i basettoni lotta ancora strenuamente per regalarci il miglior film di Wolverine, con una progressione finora evidente degli episodi. Il trailer è una bella botta, fa un sacco di promesse, ma soprattutto conferma la strada non prettamente commerciale imboccata già col titolo e con la scelta di sfondare apertamente il pg13, grazie anche all’ariete Deadpool. Confermare questo trend al box-office può voler dire molto per il futuro del genere. Per ora, Logan con ogni probabilità sarà un blockbuster e un film diverso dal solito, cominciate a lamentarvi.

Suicide Squad spin-off Harley Quinn

Da Suicide Squad allo spin-off: Harley Quinn e i rischi del successo

Certo, quando diciamo che una cosa è piaciuta a tutti non intendiamo “tutti” in senso letterale, dato che qualche dissidente c’è sempre (per fortuna), ma intendiamo comunque una stragrande maggioranza, abbastanza netta e assodata da servire come certezza, una certezza meno relativa possibile. Come quella che Harley Quinn è una delle poche cose inattaccabili all’interno di quel vivace calderone di contraddizioni che risponde al titolo di Suicide Squad. E la cosa è così assodata che uno spin-off sulla ragazza del Joker (mentre il “Puddin” di Jared Leto ha ancora l’agenda vuota al momento) sta già prendendo forma.

Perché sia pure in mezzo a problemi di montaggio e di scrittura di tutta la baracca, Margot Robbie che fa atletica nella sua gabbia, o che ascolta Diablo tra un cicchetto e l’altro in religioso silenzio, con quel viso fatto apposta per quel trucco sbavato, sono sottile stregoneria per immagini, il sangue del Cinema. Ma è una buona ragione per scorporarla, sia pure temporaneamente, dal resto della Squad?

Il film di David Ayer ha da poco superato i 700 milioni al box-office mondiale, il che vuol dire che è andato bene e che presto o tardi mamma e papà, probabilmente, gli regaleranno un fratellino, l’unico sequel di un cinecomic con un potenziale se lo chiedete a me. Ma se cominciamo a fare a brandelli Suicide Squad per concentrarci solo su Harley e magari su Deadshot temo che le apparizioni di questi personaggi si moltiplicheranno senza sosta, in un sistema di episodi a grappoli che delle due andrebbe invece moderato e ragionato, e la particolarità di quel film potrebbe andare perduta.

Lo spin-off in questione a quanto pare non sarà un progetto solista dedicato solo al personaggio della Robbie, ma la vedrà interagire con altre figure femminili del mondo DC. Se da un lato questo significa continuare a cercare la mischia e dimostrare il proprio valore in un film corale, ammirevole scelta rispetto al farsi belli con un monologo su misura, dall’altro ci vorrà molta personalità, molte idee chiare per non incappare in un doppione di Suicide Squad che non sappia di semplice clone virato al femminile.

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Ormai abbiamo già capito che tutti questi cinecomic raccontano sempre la stessa storia: i supereroi e i loro avversari hanno, sia pure espresso in modalità differenti, sempre lo stesso background (la grande idea distintiva dietro al Joker di Ledger: niente background, solo suggestioni e focalizzarsi sul presente) e anche i villain, se diventano protagonisti, si comportano esattamente come i buoni, solo più divertenti.

Con queste premesse, la cultura degli spin-off, per quanto opportuni e meritati, aumenta il rischio di rivedere sempre le solite storie, come pure passare da un film corale all’altro senza una ragione creativa forte, di cui al momento non sappiamo nulla. Se poi Harley Quinn tornerà anche nell’eventuale Suicide Squad 2 allora aumenta il pericolo che il personaggio faccia la fine di Iron Man: ubiqua, immancabile, scontata. Un candidata perfetta per il degrado da icona a tormentone.

Quando in realtà Suicide Squad è in pole position per essere solo migliorato, il che non esclude certo anche dei cambiamenti radicali. Se ci sono personaggi che non funzionano si possono sostituire, o modificare, ma l’assetto di base è azzeccato, e il tocco di David Ayer ha fatto comunque la differenza. Certo, se realizzano lo spin-off su Harley Quinn con l’idea di fare prima di tutto un bel film allora sarà valsa la pena, ma la questione di principio rimane. James Bond è lì a dimostrarlo: non si possono fare tanti film su uno stesso personaggio avendo sempre risultati all’altezza.

Il fatto che Margot Robbie sia direttamente coinvolta a livello anche produttivo mi fa sperare che, nel pur ovvio congegno industriale in cui questi prodotti prendono forma, ci sia dietro un attaccamento personale della brava e bella performer australiana. Un po’ come è stato per Hugh Jackman, che a forza di essere Wolverine ha messo a segno almeno un più che valido spin-off che tuttora spicca nel genere a fumetti. E il tocco personale di chi ci mette la faccia può essere il timone più adatto a spingere in porto la corazzata di mezzi e talento che solo una major può spiegare in campo.

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Wolverine, il supereroe a prova di reboot

Batman 5, Superman 3, Spiderman 3, Fantastici Quattro 2, Hulk 3… No, non è la tombola di Capodanno dei supereroi, ma il numero di attori che hanno vestito i panni di questi totem dell’immaginario collettivo. Il che non sarebbe neanche strano, se non fosse che molti di questi passaggi di testimone si sono verificati in pochi anni, quasi sempre con esiti deludenti. Eppure la filosofia ha attecchito, sicché a volte, in sala, ormai sembra di assistere a screening test piuttosto che a film fatti e finiti.

Il mondo dei cinecomic a Hollywood affonda le sue radici nella fine dello scorso millennio, e oggi è davvero impossibile occuparsi di Cinema popolare senza fare i conti col fenomeno. Un tipo di prodotto che è partito molto lentamente per poi scalare le marce a velocità esponenziale negli anni 2000, fino ai giorni nostri, in cui abbiamo la sensazione che il trend non finirà mai. In realtà, un simile flusso produttivo non sarebbe possibile senza giocarsi la carta del reboot, che permette a un personaggio di floppare (o per lo meno di non convincere) ma di rialzarsi quasi subito…con una faccia nuova sotto la maschera e, di solito, un cambio di gestione in sala comandi.

Ma c’è un’icona dei comics, tra le più popolari, che rappresenta un modo a parte di rapportarsi col genere: Wolverine. Dalla sua prima apparizione cinematografica, in X-Men, il mutante con gli artigli per tutto il mondo è stato solo Hugh Jackman. Diciassette anni, otto film (contando anche i cameo), una figura carismatica e viscerale che, seppure contestata da certe frange puriste, è rimasta piantata al centro di un enorme e affollato franchise diventandone il perno morale, e si prepara a tornare in scena per una (sembra) ultima avventura, Wolverine 3. Perché è così importante?

Perché, con centomila supereroi che non di rado condividono background e poteri molto simili, augurarsi che ognuno abbia il più possibile una personalità definita è l’aspirazione più logica e legittima del mondo. Laddove la scrittura dei fumetti risulta a volte omologata da tradizioni pluridecennali spesso, inevitabilmente, cicliche e copiative la presenza costante di un unico interprete, possibilmente di valore, contribuisce non poco a definire il personaggio e, come a volte avviene, aggiungere qualcosa al mito e dare una scossa di ritorno al fumetto stesso, un circolo virtuoso di arricchimento reciproco, che omologando i due media rischia di perdersi.

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L’attore contribuisce molto a “disegnare” il personaggio su grande schermo. Non è che per ogni supereroe ci siano decine di attori adatti, che abbiano l’aspetto, la bravura, il carisma e lo star power necessari. Sostituire un buon interprete troppo presto può essere un azzardo, si rischia di privare il Cinema della sua autonomia e della sua autorevolezza, scordando che un singolo film può avere sulla cultura pop lo stesso effetto di cento e forse mille albi a fumetti. Inoltre, sapere che un attore si affeziona al ruolo (ovviamente anche per convenienza) garantisce un certo impegno nel mantenerlo fresco e rilevante.

Che Jackman si impegni per me è palese in ogni momento che lo si vede su schermo, ma la conferma viene dalla qualità crescente dei suoi spin-off: Wolverine – Le origini funzionava appena (comunque molto meglio di certe Royal Rumble di gente in maschera che ora sfondano regolarmente il box office eh), ma il sequel diretto da James Mangold è un salto in avanti poderoso e uno dei migliori cinecomic da molti anni a questa parte, e si vede un radicale cambio di impostazione che certo non può essere dovuto al caso. Sapere che il terzo è in mano ancora a questi due signori non può che far sperare bene. Vedere un franchise che cresce invece di peggiorare non è così comune, anche se per chi parte sottotono è più facile.

Certo Wolverine è un personaggio tra i più cinematografici in assoluto: gli artigli e il fattore rigenerante lo mettono a suo agio tanto in film apocalittici quanto in storie hard-boiled. Un duro dal cuore tenero, longevo come un vampiro e disadattato come un samurai, capace di violenza inaudita e linguaggio forte senza mai andare fuori ruolo. Un eroe sì, ma di quelli che sanno fare paura.

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Ma anche un personaggio di questa statura rischia di perdere smalto e importanza se cambia pelle troppo spesso. Non si può pretendere, in un industria come quella di Hollywood, che un beniamino del pubblico appartenga per sempre a un solo attore, ma che almeno passino dieci anni tra una versione e l’altra beh, questo sì. Se qualche anno fa questa politica era ancora attuabile, adesso sarebbe a dir poco rivoluzionaria: il processo di serializzazione ha radicalmente trasformato il genere, i film sono diventati episodi che escono a intervalli di tempo minimi, e non si vedono pause all’orizzonte.

Dal paradosso alla figuraccia il passo è breve: diciassette anni di Wolverine-Jackman e scrivo questo post proprio quando sembra più vicino che mai il momento in cui il buon Hugh riconsegnerà gli artigli. Ma scriverlo anni fa non avrebbe avuto senso, visto il tema. Né tutto questo papiro significa che non riesca a immaginarmi nessun altro nel ruolo: Joaquin Phoenix sarebbe perfetto, se lo chiedete a me, e in Vizio Di Forma sfoggia pure un look che è Wolverine al 100%. Ma, a prescindere da chi sarà coinvolto, un giorno l’investitura di un nuovo interprete avverrà, certo, ma dopo un ciclo artistico compiuto.

Fatto sta che il caso Wolverine passa come un ufo in questo consumismo di facce e corpi, un gran bell’esempio di fedeltà a un brand che paga su tutti i fronti, la prova che da patti chiari nascono amicizie lunghe, che producono a loro volta grandi responsabilità. Come i grandi poteri.