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Logan – The Wolverine, recensione

I film corali degli X-Men non possono fare a meno di lui (sempre presente, fosse anche solo un cameo) ma lui può fare a meno di loro. Anzi può fare a meno di tutto: delle città che esplodono, dei costumi colorati, della CGI elevata a sistema di Cinema, delle trame intricate, delle scene nascoste dopo i titoli di coda, degli ammiccamenti, del pubblico dei giovanissimi, e così via. Può fare a meno di tutto ed essere, forse proprio per questo, uno dei cinecomic più trasversali e maiuscoli di sempre. È Logan – The Wolverine e può fare tutto questo, e l’ha fatto.

L’ultima volta di Hugh Jackman nei panni del burbero mutante artigliato ci regala il capolavoro che speravamo, un apice che ha richiesto tutta la serie di film sugli X-Men e relativi spin-off per arrivare finalmente in porto, e che nonostante questo non somiglia quasi per niente alla maggior parte dei capitoli della saga che l’hanno preceduto, al punto che il film vive e muore quasi del tutto in solitaria, come una bestia ferita che presagisce la fine e si isola stoicamente per attendere il momento.

La parola d’ordine è “via il superfluo”, anche quel superfluo che certi spettatori considerano fondamentale. Da questo punto di vista Logan è una lezione di Cinema che non ha paura di alzare le aspettative. Ci penseranno gli spettatori a mettersi in pari, e lo faranno volentieri, visto che la storia raccontata è un raro esempio di corrispondenza tra contenuto e forma. Perfino un film pieno di potenziale come Giorni di Un Futuro Passato doveva soccombere alla deriva fumettona da overdose di CGI e mutanti in ridicoli costumi d’ordinanza.

Qui invece l’immagine mantiene un look semplice e terroso, non zuccherato o spettacolarizzato in modo ovvio. Tutto interagisce con le location, l’alternanza del giorno e della notte diventa un elemento dinamico importante perché gran parte del film si svolge all’aperto, tra città, deserti e boschi, dove pochi mutanti braccati sfogano la loro furia nella battaglia per la loro vita. Nel tentativo di salvare la ragazzina, la misteriosa e letale X-23, tutta l’epica degli X-Men si riduce a una cosa sola: convivere col dolore, mentre fuori i malvagi attaccano senza sosta.

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La violenza raggiunta è decisiva per il carattere del film ed è molto intensa. A salvarla dalla gratuità ci pensa la solidità della storia e dei personaggi, delle interpretazioni eccellenti e del tutto armonizzate, a formare un contesto ampio e comodo per la crudeltà messa in scena. Questa performance di Hugh Jackman è senza dubbio la migliore della sua carriera, ma anche Patrick Stewart e la piccola Dafne Keen lasciano un segno indelebile.

Anche James Mangold, dopo il tentativo ancora incompleto col precedente Wolverine – L’immortale, riesce a far suo il fumetto definitivamente. Per lui i poteri dei mutanti, invece che a riempire lo schermo con metri cubi di effetti visivi, servono a creare scene devastanti e uniche (quella dell’hotel è un ottimo esempio) e usa la loro condizione speciale per sventrare a colpi di artigli le tematiche che gli interessano. Ogni scontro ha dei costi e delle conseguenze e scatena un’oscenità di sangue, ma in Logan c’è un sacco di spazio per i dettagli, per i dialoghi rivelatori, per fondamentali pause nel ritmo e anche per qualche siparietto leggero. Ogni faccia e ogni fisico sono scelti con cura, come per esempio l’albino Calibano, l’ennesimo personaggio eccezionale del film.

Logan ha una potenza simbolica che trabocca dalla sala e arriva fuori in strada, meriterebbe l’Oscar delle annate migliori. In un anno in cui servisse un nuovo Non è Un Paese Per Vecchi da mettere sul podio questo film farebbe una figura epocale. Promosso con vigore solo negli ultimissimi tempi, lanciato senza il paracadute del pg13 e del titolo “Wolverine” (assente in originale) e facendo leva più che altro sulla sua atipicità, lo splendido e intenso lavoro di Mangold e Jackman conclude un percorso quasi ventennale con un centro perfetto che, paradosso, come qualità andrebbe considerato come l’inizio di qualcosa. Un grande successo al botteghino a questo punto sarebbe utile.

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Un’aria da Johnny Cash: Hugh Jackman è Wolverine nel trailer di Logan

Ma dico io, per una volta che nel trailer di un cinecomic scelgono Johnny Cash invece delle solite soundtrack epiche prese dal magazzino non possiamo semplicemente dire grazie? Invece più di uno la indica come una scelta ovvia, mentre col solito score generico e arrembante scommetto che nessuno si sarebbe lamentato, misteri del web e del pubblico. Comunque è arrivato il teaser trailer di Logan, diretto da James Mangold, e con esso un primo assaggio di quella che sarà l’ultima avventura col Wolverine di Hugh Jackman.

Visto quello che il trailer offre, la scelta di affidare le immagini alle note di “Hurt” (che Cash aveva coverizzato dai Nine Inch Nails diversi anni fa) ha un significato che a molti può essere sfuggito, ce lo spiega lo stesso James Mangold, che tra l’altro ha diretto un biopic sul celebre cantautore americano, Walk The Line. Mangold dice:

Ovviamente ho un legame e una predilezione per Johnny Cash, così come per il suo tono, il suo messaggio e la sua musica. Ma la vera intenzione dietro a tutte queste decisioni è quella di separare noi, in modo meticoloso, dagli altri film sui supereroi. Pensiamo che offriremo qualcosa di un po’ diverso, e vogliamo essere certi di vendere al pubblico facendo leva sulla differenza. A volte, anche se il film è un po’ diverso, lo studio prova a promuoverlo come tutti gli altri. La musica di Johnny Cash, in un certo modo, ci distingue da quella specie di metodo tutto standard, magniloquente, minaccioso, ronzii e martellate, porte che si spalancano e sbattono ed esplosioni che caratterizza alcuni di questi film.

Morale della favola, i codici dei cinecomic allevati in batteria pesano tantissimo, se si vuole fare un bel film bisogna tagliare qualche cima e cominciare a puntare la prua verso il mare aperto. Questo sembra dire il teaser trailer di Logan. Pare che stavolta vedremo tutto ciò che il precedente e già molto valido Wolverine – L’Immortale aveva solo potuto promettere. Così forse a questo giro non ci troveremo il cugino di Mazinga nel terzo atto del film. Sarebbe il minimo: riconoscere ed esaltare le qualità di un personaggio, il modo in cui lo distinguono dagli altri, e poi costruirgli attorno la storia e lo scenario più adatti alle sue esigenze e a quelle del suo pubblico. Sarebbe il minimo, ma dato che ormai i supereroi si spostano solo in branco non lo fa più nessuno.

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E nessuno sa se il film sarà davvero bello o no, chiariamolo, il trailer di Logan è intenso ma non mostra niente di trascendentale, però comunica in modo vibrante un contesto e un tema, e un gusto preciso nelle immagini, invece che una serie di fatti e informazioni. A un teaser non si dovrebbe chiedere di più, in effetti. Ma certamente quello che vediamo qui è ciò che resta del cinema una volta spazzate via tutte le sovrastrutture tipiche del genere. Non vediamo un muro di CGI, niente costumi colorati e mantelli, niente ospiti di qualche universo espanso. Qui vediamo Wolverine, consumato, braccato e con un paio di affetti da proteggere.

Lo vediamo nel corpo ferito e invecchiato di Jackman, ma anche in quella cisterna d’acqua rovesciata, e nella foresta. Siamo nel lato più selvaggio del più famoso degli X-Men, e non somiglia affatto a quello che ha prevalso finora. Anche la trama in sé sembra ridotta al minimo, e la posta in gioco non fa pensare alla salvezza del mondo o anche solo di una città, ma a qualcosa molto più ad altezza d’uomo. Quale che sia l’esito finale, il film per come appare finora dovrebbe diventare scuola dell’obbligo per tutti i cinecomic e per quasi tutti i blockbuster.

Per il resto, tanto rispetto per il talentuoso Hugh, che ormai vicino ai 50 e dopo 17 anni con gli artigli e i basettoni lotta ancora strenuamente per regalarci il miglior film di Wolverine, con una progressione finora evidente degli episodi. Il trailer è una bella botta, fa un sacco di promesse, ma soprattutto conferma la strada non prettamente commerciale imboccata già col titolo e con la scelta di sfondare apertamente il pg13, grazie anche all’ariete Deadpool. Confermare questo trend al box-office può voler dire molto per il futuro del genere. Per ora, Logan con ogni probabilità sarà un blockbuster e un film diverso dal solito, cominciate a lamentarvi.

Wolverine, il supereroe a prova di reboot

Batman 5, Superman 3, Spiderman 3, Fantastici Quattro 2, Hulk 3… No, non è la tombola di Capodanno dei supereroi, ma il numero di attori che hanno vestito i panni di questi totem dell’immaginario collettivo. Il che non sarebbe neanche strano, se non fosse che molti di questi passaggi di testimone si sono verificati in pochi anni, quasi sempre con esiti deludenti. Eppure la filosofia ha attecchito, sicché a volte, in sala, ormai sembra di assistere a screening test piuttosto che a film fatti e finiti.

Il mondo dei cinecomic a Hollywood affonda le sue radici nella fine dello scorso millennio, e oggi è davvero impossibile occuparsi di Cinema popolare senza fare i conti col fenomeno. Un tipo di prodotto che è partito molto lentamente per poi scalare le marce a velocità esponenziale negli anni 2000, fino ai giorni nostri, in cui abbiamo la sensazione che il trend non finirà mai. In realtà, un simile flusso produttivo non sarebbe possibile senza giocarsi la carta del reboot, che permette a un personaggio di floppare (o per lo meno di non convincere) ma di rialzarsi quasi subito…con una faccia nuova sotto la maschera e, di solito, un cambio di gestione in sala comandi.

Ma c’è un’icona dei comics, tra le più popolari, che rappresenta un modo a parte di rapportarsi col genere: Wolverine. Dalla sua prima apparizione cinematografica, in X-Men, il mutante con gli artigli per tutto il mondo è stato solo Hugh Jackman. Diciassette anni, otto film (contando anche i cameo), una figura carismatica e viscerale che, seppure contestata da certe frange puriste, è rimasta piantata al centro di un enorme e affollato franchise diventandone il perno morale, e si prepara a tornare in scena per una (sembra) ultima avventura, Wolverine 3. Perché è così importante?

Perché, con centomila supereroi che non di rado condividono background e poteri molto simili, augurarsi che ognuno abbia il più possibile una personalità definita è l’aspirazione più logica e legittima del mondo. Laddove la scrittura dei fumetti risulta a volte omologata da tradizioni pluridecennali spesso, inevitabilmente, cicliche e copiative la presenza costante di un unico interprete, possibilmente di valore, contribuisce non poco a definire il personaggio e, come a volte avviene, aggiungere qualcosa al mito e dare una scossa di ritorno al fumetto stesso, un circolo virtuoso di arricchimento reciproco, che omologando i due media rischia di perdersi.

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L’attore contribuisce molto a “disegnare” il personaggio su grande schermo. Non è che per ogni supereroe ci siano decine di attori adatti, che abbiano l’aspetto, la bravura, il carisma e lo star power necessari. Sostituire un buon interprete troppo presto può essere un azzardo, si rischia di privare il Cinema della sua autonomia e della sua autorevolezza, scordando che un singolo film può avere sulla cultura pop lo stesso effetto di cento e forse mille albi a fumetti. Inoltre, sapere che un attore si affeziona al ruolo (ovviamente anche per convenienza) garantisce un certo impegno nel mantenerlo fresco e rilevante.

Che Jackman si impegni per me è palese in ogni momento che lo si vede su schermo, ma la conferma viene dalla qualità crescente dei suoi spin-off: Wolverine – Le origini funzionava appena (comunque molto meglio di certe Royal Rumble di gente in maschera che ora sfondano regolarmente il box office eh), ma il sequel diretto da James Mangold è un salto in avanti poderoso e uno dei migliori cinecomic da molti anni a questa parte, e si vede un radicale cambio di impostazione che certo non può essere dovuto al caso. Sapere che il terzo è in mano ancora a questi due signori non può che far sperare bene. Vedere un franchise che cresce invece di peggiorare non è così comune, anche se per chi parte sottotono è più facile.

Certo Wolverine è un personaggio tra i più cinematografici in assoluto: gli artigli e il fattore rigenerante lo mettono a suo agio tanto in film apocalittici quanto in storie hard-boiled. Un duro dal cuore tenero, longevo come un vampiro e disadattato come un samurai, capace di violenza inaudita e linguaggio forte senza mai andare fuori ruolo. Un eroe sì, ma di quelli che sanno fare paura.

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Ma anche un personaggio di questa statura rischia di perdere smalto e importanza se cambia pelle troppo spesso. Non si può pretendere, in un industria come quella di Hollywood, che un beniamino del pubblico appartenga per sempre a un solo attore, ma che almeno passino dieci anni tra una versione e l’altra beh, questo sì. Se qualche anno fa questa politica era ancora attuabile, adesso sarebbe a dir poco rivoluzionaria: il processo di serializzazione ha radicalmente trasformato il genere, i film sono diventati episodi che escono a intervalli di tempo minimi, e non si vedono pause all’orizzonte.

Dal paradosso alla figuraccia il passo è breve: diciassette anni di Wolverine-Jackman e scrivo questo post proprio quando sembra più vicino che mai il momento in cui il buon Hugh riconsegnerà gli artigli. Ma scriverlo anni fa non avrebbe avuto senso, visto il tema. Né tutto questo papiro significa che non riesca a immaginarmi nessun altro nel ruolo: Joaquin Phoenix sarebbe perfetto, se lo chiedete a me, e in Vizio Di Forma sfoggia pure un look che è Wolverine al 100%. Ma, a prescindere da chi sarà coinvolto, un giorno l’investitura di un nuovo interprete avverrà, certo, ma dopo un ciclo artistico compiuto.

Fatto sta che il caso Wolverine passa come un ufo in questo consumismo di facce e corpi, un gran bell’esempio di fedeltà a un brand che paga su tutti i fronti, la prova che da patti chiari nascono amicizie lunghe, che producono a loro volta grandi responsabilità. Come i grandi poteri.

Commento al commento di Paul Thomas Anderson sui cinecomic

I più cinici penseranno che se un regista indie e umanista come Paul Thomas Anderson, che vive in un mondo in cui la CGI è ancora un sinistro presagio di un futuro remoto e il peggior attore a disposizione è un Philip Seymour Hoffman (R.I.P.) o un Daniel Day-Lewis, se ne esce decantando le lodi del cinema blockbuster per antonomasia c’è sotto del losco, e più precisamente la voglia di ingraziarsi, a costo zero, proprio il pubblico di quel genere di film il cui costo è tutto tranne che zero. Io invece, che non sono abbastanza cinico, credo che il buon PTA sia sincero. Ma credo anche che il punto debole della sua affermazione stia altrove. Lui, rispondendo a Rolling Stone, ha detto:

Ah, che gran cumulo di stronzate. Non riesco a ricordare in tempi recenti un anno con meno lamentele sulla qualità dei film. E qual è il problema coi film di supereroi, voi lo sapete? Io non lo so. Stai parlando con uno a cui piace guardare quei film. La gente che si perde in queste questioni ha bisogno di farsi una vita [ride]. Quei film sono trattati male.

Dopo averlo letto, anch’io mi sono chiesto: qual è il mio problema coi film di supereroi? Perché certo non sono uno di quelli che lamentano il fatto stesso che si basino sui fumetti. Per molti questo è un problema, e manco sanno dire perché. Allora sono arrivato a darmi una risposta mia e solo mia. Il problema è che i cinecomic della nostra epoca sono troppi e troppo simili tra loro. Se ognuno prendesse una strada propria, sarebbe più facile anche perdonare scivoloni di qualità.

paul-thomas-anderson-profile  Commento al commento di Paul Thomas Anderson sui cinecomic paul thomas anderson profileMa come si fa a prendere la strada propria in un’era dominata dai crossover e dalla serialità? Sono questi gli aspetti un po’ soffocanti. L’idea che ci siano orde di sequel alle porte, già programmati per svariati anni a venire. Certo, anche continuare a rimestare personaggi che sono tutti crociati dei medesimi ideali nell’eterna lotta bene/male e “andiamo a salvare il mondo” non aiuta. Non per fare del passatismo, ma alla fine degli anni ’70 ci fu il primo Superman, di Richard Donner, che fu un evento, certo, ma che a parte il proprio franchise non avviò nessun trend. Solo 11 anni dopo arrivò anche Batman, con Tim Burton, ed era pure un film totalmente diverso. Questa cosa si è persa.

Neppure aiuta il fatto che quasi tutti questi tizi, coi loro pigiamini colorati, siano dotati di poteri sovrumani, che comporta il solito vecchio problema. Infatti, rappresentare i superpoteri, specie quelli molto grafici, sul grande schermo è una roba che finisce quasi sempre per spingere il film in zona “fumettone”. Per quanto si voglia essere progressisti, il vecchio adagio a volte a ci prende ancora: non tutto quello che funziona su carta va bene anche al Cinema. Pensate alla prima parte di X-Men Giorni di un Futuro Passato, per esempio.

Il fatto è che il Cinema è il medium audiovisivo più potente al mondo, il più mastodontico e dinamico, il più immersivo. In termini di forza bruta, è 1000 volte quello che sono gli albi a fumetti. Il che, però, vuol dire anche che ciò che mostri va modulato, non trasposto pari pari da un disegno. Limitarsi a sommare il potere del supereroe al potere del mega schermo è un’operazione pacchiana, se non è fatta con buon senso.
Comunque, l’intervento di Paul Thomas Anderson rimane una simpatica presa di posizione, un ulteriore piccolo contributo per riavvicinare due mondi, l’intrattenimento e l’arte, che non dovrebbero essere percepiti così separati. E chissà, magari qualcuno sogna già un cinecomic firmato PTA…